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Lettera di un'actiana. Per l'apertura di un dibattito sulla rappresentanza

Cari actiani e non, non sono una sindacalista e non lo sono mai stata, anche perchè per me, come per gli altri lavoratori indipendenti, un sindacato non è mai esistito, anche quando ne avremmo avuto un bisogno vitale, ad esempio per evitare in un silenzio assordante i contributi INPS passassero in pochi anni dal 10% a quasi il 30%. Negli ultimi due anni, però, ho seguito per conto della mia associazione professionale (Assointepreti) i lavori della Consulta e anche le iniziative di Alta Partecipazione, una specie di spin-off autonoma della Consulta. Nessuno, all’interno della Consulta, e in primo luogo Davide Imola, di cui, come Peppe Allegri, posso certificare l’onestà intellettuale e la buona fede, ignora gli aspetti meno “limpidi” della posizione CGIL sui lavoratori autonomi e sui professionisti. Sono anche io d’accordo che le forme di auto-rappresentanza sono quelle a cui dovremmo tendere, tanto è vero che “milito” in Acta con tutte le mie forze, ma bisogna guardare in faccia la realtà: fare lobbying, per quanto autorevolmente, competentemente e onestamente, come Acta fa da anni, non basta a cambiare radicalmente il paradigma della rappresentanza dei lavori atipici, e soprattutto non è sufficiente a modificare in maniera rilevante le condizioni di vita e di lavoro di tutti noi, come dimostra il fatto che tanti, me compresa, hanno dovuto, per motivi di mera sopravvivenza, cercare forme indirette e tutte “italiane” di uscita dalla Gestione Separata, magari autodichiarandosi commercianti o imprenditori e rinnegando così, in una certa misura, proprio quella specificità del lavoro indipendente che abbiamo sempre rivendicato.

Ma, ripeto, bisogna guardare in faccia la realtà. Chi di noi ha la forza (in termini di continuità e livello di reddito) di dedicarsi a tempo pieno o quasi al compito della rappresentanza? E quale sostegno troviamo tra i nostri colleghi lavoratori indipendenti, voglio dire impegno concreto, regolare, costante, oltre a sporadiche adesioni a iniziative telematiche o mediatiche? Quante persone riusciamo a portare davanti al Parlamento, alla Biennale, o anche a far partecipare a semplici riunioni con altri interlocutori con i quali coalizzarci? Io stessa, che avevo tutte le intenzioni di partecipare alla Conferenza Nazionale della Consulta, ho dovuto rinunciare perchè non potevo permettermi, letteralmente, di perdere giornate di lavoro, in questo periodo di crisi.

A me sembra che gli ostacoli che dobbiamo superare per riuscire a creare un sistema di autorappresentanza, siano da una parte, l’estrema frammentarietà e le condizioni di concorrenza diretta e incrociata che caratterizzano il lavoro professionale, e dall’altra, specialmente in questa fase di crisi e di radicali trasformazioni economiche, la sempre maggiore precarietà del reddito di molti lavoratori autonomi di vecchia e di nuova generazione, che li ha resi più vulnerabili rispetto ai ricatti del mercato.

Allora: d’accordo criticare i sindacati, d’accordo criticare chi vuole solo saltare sul carro del lavoro atipico, ma forse occorre anche un po’ di onestà intellettuale da parte nostra, e riconoscere che se non nasce un movimento vasto, che possa riconoscerci in associazioni come Acta, la rappresentanza dei lavoratori è destinata a restare nelle mani di chi ha la forza di dedicare risorse, umane e non, al compito quasi quotidiano della rappresentanza stessa.

Siamo allora proprio sicuri che quello con il sindacato sia proprio “un bacio della morte”? perchè non provare a sostenere, convintamente, quei pochi che al suo interno, cercano nuove prospettive? perchè non mettere la parte più conservatrice di fronte alla necessità di essere loro a inseguire noi, e non viceversa? perchè non selezionare, nel panorama sindacale, quelle forze che riteniamo più promettenti, più passibili di un cambiamento di mentalità indotto dall’esterno? dopotutto, questo è anche quello che facciamo, mutatis mutandis, a livello politico-partitico.

