Acta l'associazione dei freelance

Lettera di un'actiana. Per l'apertura di un dibattito sulla rappresentanza

| 6 ottobre 2013 | LETTO: 1.953 VOLTE | 13 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Cari actiani e non, non sono una sindacalista e non lo sono mai stata, anche perchè per me, come per gli altri lavoratori indipendenti, un sindacato non è mai esistito, anche quando ne avremmo avuto un bisogno vitale, ad esempio per evitare in un silenzio assordante i contributi INPS passassero in pochi anni dal 10% a quasi il 30%. Negli ultimi due anni, però, ho seguito per conto della mia associazione professionale (Assointepreti) i lavori della Consulta e anche le iniziative di Alta Partecipazione, una specie di spin-off autonoma della Consulta. Nessuno, all'interno della Consulta, e in primo luogo Davide Imola, di cui, come Peppe Allegri, posso certificare l'onestà intellettuale e la buona fede, ignora gli aspetti meno "limpidi" della posizione CGIL sui lavoratori autonomi e sui professionisti. Sono anche io d'accordo che le forme di auto-rappresentanza sono quelle a cui dovremmo tendere, tanto è vero che "milito" in Acta con tutte le mie forze, ma bisogna guardare in faccia la realtà: fare lobbying, per quanto autorevolmente, competentemente e onestamente, come Acta fa da anni, non basta a cambiare radicalmente il paradigma della rappresentanza dei lavori atipici, e soprattutto non è sufficiente a modificare in maniera rilevante le condizioni di vita e di lavoro di tutti noi, come dimostra il fatto che tanti, me compresa, hanno dovuto, per motivi di mera sopravvivenza, cercare forme indirette e tutte "italiane" di uscita dalla Gestione Separata, magari autodichiarandosi commercianti o imprenditori e rinnegando così, in una certa misura, proprio quella specificità del lavoro indipendente che abbiamo sempre rivendicato.

Ma, ripeto, bisogna guardare in faccia la realtà. Chi di noi ha la forza (in termini di continuità e livello di reddito) di dedicarsi a tempo pieno o quasi al compito della rappresentanza? E quale sostegno troviamo tra i nostri colleghi lavoratori indipendenti, voglio dire impegno concreto, regolare, costante, oltre a sporadiche adesioni a iniziative telematiche o mediatiche? Quante persone riusciamo a portare davanti al Parlamento, alla Biennale, o anche a far partecipare a semplici riunioni con altri interlocutori con i quali coalizzarci? Io stessa, che avevo tutte le intenzioni di partecipare alla Conferenza Nazionale della Consulta, ho dovuto rinunciare perchè non potevo permettermi, letteralmente, di perdere giornate di lavoro, in questo periodo di crisi.

A me sembra che gli ostacoli che dobbiamo superare per riuscire a creare un sistema di autorappresentanza, siano da una parte, l’estrema frammentarietà e le condizioni di concorrenza diretta e incrociata che caratterizzano il lavoro professionale, e dall’altra, specialmente in questa fase di crisi e di radicali trasformazioni economiche, la sempre maggiore precarietà del reddito di molti lavoratori autonomi di vecchia e di nuova generazione, che li ha resi più vulnerabili rispetto ai ricatti del mercato.

Allora: d'accordo criticare i sindacati, d'accordo criticare chi vuole solo saltare sul carro del lavoro atipico, ma forse occorre anche un po' di onestà intellettuale da parte nostra, e riconoscere che se non nasce un movimento vasto, che possa riconoscerci in associazioni come Acta, la rappresentanza dei lavoratori è destinata a restare nelle mani di chi ha la forza di dedicare risorse, umane e non, al compito quasi quotidiano della rappresentanza stessa.

Siamo allora proprio sicuri che quello con il sindacato sia proprio "un bacio della morte"? perchè non provare a sostenere, convintamente, quei pochi che al suo interno, cercano nuove prospettive? perchè non mettere la parte più conservatrice di fronte alla necessità di essere loro a inseguire noi, e non viceversa? perchè non selezionare, nel panorama sindacale, quelle forze che riteniamo più promettenti, più passibili di un cambiamento di mentalità indotto dall’esterno? dopotutto, questo è anche quello che facciamo, mutatis mutandis, a livello politico-partitico.

D’altro canto, se i vecchi volponi della politica e del sindacalismo si sono accorti dell’improrogabilità di colmare questo vuoto di rappresentanza (magari solo a fini opportunistici), come dimostra il fatto che tutti cercano di intercettare le nuove istanze del lavoro non dipendente, giovanile e non, non potrebbe esserci un’occasione migliore per sfruttare questa circostanza a nostro vantaggio. Restare in uno splendido isolamento, come l'Aventino ci dovrebbe ricordare, in Italia non ha mai portato bene: questo è un paese a vocazione maggioritaria, a volte anche in senso negativo.

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