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L’Italia ha bisogno di fosforo: Anna Soru risponde alle critiche di Costanzo Ranci

16 Luglio 2013 Fisco, Previdenza

Dopo gli interventi di Dario Di Vico sul Corriere della Sera e di Roberto Ciccarelli sul Manifesto, anche Costanzo Ranci interviene sulla nostra piattaforma “L’Italia ha bisogno di fosforo.” E lo fa sulla Nuvola del Lavoro.

Riportiamo alcuni stralci del suo post:

… Acta propone la seguente soluzione. Distinguiamo, una volta per tutte, le P. Iva ricche da quelle povere. Ai ricchi concediamo la possibilità di un exit parziale dal sistema previdenziale pubblico, abbassando aliquote e benefici a quelli già previsti per altre figure del lavoro autonomo (artigiani, commercianti, libere professioni).

Ai poveri proponiamo un sistema simile a quello in vigore per il lavoro dipendente (che era poi la ricetta Fornero): alta contribuzione (non però al 33%) in cambio di alta protezione.

A me pare che questa proposta abbia due punti molto deboli. In primo luogo, rischia di uccidere i poveri ancor prima che essi possano approdare alla pensione: a questi si chiede infatti di accettare un carico contributivo elevatissimo proprio nel momento di maggiore debolezza reddituale, in cambio di una garanzia futura poco credibile e di modesta entità.

In secondo luogo, separando ricchi e poveri, il sistema previdenziale verrebbe frantumato nella sua base di solidarietà. Ogni sistema pensionistico moderno si fonda su una forma, per quanto attenuata, di solidarietà tra generazioni e tra gruppi sociali, tale per cui i membri più forti della società contribuiscono almeno un poco a sostenere i più deboli (i più anziani, i più malati, i più poveri).

… Ci sono altre soluzioni ai problemi sollevati da Acta? A me appare più convincente una soluzione, largamente praticata in Europa, fondata sull’istituzione di più pilastri del welfare. Non possiamo ostinarci a voler risolvere tutti i problemi previdenziali e contributivi, di ricchi e poveri, restando in un unico sistema di solidarietà.

Probabilmente non siamo riusciti a spiegarci bene, ma la proposta Acta è ben lontana dal voler dividere tra poveri e ricchi, al contrario vuole favorire soprattutto chi ha redditi più bassi. La sintesi fatta da Ranci è una caricatura.

Ci riprovo, ma prima di tutto vorrei contestare due passaggi:

1) Si può considerare 30.000 euro di reddito lordo l’anno una soglia di ricchezza? Tale per cui coloro che la superano ”hanno accumulato proprietà e reddito, ed hanno un’attività ben avviata”? Con l’attuale pressione fiscale e contributiva significano circa 1.300 al mese. Suvvia!

2) Riemerge il solito stereotipo della partita iva evasore fiscale, (“fedeltà fiscale, già non troppo forte, delle partite Iva più ricche”) riferito ai professionisti iscritti alla gestione separata, che nella gran maggioranza dei casi lavorano per imprese e pubbliche amministrazioni e che quindi non hanno alcuna possibilità di evasione. Fedeltà che dipende dal tipo di clienti e non dalla “ricchezza”.

Ciò che proponiamo non mette in discussione l’universalismo e la solidarietà collettiva del sistema previdenziale, né contestiamo l’esistenza di un sistema pensionistico obbligatorio (anche se contrastiamo l’uso pseudosolidaristico a vantaggio di chi ha diritti acquisiti col regime retributivo, a scapito di chi è nel contributivo).