D’altro canto, se i vecchi volponi della politica e del sindacalismo si sono accorti dell’improrogabilità di colmare questo vuoto di rappresentanza (magari solo a fini opportunistici), come dimostra il fatto che tutti cercano di intercettare le nuove istanze del lavoro non dipendente, giovanile e non, non potrebbe esserci un’occasione migliore per sfruttare questa circostanza a nostro vantaggio. Restare in uno splendido isolamento, come l’Aventino ci dovrebbe ricordare, in Italia non ha mai portato bene: questo è un paese a vocazione maggioritaria, a volte anche in senso negativo.

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13 Commenti

  1. Giacomo Mazzini

    Per questo tempo fa chiedevo se con la signora Camusso si potesse cercare di parlare vis-à-vis …

    6 Ott 2013
  2. Adele Oliveri

    Cara Susanna, effettivamente poni con coraggio una questione non da poco, sulla quale mi interrogo da parecchio anch’io. Mi rendo conto sulla mia pelle che è difficile assicurare impegno con continuità a una causa importante come quella portata avanti da ACTA, perché il tempo e le energie sono il più delle volte insufficienti. Non saprei però neppure da dove cominciare a intavolare un dialogo con forze di rappresentanza più ampie, perché le dichiarazioni che provengono dalle alte sfere sono il più delle volte sconfortanti. Sembra che noi autonomi siamo percepiti come figli di un Dio minore, nel migliore (?) dei casi come precari da stabilizzare e nel peggiore come evasori fiscale. Il lavoro che abbiamo davanti, per cambiare questa percezione della nostra situazione, è enorme, perché bisogna ripensare (e far ripensare) tutto un paradigma che vede nel lavoro dipendente l’unico meritevole di tutele. Diciamo da tempo che è ora di rimettere al centro del dibattito l’individuo, il cittadino-lavoratore, a prescindere dalla forma in cui sceglie di (o è costretto a) lavorare, perché le nostre traiettorie lavorative, in futuro, saranno sempre più fluide e “atipiche” (io stessa, nella mia breve vita lavorativa, sono stata dipendente, cococo, partita IVA, collaboratrice a progetto e chi più ne ha ne metta). Si tratta di scalfire e rimodellare una visione del lavoro monolitica e granitica, e i tentativi in tal senso non sono mancati e non mancano, né da parte nostra né da parte di altri. L’interrogativo che mi pongo (e ti e vi) pongo è: se già alcune volte fatichiamo a portare avanti le nostre battaglie, ce la faremo nell’immane compito di riuscire a fare breccia all’interno delle grandi forze della rappresentanza?

    7 Ott 2013
  3. susanna botta

    Cara Adele e caro Giacomo, anche io penso sia molto difficile fare breccia nel sindacato, ecco perchè parlo di sostenere chi ci prova dall’interno. Quanto a parlare con la Camusso, non lo so proprio, secondo me la Camusso è proprio uno dei pilastri dell’atteggiamento tradizionale della CGIL, ma provare si può sempre. Discutiamone.
    Quello in cui invece non credo affatto, ma forse è un problema solo mio, è nella possibilità di convincere gli uomini politici e i governi semplicemente “convincendoli che abbiamo ragione”. Io penso che i politici (incluso il sindacato) si spostino dalle loro posizioni solo quando si crea una massa critica, anche non necessariamente in senso “fisico” di movimento di piazza, ma prima di tutto di pubblica opinione e mediatico, tale che non agire farebbe loro perdere voti.
    Il punto è che questo richiede uno sforzo immane da parte nostra, e onestamente, sulla mia pelle, mi sono accorta che con tutta la buona volontà queste forze spesso, per dirla eufemisticamente, non ci sono.
    Il sindacato e gli altri lobbisti sono forti perchè, detta brutalmente, hanno persone che fanno questo lavoro a tempo pieno. Io ho l’impressione che da noi, soprattutto nel nostro mondo, il massimo che la gente è disposta a fare, anche quando sono in gioco i suoi stessi interessi, è cliccare su un sito web o scrivere una mail. E’ importante, è utile, è bello e giusto, ma purtroppo secondo me non basta. Qualcuno ha un’idea migliore?

