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Gli stereotipi sulle partite Iva difficili a morire

| 5 marzo 2013 | LETTO: 4.642 VOLTE | 2 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Non c’è verso: o siamo finte partite iva, o siamo “upper class”.
Le ricerche e le analisi dovrebbero servire a capire ciò che accade, non ad interpretazioni fantasiose o peggio essere forzati a dare sostanza a pregiudizi.
Due esempi recenti che ci riguardano, il primo relativo alla crescita delle partite IVA e il secondo alla dinamica dei redditi.

Boom di finte partite iva?
Nel 2012 sono state aperte 549.015 partite iva, con un aumento del 2,6% rispetto al 2011 (+14.088). La crescita è stata trainata dai giovani fino a 35 anni, a cui si deve l’apertura di 211.581 aperture, + 23.921 rispetto al 2011, corrispondenti ad un +12,7% (dati MEF, Ministero Economia e Finanza).
In molti hanno interpretato queste dinamiche come effetto di una crescita delle finte partite iva. Secondo Bertolussi della CGIA di Mestre:

L’aumento del numero delle partite Iva in capo ai giovani lascia presagire, nonostante le misure restrittive introdotte dalla riforma del ministro Fornero, che questi nuovi autonomi stiano lavorando prevalentemente per un solo committente. Visto che questo boom di nuove iscrizioni ha interessato in particolar modo gli agenti di commercio/intermediari presenti nel settore del commercio all’ingrosso, le libere professioni e l’edilizia riteniamo che la nostra chiave di lettura non si discosti moltissimo dalla realtà.

Dice invece Ilaria Lani, responsabile per le Politiche giovanili della Cgil:

Il motivo per cui abbiamo ragione di ritenere che una parte consistente delle partite Iva sia falsa è proprio il fatto che i dati degli ultimi anni dimostrano che hanno un solo committente e in forma continuativa, e questo tradisce la possibilità di un abuso.

E infine leggiamo che secondo i Freelance Italiani, sulla base di dati ISFOL, le nuove finte partite IVA sarebbero 400.000!

In realtà i dati MEF non ci dicono nulla sul fatto che si tratti di finte o vere partite IVA.

L’interpretazione CGIA basata sui settori lascia alquanto perplessi, anche perché i trend non sono esattamente quelli citati nella dichiarazione di Bertolussi.
Nell’edilizia le aperture di partite iva da parte dei giovani, sempre secondo i dati MEF, sono diminuite del 3,6% (non cresciute) e nel commercio sono aumentate del 5,6% in proporzione meno della media (e nessun dato ci dice che siano agenti di commercio).
È invece vero che le nuove aperture sono significativamente cresciute (+21,2%) nei servizi professionali alle imprese (ma anche in altri settori non citati, come ad esempio la sanità + 23,2%, l'istruzione + 56,5%, le attività di intrattenimento +25,2%, i servizi di supporto alle imprese +26,4%).

Infine, i dati dell’Isfol citati (si veda tabella 4 a pag. 13 di Atipicità, flessibilità e precarietà) a sostegno del peso delle finte partite Iva sono riferiti al 2010, non alle ultime tendenze, e descrivono un fenomeno minoritario: stimano l’esistenza di 300.000 finte partite iva su un totale di circa 2 milioni, con un’incidenza del 15% (a seconda dei criteri utilizzati la stima raddoppia, ma resta minoritaria; se si considera il criterio della volontarietà, la partita Iva risulta imposta al 10% dei lavoratori autonomi; sulla base di altre stime, come quelle compiute da Ranci in "Partite Iva", le finte partite Iva sono inferiori, intorno al 13%).
Soprattutto si tratta di un dato di stock, non di flusso, 300.000 (o 400.000) non è la consistenza delle nuove finte partite Iva, ma l’insieme di nuove e vecchie finte partite Iva.