Il nostro punto di partenza è l’aver constatato (con rilevazioni dirette ai nostri iscritti) che una parte dei professionisti autonomi è indubbiamente più sensibile alle garanzie, un’altra parte invece rivendica il diritto (riconosciuto a tutte le altre categorie di lavoratori autonomi) di provvedere in proprio a costruirsi un sistema di sicurezze, con assicurazioni, investimenti etc.
Per questi due gruppi, in sostituzione dell’attuale sistema che (già ora senza l’aumento dei contributi al 33%) è costoso come quello di un dipendente ma senza alcuna tutela, proponiamo due diversi regimi fiscali- previdenziali, uno che punta all’innalzamento delle garanzie al livello dei dipendenti, il secondo alla riduzione della contribuzione a quello degli altri autonomi. Il “regime garantito” è accessibile sino ad un massimo di 90.000 euro, il regime non garantito è accessibile a chi ha più di 30.000 euro.

Le due opzioni potrebbero essere totalmente libere, ogni professionista potrebbe scegliere il regime fiscale-previdenziale a cui aderire.
Abbiamo optato per rendere il “regime garantito” obbligatorio sotto i 30.000 euro (ma sull’obbligatorietà ci sono ancora discussioni) per due ragioni :
1) per fare in modo che chi è costretto ad aprire una partita iva pur lavorando in realtà in condizioni di subordinazione, debba rientrare in un sistema di tutele, per contrastare la diffusione dell’uso della “falsa partita iva” al solo scopo di risparmiare sui contributi;
2) perché nelle situazioni più fragili è difficile fare a meno degli ammortizzatori sociali, così come è difficile riuscire a provvedere ad una pensione complementare, che infatti per moltissimi è solo un’opzione teorica.

Infine è importante sottolineare che il “regime garantito” che proponiamo prevede un calcolo della contribuzione come per i dipendenti (i 2/3 sul fatturato e 1/3 sul reddito al netto dei 2/3) e un’esenzione fiscale sul 25% del reddito, che vanno a compensare l’aggravio dei contributi (a cui va aggiunto il risparmio del commercialista reso possibile dalla semplificazione fiscale). Proprio perché è vantaggioso, abbiamo escluso che possa essere applicato a chi ha un reddito che supera i 90.000 euro.

La nostra proposta è comunque aperta alla discussione e all’introduzione di miglioramenti e ringrazio Costanzo Ranci per il suo contributo. Anzi, colgo l’occasione per invitarlo ad un’iniziativa che faremo a breve (dopo la pausa estiva) proprio per confrontarci sulla nostra piattaforma.

ACTA

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12 Commenti

  1. Federica

    Acta, per favore, parlate più semplice. Usate un linguaggio difficilista tipico di chi vuole farsi ammettere nelle Stanze perché conosce l’argomento. Invece voi dovete farvi capire dall’idraulico con Partita IVA, perché fra le altre cose questa divisione fra partite IVA pseudointellettuali e partite IVA muscolari è un’idiozia assoluta, visto che abbiamo più in comune con un muratore romeno assunto a partita IVA per arrampicarsi su un tetto che non con un consulente del governo strapagato centinaia di migliaia di euro per mettersi una giacca e una cravatta.

    16 Lug 2013
  2. Mario Panzeri

    ACTA significa Associazione dei consulenti del terziario avanzato e non Associazione delle partite IVA, con le specificità che questo comporta. Se Federica non si riconosce tra i consulenti del terziario avanzato, invece di parlare di linguaggio “difficilista” (che magari è soltanto corretto anziché approssimativo, e intende evitare, nei limiti del possibile, che si creino gli equivoci e i fraintendimenti che il semplicismo sempre comporta) può sicuramente rivolgersi ad altra associazione (per esempio dei muratori romeni) che possa meglio rappresentare le sue istanze ed evitare di accusare coloro che dedicano tempo, energie e denaro ad ACTA – ai quali va tutto il mio apprezzamento – di aspirare ad essere ammessi nelle Stanze (questa sì che è un’idiozia: quando non si conoscono le cose è assai meglio tacere).