    7 Ott 2013
  4. Barbara

    Susanna, sono molto d’accordo con te. E nel riflettere sulla mia mezza gironata ai lavori della consulta a Roma ero arrivata pressapoco alla stessa conclusione. A breve vi mando un aggiornamento su questo.

    7 Ott 2013
  5. Francesca

    Io non vorrei deludervi/deluderci, ma visto lo stato dell’arte, temo che puntare sulla CGIl porterebbe via altrettanto tempo ed energia – per riuscire a spostare la grande organizzazione sulle nostre posizioni – di quelle che dobbiamo dedicare oggi. E altrettante frustrazioni, se non di più.

    A meno di non delegare totalmente alla Consulta, a Davide Imola, a chi già ci sta. E ritornarcene nei nostri uffici a lavorare buone buone.

    Io al momento non ci sento isolati, né aventiniani. Tanti ci chiamano, ci corteggiano, ci chiedono pareri e collaborazioni. E scegliere una fra le altre realtà al momento non sarebbe una mossa vincente per la categoria. Vorrebbe dire soprattutto cedere a una delle micro-visioni sulla nostra realtà lavorativo, a scapito delle altre. Mentre al momento noi siamo gli unici che in qualche modo riusciamo a racchiuderle tutte e farci portatori di una condizione più complessa e sfaccettata di quanto altri vorrebbero farci credere.

    7 Ott 2013
  6. CGIL

    La CGIL? Quelli vedono solo statali e dipendenti della grande impresa…Sapete che pensano di portare la contribuzione al 24+9 rivalsa? Non vuol dire al 33 di fatto? Se davvero ci tengono alla sorte degli indipendenti….perché non hanno mai proposto e non propongono per i microautonomi una contribuzione umana e un sistema di deduzioni/detrazioni come quello dei dipendenti?

    7 Ott 2013
  7. Giontix

    La CGIL ma per favore siamo realisti!!! Noi siamo il fumo negli occhi e quelli che non pagano le tasse da loro punto di vista, tanto per generalizzare.
    Non ho grandi soluzioni in merito, sono convinto che ci serva una rappresentanza forte, ma non vedo proprio come possa essere la CGIL..
    La loro più grande soddisfazione sarà portare noi al 33% di INPS!!!

    7 Ott 2013
  8. luigi plos

    Susanna; con la lucidità che ti contraddistingue cerchi di portare soluzioni e non solo critiche, e questo va a tuo merito.
    Se si vuole cercare una sponda nei sindacati è magari opportuno che dalla camusso in giù abbiano ben chiaro che gli autonomi che lavorano B2B non possono evadere nulla, a differenza degli autonomi che lavorano con i privati.
    Finché camusso e c. continuano a strillare sui mass media che siamo evasori ecc.ecc. è immagino difficile per chi sta sotto di loro provare a fare qualcosa per noi (e peggio mi sento se camusso e c. conoscono invece la differenza fra le due categorie di autonomi e nulla fanno per spiegare).
    Insomma, per avvicinarci al sindacato (x,y,z) dovremmo innanzitutto pretendere che non ci siano più dichiarazioni ostili nei nostri confronti, che in pochi secondi vanificano il nostro impegno.
    E sappiamo che è dura non sentire solidarietà, perché tutti pensano che noi evadiamo.
    Inoltre la liquidità in Italia si sta rarefacendo sempre di più, e questo rende ancora più difficile (forse impossibile) la nostra lotta.
    Direi cmq di esplorare la strada indicata da Susanna, pur con l’enorme avversione che ho per i sindacati.

