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La foto mostra una donna di età avanzata che scrive, lo scopo rappresentare le pensioni dei giornalisti.

CHI PAGHERA’ LE PENSIONI DELL’INPGI? NOI NO.

21 Maggio 2021 ammortizzatori sociali, Diritti, Lavoro, Previdenza, Vita da freelance

I giornalisti più tutelati vogliono salvare le proprie pensioni a scapito delle scarse risorse dei colleghi freelance e precari.

Il futuro è diventato un problema per i freelance. Un problema che va affrontato adesso, superando le divisioni tra categorie professionali coinvolte nell’editoria: giornalisti, comunicatori, professionalità del mondo dell’informazione.

Nei mesi scorsi è stata diffusa una lettera-appello del comitato “Salviamo la Previdenza dei giornalisti” diretta al presidente Mattarella e firmata da molti volti noti del giornalismo italiano senza distinzione di area politica.

Per salvare la disastrata Inpgi 1 (la gestione ordinaria dei contributi pensionistici versati da giornalisti con contratto di lavoro subordinato) si fa appello sia alla garanzia statale sia a ogni soluzione equa e non punitiva in grado di continuare ad assicurare la pensione e le prestazioni previdenziali a tutti i giornalisti italiani”.

Si tratta però di un’espressione che preoccupa i freelance della categoria (e anche i comunicatori freelance, ma ci arriviamo tra un attimo).

Purtroppo quel “tutti” non si riferisce davvero a tutti i giornalisti. Per due ragioni.

La prima è legata al fatto che i giornalisti freelance iscritti all’INPGI sono molti di più dei colleghi con contratti a tempo indeterminato. Ma, a differenza loro,  spesso sono malpagati. Il risultato è che, una volta in pensione, i liberi professionisti si ritroveranno con mini- assegni da 200 euro al mese (calcolo nostro)  a causa dei bassissimi versamenti. Per contrasto facciamo notare che, tra le pensioni correntemente pagate dall’Inpgi1 agli ex dipendenti, ce ne sono, invece, molte che superano i 5mila euro al mese. Figlie di un’epoca tramontata, e di un sistema retributivo mantenuto ben oltre il tempo massimo e  fino al 2016.

La seconda è invece legata alle soluzioni proposte per salvare il ramo malato dell’Inpgi, la cosiddetta Gestione Ordinaria (Inpgi 1). Palliativi lontani dal risolvere il problema, ma che, ed è forse anche più grave, rischiano di crearne un altro. Il perché è semplice. L’Inpgi 1 ha un buco certificato da 250 milioni di euro. Tra le ricette paventate pochi mesi fa dalla Cassa per salvarne i conti, si è parlato dell’idea di fonderla con la cosiddetta “gestione separata” (o Inpgi 2). Che, però, è virtuosa e in attivo di circa 35 milioni di euro. L’idea, insomma, è quella di impiegarne le  risorse per ripianare l’enorme buco della gestione ordinaria. Senza contare, però, che sono quelle che domani serviranno a pagare le pensioni dei freelance e dei collaboratori precari meno tutelati! Quale futuro li attende?

Per il momento, le bocce sembrano ferme. A fine gennaio 2021 il Cda Inpgi ha approvato un piano di risanamento e tagli che, per adesso, non prevede in modo esplicito la fusione e il ricorso ai soldi della cassa più sana (eventualità peraltro esclusa dallo stesso Statuto Inpgi). Ma è importante tenere alta l’attenzione su questo punto.

Il fatto che, in passato, si sia fatto riferimento a tale soluzione – con il rischio che un domani possano essere rimossi i paletti che oggi impediscono  il ricorso ai soldi della “cassa virtuosa” (le soluzioni “eque e non punitive” di cui sopra) –  è indicativo di un atteggiamento quasi predatorio nei confronti delle categorie di lavoratori meno protette.