    16 Lug 2013
  3. Alliandre

    E io, come ho già scritto commentando nel ppost dedicato alla piattaforma, insisto a dire che la divisione per reddito per me è una cavolata, e non mi ripeto qui perché mi sembra d’essert stata già sufficientemente chiara di là.
    E comunque meglio restare a combattere sulla riduzione delle aliquote INPS, senza andare a toccargli q

    16 Lug 2013
  4. Alliandre

    (errore di invio, termino la frase) …senza andare a discutere anche su quelle IRPEF (fascia ‘debole’) ché si rischia di non essere ascoltati su nessuno dei due fronti.

    16 Lug 2013
  5. Andrea

    Io invece sono pienamente d’accordo con quanto scritto da Anna Soru, perché la battaglia si fa sia sulle aliquote ma anche sul compenso pensionistico riconosciuto, inoltre sono pienamente d’accordo sulla solidarietà del sistema pensionistico.
    Saluti.

    16 Lug 2013
  6. Federica

    La permalosità è una brutta bestia, quando è condita di classismo e sordità come nella risposta di Mario Panzieri, poi, è ancora peggio. Io sono una traduttrice e una giornalista freelance, what’s ‘terziario avanzato’? Non mi dice niente ma non è questo che m’interessa, sono socia ACTA perché ho stima di alcune persone che in essa s’impegnano. Ma ora sono anche un po’ pentita di aver rinnovato la mia quota, perché trovo il vostro atteggiamento verso le critiche sinceramente odioso. Fareste bene a volerli ascoltare i vostri soci, se è vero che ‘senza di te non c’è ACTA’. A me la suddivisione fra ‘consulenti terziario avanzato’ e partite IVA non sembra di primaria importanza, anzi sembra molto sbagliata, nel momento in cui si fa battaglia rispetto all’INPS. Non trovi, Mario Panzeri? Non ti sembra più utile _unire_ le partite IVA invece che classificarle e dividerle? Cui prodest? Senza rinunciare alle proprie specificità (magari spiegandole) la questione più seria è unire le persone, non rispondere a questo o quell’altro esperto. La strategia di ACTA per costruire l’associazione qual è? L’ho già chiesto più volte negli anni e non mi è stato mai risposto. Se permettete, la cosa mi preoccupa perché sono vostra socia dunque fino a prova cotnraria, sul mio direttivo ci conto.

    18 Lug 2013
  7. Alfonso

    Io veramente non capisco di che parliamo, e anche il discorso di Ranci è così pieno di contraddizioni che non so da dove cominciare. Ma scusate, allora c’è già stata la rottura del principio di solidarietà, perché noi tutti siamo destinati a pagare il 33%, artigiani e commercianti il 24%, professionisti con albo dal 12 al 16%.Sono anni che siamo in difficoltà perché ci collocano ora fra i dipendenti, ora fra gli evasori, e sarebbe ACTA a infrangere la solidarietà (finta) fra lavoratori? (finta perché chi ha i diritti acquisiti e chi deve solo versare secondo necessità non sue ma del sistema previdenziale)solo perché cerca di introdurre un nuovo criterio di distinzione?
    Quanto alla semplicità del linguaggio: mio papà, operaio con licenza di studi elementare, si faceva delle gran letture di contratti collettivi di lavoro, di clausole e norme varie per non farsi fregare. Forse è ora che anche i lavoratori della conoscenza comincino a studiare un po’ di più, altrimenti continueranno a lasciarsi fregare.

