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Bloccata la rivalutazione negativa dei contributi INPS?

| 12 novembre 2014 | LETTO: 665 VOLTE | 2 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

È possibile che si versi più di quanto poi si riceva con la pensione?

Esiste un calcolo equo per dare valore ai nostri contributi?

L’Inps si è reso conto dell’assurda situazione creatasi per effetto del meccanismo previsto dalla Legge Dini 335/95 sul montante contributivo dei lavoratori e pertanto è corso ai ripari inviando una lettera ai Ministri del Lavoro e dell’Economia annunciando che congelerà l’effetto negativo, lasciando il valore nominale dell’importo accreditato. A meno di risposte negative dai responsabili ministeriali la questione dovrebbe essere risolta. Dunque niente -0,1927% sui nostri contributi previdenziali ma “soltanto” ZERO rivalutazione. Cerchiamo di capire meglio che cosa c’è sotto.

Quando noi versiamo i contributi all’INPS, ogni anno questi vengono rivalutati, com’è giusto che sia, per stare al passo almeno con l’inflazione. La Legge Dini ha introdotto un meccanismo di calcolo che in realtà non guarda solo all’inflazione ma anche alla crescita del PIL. Agganciando la rivalutazione dei contributi versati al tasso di crescita del PIL nominale (cioè a quanto è cresciuto il PIL in termini monetari, quindi comprensivo dell’aumento dei prezzi), lo Stato si è garantito un meccanismo di calcolo a proprio favore. Infatti (ed ACTA aveva già avvertito appena scoppiata la crisi del 2008) il combinato disposto di riduzione del PIL e riduzione dell’inflazione, avrebbe inevitabilmente portato ad una situazione negativa. Ed avevamo anche avvertito che la cosa si sarebbe sentita soltanto dopo alcuni anni, perché l’INPS effettua questo calcolo facendo una media sui 5 anni precedenti. Pertanto il peggio deve ancora venire e gli effetti si faranno sentire ancor più nei prossimi anni. Ma nel 2009 tutti pensavano (tranne il sottoscritto e pochi altri) che la crisi sarebbe presto passata.

Il problema non si porrebbe se la rivalutazione fosse agganciata semplicemente all’inflazione cioè al tasso di crescita dei prezzi al consumo. È vero che è possibile anche la deflazione (i prezzi che scendono) ma è praticamente impossibile che la media dei prezzi al consumo, calcolati su un paniere complesso, possa addirittura scendere (infatti, nonostante la forte deflazione in atto, nel 2014 siamo a +0,1%). Ed in ogni caso, se proprio vogliamo parlare di equità (e di principi costituzionali) è giusto che il lavoratore sia protetto dal rischio di perdita del potere di acquisto.

Ma c’è un’altra contraddizione: lo Stato quando deve pagare gli interessi sui BTP quinquennali, riconosce tassi mai inferiori ad 1,5% e comunque sempre superiori al tasso di inflazione. Lo stesso Stato quando deve pagare gli interessi sui contributi versati, invece si aggancia al PIL nominale. Forse perché i BTP li comprano le Banche ed i Grandi investitori esteri (quelli che decidono il mitico Spread) mentre le pensioni le ricevono i lavoratori. Vuoi mettere chi pesa di più sulla bilancia del potere?

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