Il caso Inpgi, infatti, è un precedente pericoloso anche per altre categorie di freelance, come quella dei comunicatori istituzionali e non.  Nel 2019 il decreto Crescita ha aperto la strada all’ingresso dei comunicatori (che oggi versano i contributi all’INPS) nella cassa dei giornalisti. Si tratta di un’altra delle opzioni considerate per risanare l’Inpgi 1. La logica è semplice:  i giornalisti in attività (cioè quelli che versano i contributi) diminuiscono, mentre aumentano quelli che vanno in pensione. La soluzione intravista è quella di allargare la platea di contribuenti della cassa ordinistica attingendo ai circa circa 17 mila professionisti della comunicazione, tra cui anche 3 mila comunicatori autonomi: i quali, se la riforma andasse in porto, verrebbero fatti confluire nella cassa dei giornalisti con il dichiarato obiettivo di risanarne i conti e garantire gettito extra.

Facciamo notare che si tratta di un altro paradosso: ancora una volta si chiede   (anche a chi lavora in modo  precario e in condizioni di scarsissima tutela) di salvare la cassa di una categoria con cui ha avuto poco o nulla a che fare sino a questo momento dal punto di vista pensionistico. Il passaggio non sarà automatico – mancano ancora le regole attuative – : ma siamo sicuri che non si stia perpetuando l’errore piuttosto che correggerlo con interventi incisivi?

L’IPOCRISIA DELLA LIBERTA’ DI INFORMAZIONE  A RISCHIO

Ma ciò che ci è parso davvero intollerabile è l’ipocrisia della lettera in cui si evoca la libertà di informazione, che sarebbe messa a rischio.

L’appello non racconta che buona parte di chi l’informazione  la fa tutti i giorni è costituita da colleghe e colleghi privi di contratto, collaboratori esterni pagati a pezzo, finte partite IVA e professionisti che lavorano con diverse  modalità più o meno legali, e per cui il versamento dei contributi pensionistici è estremamente faticoso e non supportato né da tutele idonee né da compensi adeguati. Loro una pensione faticheranno ad averla, nonostante la loro cassa sia state gestita in maniera virtuosa. Perché infierire?

In particolare, la categoria dei giornalisti freelance avrà un assegno ridicolo. Moltissimi pubblicisti e professionisti riceveranno circa 200 euro al mese una volta lasciato il lavoro perché i loro compensi non erano (e non sono) sufficientemente dignitosi da garantire i versamenti pensionistici necessari ad ottenere assegni più alti. Aver anche solo pensato di poter far leva su queste esigue risorse per salvare le pensioni di chi opera in testate che sfruttano la manodopera precaria e a basso costo dei colleghi meno tutelati grazie al blasone è profondamente ingiusto, oltre che arbitrario.

UN RAGIONAMENTO SULLE CAUSE

L’Inpgi 1 è stato gestito male e con scarsa lungimiranza da dirigenti i cui stipendi superano (anche oggi) i duecentomila euro. Bilanci alla mano, abbiamo chiesto chiarimenti a presidente e direttore generale. Che non ci hanno risposto.

Ma non è tutto. Tra le cause che hanno condotto all’enorme buco di bilancio ci sono anche ragioni legate al mercato del lavoro  e alle dinamiche del settore dell’informazione. Ragioni che dovevano essere conosciute da dirigenti strapagati.

Il calo delle assunzioni nei giornali – che sono necessarie per garantire un flusso contributivo costante –  era (ed è) cosa ampiamente nota. I prepensionamenti sono stati usati come strategia per ridurre i costi delle aziende, ingrossando le fila dei percettori di pensione. E anche questo ben si conosceva.

Questa dinamica, come accade in molti altri settori, ha portato a uno squilibrio tra i contributi versati all’ente da chi ancora lavora e le pensioni erogate. Anche perché l’INPGI è passata dal sistema retributivo (con cui l’assegno è calcolato sulla base dell’ultimo stipendio percepito) a quello contributivo (con cui si percepisce la pensione sulla base dei contributi versati) solo nel 2016, a ben 20 anni dalla riforma Dini (che risale, invece, al 1996).