    18 Lug 2013
  8. costanzo ranci

    Rispondo alla risposta di Anna Soru al mio intervento pubblicato sulla Nuvola del Lavoro, ringraziando della vostra ospitalità. Procedo per punti per essere chiaro.
    1. La divisione tra Partite Iva ricche e povere non corre certo sul filo dei 30.000 euro annui (non credo di averlo scritto, peraltro), ma viene introdotta dalla proposta Acta quando distingue tra “povere” (sotto i 30.000 euro) e “ricche” (oltre i 90.000 euro). Ritengo che in un paese civile i ricchi debbano concorrere a sostenere (almeno un pò) i poveri, e non possano semplicemente uscire dal welfare di tutti. E’ vero che molte partite Iva non iscritte ad Acta godono ancora oggi di contribuzioni favorevoli. Sarebbero da abolire questi privilegi, e non certo da aggiungerne di nuovi.
    2. Che la riforma Fornero, anche migliorata, offra una tutela certa alle Partite Iva “povere” non mi pare affatto garantito. Intanto chiede un livello molto elevato di contribuzione. Preferirei un sistema in cui dipendenti e indipendenti siano tutelati alla stessa maniera e paghino eguale, non solo per la pensione ma anche per l’assicurazione contro la disoccupazione. Le “false partite Iva” non vanno combattute (è una battagia persa in partenza) ma protette a prescindere dal loro reddito e dalla tipologia contrattuale. Invece che aumentare all’infinito privilegi o trattamenti differenziati, preferirei un sistema che stabilisca poche regole (e relativi benefici) validi per tutti, a prescindere dalla posizione contrattuale.
    3. Sarà vero che gli attivi di Acta sono indenni dall’evasione fiscale….ma molte altre Partite Iva invece evadono, e alla grande. Lo mostrano infiniti rapporti e analisi. L’incidenza media dell’evasione sui redditi complessivi per i lavoratori autonomi supera il 50%, una quota insopportabile da un paese che vuol dirsi civile. Di fronte a questo problema nessuna categoria può chiamarsi fuori. Anche le associazioni dei commercianti, dei professionisti con Albo, degli intermediari, professano in coro la loro estraneità all’evasione fiscale. Hanno tutti ragione? Siamo sicuri che anche tra i professionisti del terziario avanzato non siano diffuse pratiche di evasione? E’ un tema spinoso e complesso, ma negarlo non aiuta certo a risolvere i problemi delle Partite Iva. E non basta riconoscere il problema, bisogna anche trovare soluzioni sensate (anche a costo di apparire antipatici). Secondo me una via possibile sarebbe quella di offrire un grande patto di solidarietà (tasse pagate per davvero, in cambio di garanzie più estese e più sicure) a tutti i lavoratori autonomi, superando la divisione in categorie professionali che tanto ha nuociuto in passato. Acta non è nata anche per questo, per superare la divisione in categorie e non certo per crearne di nuove?

