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Bonus e congedi. Le mamme lavoratrici non sono tutte uguali.

13 Febbraio 2024 Maternità

In Italia nascono sempre meno bambini: il tasso di natalità è stato il 6,7% nel 2022, contro il 9,7% nel 2008. Inoltre le donne hanno ancora una bassa partecipazione al lavoro (55% nel 2022, contro il 74,5% degli uomini), che ci relega agli ultimi posti nell’Unione Europea (solo la Grecia è messa peggio!).

Due iniziative interessanti a favore delle mamme, ma fortemente discriminatorie

In questo contesto è encomiabile che il Governo abbia deciso di favorire le mamme lavoratrici (e in parte anche i papà) sia con un maggiore indennizzo di due mesi di congedo parentale, sia con il neonato “bonus mamme”.
È però incomprensibile che i provvedimenti discriminino a seconda del tipo di contratto, escludendo chi più avrebbe bisogno di un sostegno economico: le lavoratrici precarie e meno tutelate dal welfare, che sono anche mediamente più giovani.
Vediamo quali sono le misure e come agiscono.

La lotteria dei congedi parentali

La legge di bilancio del 2023 prevedeva che uno dei 6 mesi di congedo parentale, fruibile dalle mamme o dai papà, venisse indennizzato all’80% anziché al 30%.
La misura riguardava solo le lavoratrici e i lavoratori dipendenti, sempre che il congedo di maternità obbligatorio fosse terminato dopo il 31.12.2022. Risultavano quindi esclusi non solo tutti i nati negli anni precedenti, ma anche i nati nei primi sette mesi del 2022, e persino i nati ad agosto e settembre 2022, se la mamma non aveva esercitato il diritto a posticipare il congedo di maternità obbligatorio.

L’agevolazione comprendeva anche le dipendenti pubbliche che in base ai loro contratti collettivi avevano già diritto ai primi 30 giorni di congedo al 100% della retribuzione; in tal caso la nuova misura si aggiungeva a quella preesistente.

La legge di bilancio 2024 stabilisce che anche un secondo mese di congedo parentale (della mamma o del papà) sia retribuito all’80% (che nel 2025 si ridurrà al 60%). La legge replica la lotteria della misura del 2023: solo per dipendenti e a condizione che il congedo obbligatorio sia terminato dopo il 31.12.2023.

L’esclusione delle lavoratrici autonome

Si conferma l’esclusione delle lavoratrici autonome, ovvero delle lavoratrici che meno utilizzano sia la maternità obbligatoria sia i congedi parentali, e che dovrebbero perciò essere più incentivate.

La tavola successiva mostra infatti che:

  • le lavoratrici autonome usufruiscono della maternità obbligatoria meno delle dipendenti: 1-1,5 ogni 100 lavoratrici autonome, contro quasi 4 ogni 100 lavoratrici dipendenti. Non si sa se questo basso accesso sia legato al fatto che le lavoratrici autonome fanno meno figli delle dipendenti, o alle difficoltà di accesso all’indennità di maternità, che solo per le dipendenti è automatico, mentre per le altre è sempre un percorso a ostacoli;
  • l’accesso delle lavoratrici autonome ai congedi parentali è bassissimo, non solo rispetto al numero di lavoratrici (1-3 ogni 1000 tra le autonome, contro 38 ogni 1000 dipendenti), ma anche rispetto al numero di lavoratrici che accedono alla maternità obbligatoria. Il rapporto tra uso di congedi e maternità obbligatoria è pari a 96,8% per le dipendenti, contro 18,6% per le lavoratrici della gestione separata e 11-12% per artigiane e commercianti.

Accesso ai congedi di maternità obbligatoria e parentali (2022)

Fonte: INPS , per i dati sul numero dei lavoratori: Osservatorio Lavoratori dipendenti e indipendenti; per i dati sulle indennità: Le prestazioni a sostegno del reddito, tavv 4.12 e 4.13.

Il bonus mamme per le lavoratrici più tutelate

La legge di bilancio 2024 contiene un’altra misura molto importante: il bonus mamme.

A partire dal primo gennaio 2024 alle madri lavoratrici con almeno due figli, di cui il minore con un’età inferiore a 10 anni, è riconosciuto un esonero della contribuzione previdenziale del 9,19% (che corrisponde alla quota di contributi a carico dei dipendenti, perché la parte restante è a carico del datore di lavoro), sino a un massimo di 3000 euro, da parametrare su base mensile.

Nel 2025 l’esonero riguarderà le mamme con almeno 3 figli, di cui il minore deve avere meno di 18 anni: tutto questo in un paese in cui si fa fatica ad arrivare a 2 figli e spesso anche solo a 1!

La misura non riguarda tutte le mamme lavoratrici, ma è riservata alle dipendenti a tempo indeterminato (con l’esclusione delle lavoratrici domestiche).

È paradossale che questa misura escluda tutte le lavoratrici più deboli e che per questo dovrebbero essere particolarmente supportate in un’ottica di equità.

Misura incoerente con gli obiettivi

La misura è anche contraddittoria rispetto all’obiettivo dichiarato di voler favorire il rilancio demografico, dato sono escluse le lavoratrici più giovani, più frequentemente rientranti nell’età in cui è più probabile avere figli (si veda il grafico successivo, del 2022, fonte Istat Forze lavoro), spesso ostacolate in questo percorso dall’insicurezza economica.

Anna Soru

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di Anna Soru tempo di lettura: 3 min
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