    7 Ott 2013
  9. fernando

    cara Susanna
    sono pienamente daccordo con te infatti se ACTA non prende questa decisione non andrà da nessuna parte.
    ho l’impressione che i fondatori di questo movimento si siano montati la testa

    7 Ott 2013
  10. Mario Panzeri

    Ricordo che il 20 luglio scorso, non dieci anni fa (che comunque costituirebbero un breve periodo), il prof. Ranci ha scritto in questo sito:
    “..Sarà vero che gli attivi di Acta sono indenni dall’evasione fiscale….ma molte altre Partite Iva invece evadono, e alla grande. Lo mostrano infiniti rapporti e analisi…Siamo sicuri che anche tra i professionisti del terziario avanzato non siano diffuse pratiche di evasione? E’ un tema spinoso e complesso, ma negarlo non aiuta certo a risolvere i problemi delle Partite Iva. E non basta riconoscere il problema, bisogna anche trovare soluzioni sensate (anche a costo di apparire antipatici). Secondo me una via possibile sarebbe quella di offrire un grande patto di solidarietà (tasse pagate per davvero, in cambio di garanzie più estese e più sicure) a tutti i lavoratori autonomi, superando la divisione in categorie professionali che tanto ha nuociuto in passato…”.
    Se perfino un accademico, che dovrebbe analizzare la realtà scientificamente, non sa fare altro che ripetere luoghi comuni senza alcun rapporto con i fatti e slogan privi del benché minimo significato concreto, come si può anche soltanto ipotizzare che chi, per motivi ideologici e di interesse personale, ci considera degli alieni da eliminare possa rappresentare per noi un utile e positivo punto di riferimento?
    L’arretratezza culturale di questo paese sui problemi del mondo del lavoro e della produzione è sconvolgente, ma non è nascondendo la testa sotto la sabbia che si riuscirà a favorire il progressivo abbandono di posizioni trogloditiche.
    Quando ACTA è nata nessuno ha detto che si sarebbero ottenuti risultati concreti nel giro di pochi anni. La battaglia per i diritti dei lavoratori indipendenti – è bene esserne consapevoli fino in fondo – non è, mutatis mutandis, diversa e meno drammatica di quella condotta per due secoli dai lavoratori dipendenti. Con l’unica differenza che gli sfruttatori di oggi (mondo politico, grandi organizzazioni sindacali ecc.), a differenza di quelli di allora, non contribuiscono nemmeno ad un seppur iniquo sviluppo economico del paese: questi, anzi, gli tarpano le ali in tutti i modi possibili.
    Cercare scorciatoie facendosi fagocitare dai sindacati, e in particolare dalla CGIL, è davvero soltanto un modo per buttare via le modeste risorse di cui disponiamo. Chiedete ad Anna Suru come finì qualche anno il tentativo di sensibilizzare le organizzazioni sindacali sulla insostenibilità e ingiustizia di uno dei tanti aumenti contributivi che si sono registrati in questi anni: con l’intervento di Roma che costrinse i rappresentanti sindacali di categoria lombardi a ritirare l’appoggio alle tesi di ACTA che miracolosamente la stessa Anna, Alfonso ecc. erano riusciti a far loro sottoscrivere (ancora oggi considero comunque quell’iniziale adesione un capolavoro dei vertici di ACTA e una dimostrazione – lo dice un emiliano – che, piaccia o meno, la Lombardia costituisce sempre l’area più avanzata del paese).
    I sindacalisti come la Camusso, che ancora hanno in mano tutte le leve del potere all’interno delle rispettive organizzazioni (eccetto quelle che manovrano i Landini di turno), non sono una possibile soluzione al problema: sono IL problema. Evitiamo, per favore, di cadere nella sindrome di Stoccolma.