    Costanzo Ranci

    20 Lug 2013
  9. Anna Soru

    Continuo il dibattito con Costanzo Ranci, che mi sembra abbia travisato la nostra proposta. Mi rendo conto che la materia è complessa e probabilmente non siamo capaci di spiegarla adeguatamente. Ringrazio Costanzo perché spero che questo scambio possa aiutare a chiarire.
    1. Non abbiamo elaborato una proposta per chi ha più di 90.000 euro. Non è mai stato nelle nostre intenzioni e non avrebbe avuto alcun senso. Forse non tutti lo sanno, ma mentre sino a 90.000 euro la contribuzione previdenziale è una quota fissa del reddito, sopra tale cifra i contributi vanno a zero. Chi ha reddito molto elevato è relativamente indifferente agli aumenti della contribuzione pensionistica. Lo ripeto: abbiamo escluso chi ha più di 90.000 dalla proposta “garantita” perché è una proposta fiscalmente vantaggiosa.
    2. Sulla solidarietà c’è un’ambiguità di fondo. L’attuale sistema contributivo prevede che chi versa i contributi riceva in proporzione a quanto versato, senza alcuna solidarietà intragenerazionale (tra “ricchi” e “poveri” che vanno in pensione in contemporanea). La solidarietà è intergenerazionale, a vantaggio delle generazioni precedenti, alle quali, in nome di diritti acquisiti, vengono assicurati dei privilegi concessi nel passato da politiche dissennate. I futuri pensionati contributivi non solo non potranno contare su un trattamento analogo, ma, per garantire i privilegi dei pensionati attuali, non hanno diritto neppure a un’adeguata remunerazione di quanto versato (in questi anni di recessione il rendimento è negativo!). Le soluzioni potrebbero essere diverse, ad esempio pagare i diritti acquisiti (entro limiti di decenza) con la fiscalità generale, non con la contribuzione previdenziale che, per la modalità con cui è strutturata, è regressiva (chi ha meno di 90.000 euro versa in proporzione più di chi supera tale cifra) .
    3. Noi siamo favorevoli ad una previdenza che sia realmente solidale, infatti avevamo appoggiato la proposta Cazzola sulle pensioni che andava in questa direzione, che reintroduceva dei meccanismi solidaristici persi con il sistema contributivo. La proposta, purtroppo, non è mai stata neppure discussa. E non mi risulta che altre organizzazioni di rappresentanza l’abbiano sponsorizzata.
    1. Nel frattempo è stato deciso l’aumento della nostra contribuzione al 33%, come sempre per fare cassa. A questo proposito ricordo la definizione della Cassazione , secondo cui il versamento alla gestione separata non è un contributo, ma “una tassa aggiuntiva su determinati tipi di reddito […] per fare cassa e costituire un deterrente economico all’abuso di tali forme di lavoro “ (Cass. Civ. SSUU, 3240/10).
    4. L’aumento al 33% porterebbe la nostra contribuzione previdenziale ad un livello largamente superiore a quella di tutti gli altri lavoratori, inclusi i dipendenti (su questo rimando ai calcoli fatti dal CERM, che dimostrano come già oggi la nostra contribuzione supera quella dei dipendenti. Mi dispiace ma se non si fanno i conti non si può avere una reale cognizione della situazione). Non a caso nella nostra proposta per il sistema garantito diciamo che la contribuzione va calcolata come per i dipendenti, perché sappiamo che è un calcolo che ne ridimensiona significativamente la reale incidenza.
    5. Nelle nostre proposte non c’è mai stata alcuna ipotesi di uscita dal welfare.
    6. Non capisco il riferimento alla riforma Fornero, la nostra proposta non ha niente a che fare con essa.
    7. Siamo d’accordo su un sistema di welfare universale che prescinda dalla modalità di lavoro. In tanti ne parlano, ma non ci sono le coperture e quindi si rinvia alle calende greche. Nel frattempo noi siamo quelli che pagano di più, perché, lo ripeto, abbiamo un carico contributivo-fiscale analogo a quello dei dipendenti ma senza le stesse prestazioni di welfare. Chiedere di poter essere riportati o verso una situazione di maggiori garanzie (come i dipendenti) o verso una situazione di minori costi (come gli altri autonomi), non significa chiedere privilegi, ma cercare una strada per sopravvivere.
    8. In un contesto che mantiene costi e regole molto differenziate non si può negare che ci sia anche un uso opportunistico e imposto della partita iva, che esistano finte partite iva. Siamo convinti che siano una minoranza e che non si debbano distruggere le vere nella battaglia alle finte. La nostra proposta mira a contemperare esigenze diverse con un approccio non punitivo, a creare delle condizioni di vantaggio e tutela per il lavoratore costretto ad aprire una partita iva.
    9. Chi lavora per imprese e pubblica amministrazione ha possibilità di evasione limitate, analoghe a quelle di dipendenti (ricordiamo che anche questi non sono esenti, ad esempio possono essere pagati in nero per straordinari o per lavori svolti mentre sono in CIG). Diverso è il caso di chi lavora per i consumatori finali, per i quali l’evasione è un’opzione facilmente percorribile. La nostra proposta “garantita” e fiscalmente vantaggiosa è diretta esclusivamente a chi lavora per imprese e PA. Ci siamo sempre espressi con favore rispetto ad ogni forma di controllo fiscale (tracciabilità del contante, incroci tra banche dati etc), chiediamo solo che studi di settore e redditometro siano utilizzati come strumenti indicativi, senza scaricare l’onere della prova sul contribuente, perché questa spesso è difficile da fornire.
    10. Pieno accordo sulla necessità di un serio patto fiscale. Uno dei punti della nostra piattaforma è : pagare tutti, pagare il giusto. Non siamo certo noi a tirarci indietro!
    Rinnovo l’invito a Costanzo Ranci a parlarne di persona in uno degli incontri che organizzeremo dopo agosto, ma naturalmente sono disponibile a proseguire il confronto sul nostro sito (o altrove).

