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Il lavoro editoriale tra crisi e innovazione

19 Novembre 2020 Lavoro

Pubblichiamo questo articolo scritto da Anna Soru e Mattia Cavani, uscito sul n. 5/2020 della rivista Il Mulino, sull’impatto dell’innovazione sul settore editoriale.

Introduzione

Da almeno dieci anni, il discorso pubblico intorno all’industria libraria si concentra sull’impatto, immancabilmente descritto come apocalittico, delle nuove tecnologie e sulle diverse “crisi” che sembrano investire il settore. A queste analisi manca quasi sempre un focus specifico sul lavoro produttivo, sulle trasformazioni nelle composizioni della manodopera e sulle esperienze rivendicative e sindacali. Se il discorso sul lavoro editoriale spesso si impantana nelle varianti esistenzialiste e individualiste della retorica del precariato, forse è anche perché nessuna istituzione raccoglie dati in modo sistematico su questo tema. Tuttavia, un’analisi dell’impatto dell’innovazione sul settore non può prescindere da una parallela messa in luce degli effetti che questa ha avuto sull’organizzazione e le condizioni del lavoro. Infine, porre l’attenzione sulle forme sperimentali di rappresentanza che sono nate in questi anni può fornire spunti e paradigmi utili a comprendere i cambiamenti di tutti quei settori (artistici, creativi, culturali o che dir si voglia) in cui la crescita del lavoro autonomo e “atipico” è stata accompagnata da un netto peggioramento delle condizioni di lavoro e da remunerazioni sempre più basse.

Il modello economico dell’editoria libraria

L’editoria è ancora oggi il primo mercato di intrattenimento, ma è sempre stato un mercato a bassa marginalità e alto rischio, e infatti molti libri rimangono invenduti.
I libri vengono consegnati a un distributore che ha il compito di diffonderlo alle librerie, con un costo complessivo che può arrivare al 60%. Occorre poi considerare i costi di stampa, i costi redazionali, il design della copertina, il marketing e i diritti d’autore. Alla fine, i margini sono notevolmente bassi, molti titoli non ripagano i costi e i risultati sono in perdita. Gli editori pubblicano un numero elevato di titoli alla ricerca di libri di successo che consentano un buon guadagno, per compensare quelli che non vendono (la maggior parte). In generale c’è una considerevole sovrapproduzione di titoli, che almeno in parte è strutturale, derivante dalla necessità di ridurre il rischio.
In Italia il settore librario è estremamente affollato, a fronte di un mercato legato alle frontiere dell’italofonia, e quindi più ristretto di quello legato al francese, spagnolo o inglese.
Al suo interno possiamo distinguere tre diverse tipologie di attori:

  1. I grandi editori (Mondadori, Giunti, GeMS-Messaggerie, De Agostini, Feltrinelli), che concentrano più della metà del mercato e dispongono di una propria rete di distribuzione e spesso anche di catene di librerie. Tra questi il gruppo GeMS-Messaggerie controlla il più importante canale di distribuzione alle librerie.
  2. Amazon, che ha rivoluzionato la vendita di libri con lo sviluppo dell’e-commerce (forse l’innovazione più radicale del settore) ed è diventato anche editore, soprattutto di e-book e audiolibri.
  3. I piccoli e medi editori indipendenti senza rete distributiva, che in genere puntano a prodotti di nicchia e che per la distribuzione si appoggiano principalmente a Messaggerie per fornire le librerie e ad Amazon per la vendita online. La debolezza finanziaria di questi editori, unitamente al meccanismo delle rese, innesca un circolo vizioso che porta alla proliferazione dei titoli anche nelle realtà editoriali più piccole, che teoricamente vorrebbero essere selettive.