C’è poi un ultimo aspetto: il numero di giornalisti con un contratto a tempo indeterminato – quelli più tutelati, e con stipendi minimi molto più alti dei compensi di solito pagati ai freelance con mansioni paragonabili –  è costantemente diminuito nel tempo: su oltre 40 mila iscritti alla previdenza giornalistica nel 2017-2018, solo poco più di 15 mila profili erano inquadrati come lavoratori con contratto a tempo fisso.

Le pensioni minime, peraltro, sono state abolite con la riforma Fornero.

Che ne sarà quindi di giornalisti e comunicatori freelance, che potrebbero trovarsi ad affrontare la vecchiaia con 200 euro al mese?

 

LE PROPOSTE DI ACTA MEDIA

Ci troviamo di fronte a una situazione tragica. Un disastro sociale che va affrontato con riforme universali e strutturali e non con appelli alla salvaguardia degli interessi, peraltro limitati a quelli di una sola parte.

Servono misure che superino le logiche di categoria e la difesa a tutti i costi di sistemi basati su un mercato del lavoro che non esiste più, e che è destinato a non tornare. Ha quindi ancora senso parlare di interventi e misure che finiscono per andare a scapito di categorie già fragili? Non  è forse meglio lavorare a un piano di riforme universali, che sia realmente a favore di tutti i giornalisti, dei comunicatori autonomi e di tutti i lavoratori freelance dell’editoria?

 

Secondo Acta Media un modello alternativo è possibile.  Per questo chiediamo quanto segue:

  • Che un intervento sulle pensioni dei giornalisti sia erga omnes e consideri anche i precari e i freelance, cioè una enorme fetta di chi fa informazione, e non solo chi ha un contratto e una retribuzione che già sono dignitosi;
  • Chiediamo inoltre agli editori (e alle figure redazionali intermedie, quando dipende da loro) di aumentare i compensi dei freelance e dei collaboratori precari portandoli a un livello dignitoso, nel rispetto del dettato Costituzionale (art.36) che impone una remunerazione dignitosa e proporzionale al lavoro svolto dai lavoratori. Da tutti, non solo da quelli dipendenti;
  • Chiediamo di usare – come parametri per calcolare i compensi dei freelance – , i minimi retributivi già fissati dal Contratto Collettivo Nazionale giornalistico;
  • Sottolineiamo il concetto che solo una remunerazione dignitosa può garantire pensioni più dignitose. A tal proposito Acta Media ha elaborato un sistema di calcolo dei compensi modularee basato sulla stime delle ore lavorate e non solo del pezzo o prodotto finito e pubblicato che può essere considerato come punto di partenza per una discussione;
  • Acta Media ritiene, più in generale, che la soluzione per garantire pensioni dignitose passi solo dall’accesso a tutele di base universali dei lavoratori, indipendentemente dal lavoro svolto e basandosi su quei principi di solidarietà (intercategoriale) sui quali si fondano i sistemi pensionistici. L’art. 38 della Costituzione nell’affermare che “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita…” non è certo limitato a chi lavora come dipendente e subordinato!
  • Occorre aprire un confronto serio e non pregiudizievole sulla possibilità anche per i giornalisti freelance di scegliere tra la gestione separata INPGI e la gestione separata INPS;
  • Chiediamo una forma di tutela che garantisca a tutti coloro che hanno un minimo contributivo una base pensionistica minima Chiediamo la reintroduzione di una pensione minima, abolita dalla riforma contributiva, progettata in modo da rappresentare uno stimolo al versamento pensionistico. Ad esempio, il raggiungimento di 20 anni di contribuzione potrebbe garantire, oltre alla pensione maturata, un minimo aggiuntivo equivalente all’assegno sociale.

 

Alcuni link di approfondimento:

 

 

 

Ph. Los Muertos Crew via Pexels

 

Acta Media

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di Acta Media tempo di lettura: 7 min
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