    21 Lug 2013
  10. Manuel

    “Siamo sicuri che anche tra i professionisti del terziario avanzato non siano diffuse pratiche di evasione?”

    Ma Costanzo Ranci sa di cosa parla, o ama solo dar fiato ai polmoni?

    Ci spieghi come può un consulente che collabora con aziende ed enti pubblici evadere significativamente il fisco. Siamo tutt’orecchi.

    Parliamo di professioni che NECESSARIAMENTE si rivolgono ad aziende ed enti pubblici, e mai ai privati cittadini. Tanto per fare un esempio relativo alla mia professione, il signor Ranci potrebbe spiegarci quale privato cittadino pagherebbe qualche migliaia di euro per farsi fare un software su misura, magari per gestire il bilancio familiare…

    21 Lug 2013
  11. Marco

    come sempre il vero problema è che molta gente parla, scrive editoriali, o peggio vuole rappresentarci, senza avere la minima conoscenza ne di chi siamo, ne di come lavoriamo, e cosa peggiore neanche delle leggi che regolamentano la nostra attività.
    Prova evidente è che il sig Ranci sembra non sapesse che sui redditi oltre i 90K Euro circa non si paga più il contributo al Gestione separata’.

    25 Lug 2013
  12. Mario Panzeri

    Da uno studioso di chiara fama come il prof. Ranci (non da una Federica qualsiasi) è lecito attendersi qualcosa di più e di meglio che un luogo comune e un mito, privi di qualsiasi collegamento con la realtà. Il luogo comune è, ovviamente, quello delle partite IVA che, tutte indistintamente, praticano allegramente l’evasione fiscale. Al buio tutti i gatti sono grigi, ma se si fa un po’ di luce – come in primo luogo uno studioso avrebbe il compito di fare – non è difficile rilevare le enormi differenze esistenti tra chi ha come committenti enti pubblici e imprese e chi invece lavora per i privati. Purtroppo proprio continuando a trattare nello stesso modo situazioni del tutto diverse si depotenzia gravemente l’attività di contrasto all’evasione fiscale che, per poter essere efficace, dovrebbe essere mirata anziché, come ora accade, funzionare come una sorta di tanto comoda quanto devastante pesca a strascico. Il sospetto che sorge è che il vero obiettivo sia non la lotta ai comportamenti illegali in ambito tributario-previdenziale, ma semplicemente consentire all’erario di fare cassa a spese delle “sardine” di turno che finiscono intrappolate nella rete, meglio ancora se si tratta di soggetti in difesa dei quali non si alza sdegnata la voce delle grandi centrali sindacali.
    Il mito, invece, è quello del “grande patto di solidarietà”: un’espressione retorica ed altisonante ma del tutto vuota. Non soltanto perché i patti possono essere sottoscritti soltanto da chi è in grado di rispettarli o farli rispettare, e nessuna associazione di autonomi sarà mai in grado di offrire alcuna garanzia relativamente alla correttezza del futuro comportamento dei lavoratori da essa rappresentati; ma anche perché i redditi dei professionisti non ordinisti sono per legge soggetti ad aliquote contributive che già oggi dovrebbero assicurare loro garanzie assai estese e assolutamente sicure, mentre è noto che ciò non avviene affatto. Anche in questo caso non ci si può sottrarre al sospetto che, dietro la promessa di tutele destinata come sempre a finire nel nulla, si nasconda semplicemente la volontà di sottoporre i lavoratori autonomi in generale e quelli della conoscenza in particolare ad un regime di controlli ed accertamenti ancor più vessatorio di quello esistente.

    25 Lug 2013

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