Dal 2008 l’editoria libraria ha dovuto affrontare da una parte la crisi economica e finanziaria, dall’altra l’irrompere del digitale e la forte concorrenza di altri prodotti per l’intrattenimento (internet, serie Tv etc.), che insieme hanno causato una sensibile riduzione del mercato, circa il 25% tra il 2010 e il 2015. La caduta della domanda ha imposto la ricerca di razionalizzazioni e ottimizzazioni produttive, rese possibili anche dalle nuove tecnologie digitali.
Nei grandi gruppi le gerarchie sono state semplificate, molti dirigenti eliminati, le redazioni e gli uffici tecnici snelliti, laddove esistevano più redazioni sono state accorpate. Nel complesso si sono persi posti di lavoro, sono aumentate le esternalizzazioni ed è diminuita la qualità del prodotto editoriale.
La ricerca di maggiore efficienza ha innescato anche processi di fusione: la più famosa quella del 2015 tra Mondadori e Rizzoli, ma sono state rilevanti anche la campagna acquisti di GeMS e l’alleanza tra Messaggerie e Feltrinelli per la distribuzione in libreria e per l’e-commerce.
L’esplodere dell’e-commerce, con l’affermazione di Amazon, ha imposto ulteriori adeguamenti per poter competere sull’online e sul print on demand (che rende sostenibili tirature anche di una singola copia), necessario per poter tener vivi i cataloghi e mantenere i diritti editoriali, ma estremamente impegnativo dal punto di vista organizzativo.
Con la caduta della domanda si è inoltre ridotto lo spazio per i best seller, che spesso tenevano in piedi da soli i bilanci delle case editrici, con forti ricadute sul fatturato e sui risultati economici. Per cercare di mantenere i livelli di fatturato precedenti, ai grandi gruppi editoriali servono parecchi libri di buon successo. Ciò rappresenta un’ulteriore spinta all’aumento dei titoli pubblicati, anche per contrastare la maggiore competizione proveniente dalle piccole case editrici, rilanciate dall’e-commerce, che assicura loro uno spazio di vendita impensabile nelle reti delle librerie.

Il lavoro

Spostando l’attenzione sul lavoro, e su quanto viene pagato, partiamo da un dato generale: includendo il lavoro di scouting, valutazione del manoscritto, dell’editing, della correzione bozze, dell’eventuale traduzione, dell’impaginazione grafica e del progetto di copertina, la quota del prezzo di copertina che va a pagare il lavoro produttivo può variare da un massimo del 17% nelle grandi case editrici a circa il 10% nelle piccole case editrici e nell’editoria digitale, dove il costo del lavoro risulta ulteriormente compresso.
Non è facile stabilire quale sia stato l’impatto delle nuove tecnologie sull’occupazione e sui processi di esternalizzazione del lavoro: le principali fonti statistiche (ISTAT e AIE) non forniscono dati quantitativi in merito.
Nei dati che abbiamo racconto dalle comunicazioni obbligatorie sui nuovi avviamenti e cessazioni, con riferimento all’area metropolitana di Milano (un’area limitata ma cruciale per il settore editoriale) si vede che: il numero di avviati (le “teste”) e avviamenti (i contratti) è in calo tra il 2014 e il 2018 e che le assunzioni stabili sono pochissime, con un picco solo nel 2015, in corrispondenza degli incentivi al lavoro a tempo indeterminato approvati dal Governo Renzi. Trend confermato anche dalle elaborazioni sui bilanci degli addetti dei principali gruppi editoriali.
È molto probabile, stando a quanto rilevato da interviste e focus group, che ad aumentare siano state le tipologie contrattuali non rilevate dalle comunicazioni obbligatorie, come gli stage curriculari e le partite IVA.
Che il lavoro sia esternalizzato è d’altra parte confermato dalle poche indagini quantitative esistenti. Nel 2012 l’indagine Editoria invisibile registrava questa distribuzione delle tipologie contrattuali: 12,6% partita IVA individuale, 23,7% co.co.co. e co.co.pro., 21,9% occasionali, 20% diritto d’autore e appena il 7,7% lavoro dipendente. Nei dati Redacta relativi al 2019 la situazione, anche a causa della scomparsa dei co.co.pro., sembra essersi semplificata: l’88% dei rispondenti si qualifica come freelance.
A parte alcune figure di coordinamento e direzione editoriale, in genere dipendenti, e alcune posizioni di staff, come l’amministrazione (per le quali sono diffusi anche il tempo determinato e l’interinale), le altre figure professionali sono sempre più esternalizzate, ormai quasi tutte partite IVA o collaborazioni occasionali.
La gestione dei rapporti di lavoro è mirata alla riduzione massima dei costi, che segue alcune direttrici:

  1. Contratti esterni poco pagati e pagamenti ritardati; diminuisce la remunerazione e si chiede sempre di più non solo in termini di attività svolte, ma anche in termini di flessibilità e adattabilità alle scadenze di consegna. I contratti spesso arrivano a lavoro concluso. Gli intervistati con più di dieci anni di esperienza confermano un calo sensibile dei compensi.
    Oltre la metà dei compilatori del sondaggio Redacta che lavora per il settore tra le 25 e le 55 ore alla settimana (il 70% del totale) dichiara di avere un reddito annuo lordo inferiore a 15.000 euro.
  2. Concentrazione, soprattutto per chi collabora con le piccole case editrici, di più attività nella stessa figura professionale. I redattori raramente sono solo redattori, spesso devono provvedere a più attività: impaginazione, correzione bozze, riscrittura testi, ricerca iconografica. In questo modo si risparmia anche sulle funzioni di coordinamento.
  3. Uso opportunistico dei contratti, con predilezione per le modalità che consentono di non avere minimi contrattuali e non pagare costi contributivi, in primis lo stage e la collaborazione occasionale, in ogni caso lavoro non dipendente. Allo stage curriculare, durante i master che quasi tutti frequentano, seguono periodi di collaborazione occasionale.

Questo comportamento predatorio nei confronti dei lavoratori è possibile a causa di più fattori:

  • sulle remunerazioni non esistono dei parametri di riferimento che fissino dei minimi;
  • l’Ispettorato del Lavoro interviene raramente, le poche ispezioni effettuate erano mirate solo a verificare se contratti di lavoro autonomo mascherassero situazioni di dipendenza;
  • la contrattazione è fortemente individualizzata;
  • i lavoratori hanno scarsa apertura a coesione, c’è omertà sulle retribuzioni e sulle altre condizioni contrattuali;
  • l’offerta di lavoro è in eccesso e la passione per il lavoro spinge moltissimi lavoratori ad accettare compensi irrisori.

Allargando lo sguardo a tutta la filiera vale la pena ricordare che in uno dei più importanti magazzini editoriali italiani, la Città del Libro di Stradella gestita da Ceva Logistics, nel 2018, la magistratura ha accertato un sistema di subappalti a cooperative che si traduceva in uno sfruttamento estremo della manodopera.
L’esternalizzazione di molte figure lavorative e una despecializzazione delle attività sono state rese possibili dall’adozione di nuove tecnologie, soprattutto nell’ambito redazionale. Parallelamente, molte innovazioni, soprattutto quelle relative ai nuovi prodotti (e-book e audiolibri) e ai nuovi canali di comunicazione, hanno richiesto figure professionali diverse o comunque estranee all’editoria del passato, in grandissima parte senza rapporto di dipendenza.
Ma ciò che più ha impattato sulle condizioni di chi lavora nel settore è stata soprattutto la ricerca esasperata di risparmio sul costo del lavoro, realizzato attraverso la compressione dei compensi, che non conosce limiti nel lavoro esternalizzato, oltre all’uso opportunistico di contratti privi di costi contributivi, quali stage curriculare e collaborazione occasionale.
La riduzione dei costi di produzione e stampa associata alla riduzione dei costi del lavoro ha permesso, anche dopo la crisi che ha ridotto le potenzialità del settore editoriale, di mantenere inalterato il modello che diversifica il rischio con la sovrappubblicazione di titoli, o addirittura di esasperarlo, anziché cercare modelli alternativi che puntino alla selezione.

