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Mentre la temperatura del conflitto sociale si alza in tutta Europa e vengono proclamati grandi scioperi contro l’impatto dell’inflazione, cosa ha da dire il vasto mondo dei lavori non standard? Anche se come freelance e persone che lavorano in forme atipiche e con contratti precari fatichiamo a scioperare davvero – recando danni ai nostri committenti – possiamo comunque scendere in piazza per unirci alla protesta. 

Ma siamo in grado di portare in piazza delle battaglie davvero nostre? Abbiamo delle strategie per uscire collettivamente da questa situazione orribile? Dobbiamo rassegnarci ad aderire alle manifestazioni “in solidarietà”, o condividendo le motivazioni più alte, come il rifiuto della guerra?

Se le strategie per contrastare il carovita nel lavoro dipendente sono, per quanto ambiziose, lineari – indicizzare l’aumento dei salari dei contratti collettivi all’inflazione, o introdurre un salario minimo – per noi non sono scontate. Così, in assenza di soluzioni collettive credibili, si finisce per fare da sé.

Oggi la strategia di sopravvivenza più allettante suona così: i miei compensi per ogni lavoro sono in calo, oppure sono uguali e vengono erosi dall’inflazione? Posso fare più lavoro in meno tempo grazie all’IA! (Da qui in poi la chiamiamo così per brevità, ma intendiamo “quella che gli uffici marketing e troppi giornalisti si ostinano a chiamare Intelligenza Artificiale”). 

Non vale per tutti, l’utilità di queste tecnologie varia molto tra settori e professioni, l’impatto positivo dell’IA sulla produttività delle aziende americane, per esempio, è concentrato su alcuni settori, in particolare quello tecnologico. Il resto dell’economia ha sempre più dubbi sul valore di ogni centesimo speso in token, mentre la bolla pare espandersi verso un punto di non ritorno e l’unica a fare profitti rimane NVIDIA. 

Per quanto riguarda l’impatto sul lavoro, tuttavia, l’esplosione della bolla – che secondo alcuni analisti in Cina è già esplosa – non cambierebbe davvero le cose. Quello che vogliamo dire è che non possiamo aspettarci che, dopo la probabile catastrofe finanziaria a venire, queste tecnologie scompaiano. È ormai assodato che rimarranno, al massimo verranno operate con modelli più economici ed efficienti: un’IA meno centralizzata ed energivora dei modelli di “frontiera” attuali. 

E infatti alle nostre ultime riunioni a Milano diverse persone freelance – categoria fragile ma, proprio per questo, molto sensibile a questi cambiamenti – del marketing digitale e dell’informatica ci hanno raccontato di come stanno sfruttando al massimo le potenzialità degli “agenti IA” che, per farla breve, fanno buona parte del loro (ex-) lavoro. L’aumento della produttività è sensibile, i redditi resistono, a volte si alzano, come minimo si libera del tempo per hobby, pulizie di casa e affetti. Come si dice, Fin qui tutto bene.

Tuttavia, se rimane fine a sé stessa, questa ricerca spasmodica di un aumento della produttività può essere una trappola, per due motivi. 

Il primo è facile: ogni volta che usiamo queste tecnologie le stiamo “addestrando” a fare una parte sempre maggiore del nostro lavoro. Per sapere che forma può prendere l’avanzamento di questo processo di sostituzione si può guardare la traduzione dei sottotitoli, che noi conosciamo bene grazie a Tramiti. Il lavoro è peggiorato, è stato progressivamente svuotato di senso e la qualità dei prodotti finali si è abbassata, mentre il prezzo degli abbonamenti alle piattaforme di streaming è aumentato, un nesso tra degrado del lavoro e enshittification di cui parliamo da un po’. Uno dei motivi per cui in questo ambito le cose sono andate così male, così in fretta, è che i sottotitoli vengono tradotti su software proprietari dei committenti, che hanno potuto implementare direttamente gli strumenti IA nei flussi di lavoro, disinteressandosi della qualità. Per chi traduce sottotitoli, insomma, l’IA non è stata una scelta, ma un’imposizione che, per fortuna, sta provocando una forte reazione nei singoli e nelle associazioni. 

Non è detto che per ogni prodotto la qualità crolli, ma la tendenza alla sostituzione, come rileva anche COG U, è generalizzata. Per una sua forma parossistica si possono seguire le peripezie dei barbieri indiani che acconciano con la telecamera in fronte, per qualche dollaro in più. 

Il secondo motivo per dubitare dell’efficacia di una corsa all’aumento della produttività fine a sé stessa è… che è l’unica strategia che abbiamo seguito con coerenza fino ad oggi, IA o meno. 

Negli anni Novanta perfino traduttori e traduttrici hanno sospirato Fin qui tutto bene quando il loro lavoro è stato reso più semplice e veloce dai Sistemi di Traduzione Assistita.

E dove ci ha portato questa strategia? Qui:

  • Con un diritto del lavoro indegno di questo nome per il lavoro non dipendente;
  • Con un sistema di protezione sociale che discrimina in base all’inquadramento contrattuale e alla soglia di fatturato;
  • Con una legge sull’equo compenso che tutela solo le lobby;
  • Con un sistema pensionistico che ci lascerà invecchiati e in mutande.

E, soprattutto, senza reti associative, sindacali, mutualistiche in grado di dare forza a questi diritti, di esigerli e farli avanzare collettivamente. Lo diciamo noi di Acta che, con un esorbitante numero di ore di lavoro volontario, ci proviamo da anni, con qualche vittoria. Non è facile, ma continuiamo a provarci.

Sono questi gli strumenti che ci mancano per compensare le differenze di potere con i nostri committenti e negoziare, tra le altre cose, come, quanto e se l’IA deve essere inserita nei processi, modificare i compensi e, perché no, essere impiegata nella sorveglianza delle nostre città. 

Non possiamo più permetterci di lavorare e basta, è urgente attivarci e coalizzarci per affermare e difendere i nostri diritti e il valore del nostro lavoro; se non lo facciamo noi non lo farà nessun altro.

L’alternativa è che, come è successo con la digitalizzazione, gli aumenti della produttività vengano via via incamerati dalle aziende mentre noi, come i camionisti del Sud raccontati dal ricercatore Andrea Bottalico, continuiamo a tirarci il collo a vicenda. Lo ha scritto anche Cory Doctorow in un suo recente pezzo: il vero limite al potenziale trasformativo dell’innovazione digitale è che si riduca a un misero vantaggio individuale, un gadget da smanettoni incapace di costruire coalizioni, istituzioni. In altre parole, l’ennesima fuga per evitare il conflitto.

Basta poco, basta smettere di credere che possiamo risolvere i nostri problemi lavorando di più, o lavorando meglio. Uno sciopero, tanti scioperi – momenti in cui, anche se non si fanno danni ai committenti, non si lavora, appunto – possono essere un punto di partenza. 

In occasione dello sciopero della traduzione del 30 settembre scorso, il collettivo francese En chair et en os (In carne ed ossa) ha suggerito di mandare una mail ai committenti che conteneva questa frase “Aujourd’hui, je me consacre exclusivement à réfléchir et à agir pour améliorer les conditions de travail et d’existence des traducteur·ices”. Forse in italiano il verbo assume una connotazione più alta di quella che ha in francese, ma l’idea di consacrare un’intera giornata a riflettere e agire per migliorare le proprie condizioni di lavoro suona benissimo.

Se crediamo davvero di poter cambiare le cose con una giornata di sciopero dobbiamo sfruttarla per affrontare le cause della nostra fragilità, per superarle, una buona volta.