    8 Ott 2013
  11. Luciano Consolati

    Gentile Susanna colgo l’occasione della tua puntuale lettera per esprimere il mio parere in merito. Sono iscritto ad Acta da qualche anno, più per curiosità ed interesse a capire questo movimento in “fieri”, che non per utilizzare servizi ed altro. Provengo da incarichi di responsabilità in associazioni di rappresentanza del mondo dell’impresa e parto da questa considerazione: Acta rispetto alle risorse a disposizione ( ho visto il bilancio) ha svolto e svolge un ‘azione di visibilità efficace.
    Si tratta di tener presente che le “cosiddette ” parite iva rappresentano una “terra di mezzo” tra lavoro dipendente e imprese.
    Nella tua richiesta di avvicinamento ad un sindacato sta tutto il problema della definizione di chi siamo o di che cosa vogliamo essere::
    – lavoratori atipici che vorrebbero essere dipendenti, ma non ci riescono;
    – imprenditori di noi stessi, che abbiamo assunto il lavoro autonomo/professionale come scelta di vita.
    Questa distinzione è fondamentale per creare in qualche modo un’organizzazione di rappresentanza che si costruisce in primo luiogo attraverso un processo identitario ( valori, problemi e interessi comuni da difendere e tutelare), in secondo luogo, attraverso servizi e supporti agli associati che vanno nella direzione di creareopportunità e non solo adempimenti.
    Chiarito questo passaggio cruciale, non penso che sia il caso di “appiattirsi” su organizzazioni esistenti che stanno vivendo, anche se con fenomeni di inerzia dai tempi lunghi, una crisi della rappesentanza da molti anni,con consistenti perdite di associati.

    Acta può essere una “positiva novità” nel fare rappresentanza, forse se mi è consentito un suggerimento con più coraggio e determinazione
    Ciao

    Luciano

    8 Ott 2013
  12. Anonimo codardo

    Salve,
    io non mi esimerei dal tenere fuori dal tavolo il discorso delle casse INPS.

    Avendo ormai consolidato (per non dire concluso) il percorso verso un sistema di pensionistico su base contributiva avere casse separate per le diverse tipologie di lavoro o classi non ha più significato.

    Un cittadino lungo il proprio percorso lavorativo verserà quello che dovrà e/o potrà sul proprio conto. Avere una separazione in casse rischia solo di diventare un pericoloso e vergognoso escamotage per cercare di spalmare su tutti i cittadini gli errori di gestione di certe casse e non altre; per non parlare della vergognosa gestione della gestione separata.

    Cordialità,
    A.C.

    8 Ott 2013
  13. peppe allegri

    Leggo molto in ritardo questo bell’intervento di Susanna e me ne scuso!
    Mi sembra che Susanna centri il problema dell’urgenza di (auto-)rappresentanza delle forme del lavoro (e di vita, si direbbe!) non subordinate-salariate-dipendenti in un Paese che non ne vuole sapere!

    Ho il timore che questo sia il problema (direi quasi culturale) della nostra storia sociale: come (auto-)rappresentarsi in un Paese che si fonda su corporazioni (ideologiche, sindacali, partitiche, professionali, padronali, etc.) sorde e chiuse a ciò che è altro da loro, soprattutto di “indipendente”? Quindi difficile che lo si riesca a risolvere noi, ahimé…

    Nel nostro “piccolo”, forse, si potrebbe pensare di convocare noi questi singoli disponibili delle strutture sindacali esistenti, organizzando noialtr@ indipendenti un confronto con loro, propensi ad ascoltarci ed interloquire in modo produttivo (per arrivare ai vertici sindacali)…
    Venire loro da noi, insomma, piuttosto che noi sempre da loro.
    Una sorta di: “venite a Canossa!”. O più modestamente: “Hic Rhodus, Hic Salta”!

    Grazie a Susanna, per aver riaperto questo vaso di Pandora (forse ho esagerato con le metafore…)

    pa

    15 Ott 2013

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