Acta l'associazione dei freelance

La prossima volta cercate di nascere dipendenti

| 3 dicembre 2010 | LETTO: 1.854 VOLTE | 3 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

È passato da poco il 30 novembre, innominabile data-boia: coincide infatti con la scadenza del versamento del secondo acconto – perentorio, non rateizzabile –  di tasse e contributi. E che contributi! Per i professionisti non ordinistici siamo giunti, si sa, al 26,72%. Un drenaggio insostenibile (dal punto di vista del prelievo subìto), ancorché insufficiente alla costruzione di un congruo montante contributivo (benché, forse, qualche alternativa di gestione ci sarebbe, se non altro privatistica). Per non parlare, al presente, della controparte di servizi sociali che ci vengono riconosciuti... No comment.

Sono osservazioni cui accenno rapidamente, rimandando ad altri post in questo stesso sito (per esempio gli articoli nella categoria Previdenza) per analisi più dettagliate e approfondite. Avviso chi si fosse affacciato da poco al mondo del lavoro autonomo che si tratta di materiale per stomaci forti e sistemi immunitari ben collaudati. Penso soprattutto alle nuove leve, a tutti quei giovanissimi speranzosi costretti dal mercato e dalle ipocrisie della politica a questa sorta di onerosa iscrizione al “collocamento”, che è oggi spesso l’apertura della Partita IVA. Non solo: penso anche ai manager-outsider, ex dipendenti espulsi dalla forza centrifuga della crisi, che cercano coraggiosamente e ostinatamente di ricollocarsi come consulenti. Tutti soggetti, in ogni caso, piuttosto lontani dall’iniziativa deliberata che dovrebbe costituire il sano e naturale movente delle nostre categorie – come un tempo è stato, e come ancora potenzialmente potrebbe essere, se non fosse che nulla incoraggia questo gesto, e tutto invece lo forza. Un paradosso a cui, crisi o non crisi, stentiamo a piegarci.

Tutto questo breve ragionamento è l'occasione per segnalare una puntata di Nove in punto, la versione di Oscar, dall'eloquente titolo I tartassati del fisco, andata in onda qualche giorno fa su Radio 24 e ora disponibile in podcast e che riproduciamo anche qui, di seguito.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l'ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Dal 13esimo minuto circa il conduttore Oscar Giannino, con l’aiuto del commercialista Alessandro Esposto, esibisce il caso tipico di un lavoratore autonomo in regime fiscale cosiddetto “agevolato” o “dei minimi”, esplicitandone l’effettiva imposizione fiscale nonché l’ardua esposizione finanziaria (e si torna alle date-boia, di cui si diceva all’inizio). Si noti che la Gestione Separata non prevede una soglia minima di esenzione bensì, per contro e per assurdo, un massimale. Ovvero: oltre una certa soglia non si paga più. Ma non è l’unico difetto del regime dei minimi; e contemporaneamente la situazione è ancor più vessatoria, a maggior ragione, per chi appartiene al regime ordinario (per opzione o perché oltre i 30mila euro), non favorito nemmeno dall’offerta amichevole del regime di flat tax al 20%, né dall'esenzione Iva ecc.

Qualcuno ha idea a cosa corrispondano 30mila euro di fatture all’anno, al netto di tasse e contributi? Senza contare gli accantonamenti che sarebbero necessari per simulare in proprio un TFR o una previdenza privata o un’indennità che copra i tempi forzati di non lavoro (chessò per congedo parentale o infortunio o anche, banalmente, malattia)? Comunque, in certi settori e in certi frangenti: chi ci arriva, ai 30mila, è bravo.

La conclusione del giornalista è questa: la rapina fiscale da parte dello Stato nei confronti di certe parti sociali, ancorché più deboli (come il caso esplicitato), può veicolare un messaggio soltanto: dovete diventare dipendenti a tempo indeterminato. Il che, aggiungo io, sembra una barzelletta.

Uno Stato così, dico io, non soltanto è illiberale, ma non è neppure sociale. È un incubo.

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