Esperienze rivendicative e sindacali

I problemi del lavoro nel settore editoriale sono evidenti ormai da molto tempo e, nonostante le difficoltà di fare fronte comune, si sono sviluppate alcune iniziative per cercare di cambiare le condizioni dei lavoratori.
La Rete dei Redattori Precari, attiva dal 2008 al 2013, è stata un primo esperimento di coalizione a partire da una denuncia della precarietà e dello sfruttamento del lavoro nel settore. Nel 2010 ha aderito alla Consulta del Lavoro Professionale della CGIL e si è mossa nell’area di movimenti intorno a San Precario. Con la collaborazione del sindacato, la rete ha realizzato l’indagine Editoria invisibile, un progetto a suo modo pionieristico vista la storica mancanza di dati sul lavoro nel settore editoriale. Nel 2012, in seguito alla Legge Fornero del 2012, che individuava condizioni che delineavano l’abuso delle collaborazioni, Rerepre è riuscita a ottenere l’intervento dell’Ispettorato del Lavoro nelle redazioni di Mondadori e Rizzoli, che ha portato a diverse assunzioni (pochissime quelle per chi aveva partecipato alla mobilitazione) di precari e finte partite IVA.
In altri contesti, in cui la presenza del gruppo non era abbastanza consistente, le ispezioni non ci sono state, ma questo episodio ha sicuramente costituito un precedente importante. Dopo di allora sono state prese precauzioni per evitare di incorrere nello stesso rischio di finto lavoro autonomo, riducendo la presenza in azienda dei collaboratori.
Sindacati e rivendicazioni dei lavoratori, incluse quelle portate avanti da Rerepre, hanno chiesto la stabilizzazione dei precari. Il modello di riferimento è rimasto quello del lavoro dipendente, da perseguire con la lotta ai contratti autonomi che mascherano rapporti di dipendenza sostanziale. In realtà le “finte partite IVA” non erano e non sono dominanti: sulla base della ricerca IRES Emilia Romagna del 2012, il 70% delle partite IVA risultava pluricommittente; stando alla ricerca Redacta del 2019 erano intorno al 93%. L’azione di Rerepre ha permesso alcune stabilizzazioni, ma non ha cambiato minimamente la situazione di chi è esterno, che è continuata a peggiorare, mentre nel frattempo l’esperienza Rerepre si è esaurita.
D’altra parte, il sindacato non è stato capace di utilizzare il suo strumento principe, la contrattazione collettiva, per tutelare i lavoratori non dipendenti, nonostante l’editoria sia uno dei settori che più si presta a questo approccio per la difesa del lavoro autonomo.
In questo senso è interessante anche l’esperienza di STRADE (Sindacato Traduttori Editoriali). Nato nel 2012 per riunire i lavoratori autonomi “da sempre” del settore editoriale, ha siglato nello stesso anno un protocollo con SLC CGIL, di cui è diventato Sezione nel 2016. In questi anni STRADE ha svolto un ruolo importante nella formazione e nella diffusione di consapevolezza delle regole per i traduttori, tuttavia per quanto riguarda la contrattazione collettiva i risultati sono stati decisamente magri. Nel 2016, dopo anni di trattative, è riuscito a firmare con ODEI (Osservatorio degli Editori Indipendenti, che riuniva alcuni piccoli e medi editori) un protocollo d’intesa in cui si stabiliscono alcuni punti fermi sui contratti, ma senza toccare il tema dei compensi. La confluenza di ODEI all’interno di ADEI (Associazione degli Editori Indipendenti, più ampia e strutturata, rappresenta circa il 10% degli editori italiani) nel 2018 ha reso necessaria la stipula di un nuovo protocollo, che si attende a breve.
I limiti di una rivendicazione che non prenda di petto il tema dei compensi sono evidenti, soprattutto per quanto riguarda i lavoratori autonomi, strutturalmente esclusi dai Contratti Collettivi Nazionali e dai loro minimi tabellari. AITI, l’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti, per un certo periodo ha reso pubblici dei tariffari, ma è stata fermata da un intervento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel 2004. Un precedente che ha di certo reso molto più cauto chiunque abbia pensato di agire in questo senso negli anni successivi.