Lavoro autonomo categoria forte e con reddito in aumento?
"Affari e Finanza" di ieri citando l’indagine della Banca d’Italia sui redditi delle famiglie parla di forte aumento dei redditi autonomi e di calo del reddito dei dipendenti nel periodo 2000-2010 e presenta gli autonomi come upper class.
Si legge su Affari e Finanza che i dati riportati:

Dicono che c’è stato un gigantesco trasferimento di risorse – quelle scarse risorse che in un magro decennio l’Italia ha saputo creare – dai lavoratori dipendenti nel loro complesso (compresi dunque gli operai) a quelli autonomi (imprenditori, liberi professionisti, commercianti).

Si legge ancora che:

Nel decennio d’oro di Berlusconi è stata l’upper class ad avvantaggiarsi nettamente. La maggior parte dei lavoratori dipendenti (ad esclusione dei dirigenti) sono invece diventati relativamente più poveri.

E inoltre che:

Il quadro disegnato dalla Banca d’Italia mostra un paese in difficoltà, dove le differenze sociali si accentuano e le categorie più forti (autonomi, imprenditori, liberi professionisti, dirigenti) ottengono congrui aumenti dei redditi, mentre quelle più deboli (operai, ma anche impiegati, che insieme rappresentano il 40% della società italiana) vanno avanti a fatica o addirittura si rassegnano, come i lavoratori manuali, a consumare di meno in termini reali rispetto a 10 anni prima, nonostante lo sfruttamento di parte dei risparmi. Per quanto tempo questo andamento potrà continuare? E fino a quando chi si sta progressivamente impoverendo a fronte di un relativo aumento del benessere delle categorie privilegiate continuerà ad avere un atteggiamento rassegnato? Ma forse la protesta è già cominciata, e i risultati elettorali possono senz’altro essere letti come una risposta parziale e istintiva a questi problemi.

Ma è davvero così?
Il Bollettino Banca d’Italia, che riporta i dati dell’ultima indagine campionaria compiuta a cadenza biennale sui bilanci delle famiglie, fa riferimento solo ad un periodo più breve di quello esaminato da “Affari e finanza”, ovvero il periodo 2006-10, da cui risulta un calo dei redditi autonomi superiore al calo dei redditi dei dipendenti.
A pagina 17 del Bollettino si legge:

Il reddito da lavoro dipendente ricevuto in media da ciascun percettore è risultato pari a 16.559 euro (tav. C6), pressoché lo stesso livello in termini reali rispetto al 2008 (-0,3 per cento). Nel biennio precedente era stato registrato un calo pari al 3,3 per cento. Quello da lavoro indipendente è risultato pari a 20.202 euro, con una diminuzione in termini reali del 2,3 per cento (tra il 2006 e il 2008 si era registrato un calo di oltre il 12 per cento).

In nota si riportano inoltre i dati di contabilità nazionale (quindi non campionari):

Secondo i dati di contabilità nazionale, fra il 2008 e il 2010 il reddito dei lavoratori dipendenti (ottenuto come rapporto fra reddito da lavoro dipendente e numero di occupati dipendenti) è lievemente aumentato in termini reali (+0.8 per cento). Nel biennio precedente si era ridotto del 2,6 per cento. Il reddito dei lavoratori indipendenti (ottenuto come rapporto fra reddito da lavoro indipendente e numero di occupati indipendenti) risulta invece diminuito di circa il 3,5 per cento fra il 2008 e il 2010. Nel biennio precedente risulta invece un calo del 6,7 per cento.

È possibile che negli anni precedenti al 2006 l’andamento sia stato più favorevole ai lavoratori indipendenti ma, come sempre, la scelta del periodo di riferimento per l’analisi dei dati non è ininfluente e infatti il trend che emerge negli ultimi anni è opposto a quello segnalato e soprattutto non è corretto chiosare, come fa “Affari e Finanza”:

Gli ultimi dati si fermano al 2010 ma è presumibile pensare che questo trend sia continuato e si sia anzi accentuato nei due anni successivi.

Ovvero ipotizzare un sempre maggiore benessere economico dei lavoratori autonomi quando i dati di Banca d’Italia e quelli di contabilità nazionale sull’ultimo quadriennio dimostrano esattamente il contrario.

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