L’esperienza di Redacta

Nel 2019 alcuni membri di ACTA, l’associazione dei freelance, hanno costituito Redacta, un gruppo di lavoratori del settore da subito coinvolti in un’auto-ricerca finalizzata ad approfondire la conoscenza dei propri problemi, a creare coalizione e a cercare nuove soluzioni. L’esperienza di Redacta parte da un approccio diverso da quello dei suoi predecessori: vuole sì contrastare gli abusi contrattuali (come lo stage curriculare), ma punta soprattutto a promuovere un miglioramento delle condizioni di lavoro di chi è autonomo, restando tale, in linea con quello che è sempre stato l’approccio di ACTA. Focalizzandosi su questa dimensione, ha l’ambizione di creare una piattaforma che vada oltre categorie professionali troppo ristrette. Questo approccio “ecumenico” non è dettato solo dalle caratteristiche del lavoro autonomo, che sotto questa definizione raccoglie diverse specializzazioni, ma è anche frutto della necessità di rappresentare professionisti a cui è in realtà richiesto di specializzarsi sempre meno e, contestualmente, ampliare il ventaglio delle proprie specializzazioni.
Per raggiungere quest’obiettivo sta cercando di usare strumenti diversi: sul sito di Redacta si possono trovare approfondimenti e guide sulle principali questioni legali, fiscali e di negoziazione che si presentano ai freelance dell’editoria. Si trovano anche i resoconti delle iniziative che Redacta ha portato avanti nel corso dei mesi. Il 15 novembre 2019 il gruppo ha messo in scena una performance d’arte pubblica durante Bookcity (una via crucis per raccontare la “passione” dei lavoratori dell’editoria) e ha organizzato una serie di riunioni aperte mensili che hanno avuto un’ottima partecipazione. In seguito alle limitazioni necessarie per far fronte all’emergenza sanitaria le riunioni sono state sospese, ma è nato uno sportello mensile online per fornire consulenze individuali e dare continuità al lavoro di intervista svolto durante la fase preliminare dell’inchiesta. L’obiettivo primario del progetto resta la sensibilizzazione di tutti i lavoratori sulla necessità di non svalorizzare il proprio lavoro e, per tener fede a questo proposito, sta portando avanti una grande operazione di trasparenza sulle politiche dei diversi editori. Nella sezione “Compensi” del sito di Redacta sono a disposizione i risultati di un sondaggio anonimo con cui sono state raccolte le tariffe e i tempi di pagamento di molte case editrici. I dati mediani per ogni prestazione sono poi stati confrontati con un’ipotesi di compenso dignitoso. Cominciare ad articolare un discorso su un tema tabù come quello dei compensi e fornire dei parametri per misurare la distanza da un compenso dignitoso è più urgente che mai in un momento in cui, nel pieno dell’emergenza, alcuni committenti hanno cominciato a chiedere sconti, dilazionare ulteriormente i pagamenti, fino a chiedere di scontare dalla fattura mensile l’importo dei bonus concessi dal governo ai lavoratori autonomi.
L’assenza di un discorso che metta al centro la remunerazione del lavoro impedisce anche di sviluppare una visione critica dei provvedimenti emergenziali. Nell’agosto del 2020 il Governo ha stanziato 10 milioni di aiuto diretto agli editori di libri classificabili come microimprese (considerando il livello di esternalizzazione del lavoro e i fatturati medi ricadono in questa categoria diversi editori, non solo i più piccoli) e più di 200 milioni tra acquisti delle biblioteche e finanziamento di programmi di sostegno della lettura e della domanda (come la 18app).
Queste misure hanno finanziato direttamente le aziende o progetti che vanno avanti da anni senza ripercussioni sulla remunerazione del lavoro. Unica tra le associazioni di categoria, Redacta aveva proposto, inascoltata, di porre come condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione il rispetto – per tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla traduzione alla rilettura delle bozze – dei corretti contratti nazionali ai propri dipendenti e/o dei compensi dignitosi per i lavoratori autonomi coinvolti.
In ogni caso è interessante notare che, a partire dalla fine del 2019, si sono messi in moto altri progetti che prendendo spunto dal modello di Redacta lo hanno declinato allo studio e alla rappresentanza del proprio settore. Questo è avvenuto sia per iniziative in cui ACTA è stata direttamente coinvolta, come l’indagine sui professionisti della comunicazione a seguito della quale è nato il gruppo Acta Media, sia per progetti che, pur scambiandosi suggerimenti e metodi con i membri di Redacta, hanno preferito agire in autonomia (è per esempio la storia della nascita di MeFu, Mestieri del Fumetto). Si tratta di fenomeni organizzativi ancora in fieri, ma si comincia a delineare un modello per la formazione di coalizioni tra lavoratori autonomi che troverà un’immediata prova della sua tenuta e della sua flessibilità nel corso dei prossimi anni, all’insegna della crisi e della riorganizzazione di interi comparti.

Bibliografia

Richard E. Caves, L’ industria della creatività. Economia delle attività artistiche e culturali, ETAS, Milano 2001.
Lionel Fulton, “Trade Unions Protecting Self-Employed workers”, ETUC, Brussels 2018.
ISTAT, “Produzione e lettura di libri in Italia”, 2018, 3 dicembre 2019.
AIE, “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia”, 2019.

 

Redacta

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Il lavoro editoriale tra crisi e innovazione

di Redacta tempo di lettura: 12 min
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