Intelligenza Artificiale e Lavoro Creativo – Prima Parte
14 Luglio 2025 Dal mondo, Diritti, Intelligenza artificiale, Lavoro, Vita da freelance
Di solito, affinché noi beneficiamo di qualcosa, occorre che quel qualcosa soddisfi le nostre esigenze o ci procuri qualche vantaggio. La cosiddetta “Intelligenza Artificiale” (IA) viene spesso presentata come un’innovazione di cui beneficerà l’intera umanità, ma è un’affermazione plausibile? Quali esigenze soddisfa l’IA? Quali vantaggi ne traiamo? In che misura l’IA è un’innovazione? E di cosa parliamo, quando parliamo di IA? Sono domande a cui voci autorevoli, competenti o, comunque, ben informate hanno dato risposte che vale la pena analizzare.
Una definizione di IA
Anzitutto, cosa s’intende per IA? Nel darne una definizione, lo High-Level Expert Group on Artificial Intelligence (AI-HLEG) istituito dalla Commissione europea spiega quanto segue: «Il termine IA rimanda esplicitamente alla nozione d’intelligenza. Siccome, tuttavia, pur essendo stata studiata a lungo nell’ambito della psicologia, della biologia e delle neuroscienze, l’intelligenza (in riferimento sia alle macchine che agli esseri umani) è un concetto vago, i ricercatori che si occupano di IA la intendono perlopiù nel senso di razionalità. Quest’ultima attiene alla capacità di scegliere il corso d’azione migliore per conseguire un certo risultato, dati certi criteri da ottimizzare e date le risorse disponibili. La razionalità, naturalmente, non è l’unico ingrediente del concetto d’intelligenza, però ne costituisce una parte significativa» (AI-HLEG, 2018).

Per IA, dunque, i ricercatori non intendono tanto una forma d’intelligenza nel senso più completo del termine quanto, riduttivamente, un’espressione di razionalità.
A livello pratico, tale razionalità si realizza in prevalenza attraverso una serie di operazioni statistiche automatizzate, ossia compiute da macchine. Secondo la definizione contenuta nell’articolo 3, paragrafo 1, del Regolamento UE 2024/1689, infatti, un «sistema di IA» è «un sistema automatizzato progettato per funzionare con livelli di autonomia variabili e che può presentare adattabilità dopo la diffusione e che, per obiettivi espliciti o impliciti, deduce dall’input che riceve come generare output quali previsioni, contenuti, raccomandazioni o decisioni che possono influenzare ambienti fisici o virtuali» (citazione tratta dall’originale italiano del Regolamento).
Per inciso, nel prosieguo, parleremo anche di “strumenti” e di “modelli” di IA, due termini che, pur potendo apparire intercambiabili, denotano oggetti distinti. Gli strumenti di IA sono le applicazioni con cui si interfacciano gli utenti all’interno di un sistema di IA: per esempio i chatbot ChatGPT, Microsoft Copilot, Gemini. I modelli di IA, invece, sono i programmi software (appositamente formati su grandi insiemi di dati) che servono da base a quelle applicazioni e che possono suddividersi in modelli statistici tradizionali e modelli che impiegano tecniche di “machine learning”, ossia di “apprendimento automatico”. Tra i modelli che impiegano tali tecniche rientrano i Large Language Model (LLM), a cui appartengono sia i Generative Pre-trained Transformer (GPT) alla base, per esempio, di ChatGPT e di Microsoft Copilot, sia la famiglia di modelli di IA su cui si basa il chatbot Gemini e a cui Google, con scarsa fantasia, ha dato lo stesso nome (ossia Gemini).
Veniamo alle domande sull’utilità dell’IA. Quali esigenze soddisfa l’IA? Quali vantaggi ci procura? In parole povere, cosa ce ne facciamo?
78 milioni di nuovi posti di lavoro
Una risposta a queste domande potrebbe essere che l’IA è utile a trovare lavoro. Stando a un recente articolo di Diana Cavalcoli pubblicato dal Corriere della Sera, per esempio, il World Economic Forum (WEF) prevede che, da qui al 2030, grazie all’IA, si verificherà un aumento netto di 78 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo.
Tuttavia, se invece di quell’articolo si legge il rapporto originale del WEF, si scopre che la previsione è un’altra: è vero che, in base a una proiezione quinquennale delle tendenze di mutamento globale a livello di tecnologia, economia, demografia e transizione ecologica, entro il 2030 verranno meno 92 milioni di posti di lavoro e ne nasceranno altri 170 milioni (da cui l’aumento netto di 78 milioni), ma solo una parte dei nuovi posti di lavoro sarà dovuta o, almeno, collegata all’IA.
Da un lato, infatti, secondo il rapporto del WEF, le competenze professionali che si diffonderanno più velocemente saranno di tre tipi: IA e big data; reti informatiche e cybersicurezza; competenze tecnologiche in generale. Dall’altro, i lavori che si prevede aumentino di più in termini assoluti saranno quelli «in prima linea», com’è entrato in uso dire anche in Italia durante la pandemia di Covid, ossia braccianti, docenti, infermiere/i, manovali, spedizioniere/i, eccetera.
Come mai, allora, nell’articolo del Corriere si pone tanta enfasi sul ruolo dell’IA nella creazione di nuovi posti di lavoro? In buona parte, per effetto dell’hype che ha al centro l’IA. In altre parole, per effetto del marketing e dell’uso massiccio di pubblicità che, come sostiene Antonio Santangelo nell’introduzione a Critica di ChatGPT, ha creato intorno agli strumenti di IA «un sistema di aspettative ingiustificatamente elevato, utile solo a far aumentare di valore gli ingenti investimenti dei soggetti che li stanno finanziando, sviluppando e vendendo» (Santangelo, Sissa, Borghi, 2024, pagina 11 del saggio in formato ePub, stando al lettore ADE).
Che quello riguardante l’IA e i posti di lavoro sia un hype si può evincere anche dal senso di urgenza trasmesso sia dal già citato articolo apparso sul Corriere della Sera, sia dallo stesso rapporto del WEF: «Imparate presto a usare gli strumenti di IA o vi taglieranno fuori dal mercato del lavoro», dicono in sostanza entrambi.
A pagina 43 di WEF, 2025, si legge: «These findings underscore an urgent need for appropriate reskilling and upskilling strategies to bridge emerging divides». Gli fa eco Diana Cavalcoli: «Entro il 2030 nasceranno 78 milioni di nuove opportunità di lavoro ma è necessaria un’urgente riqualificazione».
A volte, però, specie per chi è alle prime armi o in una situazione lavorativa precaria, è più facile a dirsi che a farsi, anche perché L’intelligenza artificiale invecchia in fretta, per citare il titolo di un articolo di Alberto Puliafito uscito mesi fa sull’Internazionale: non si fa in tempo a completare un corso sull’ultima versione di uno strumento di IA, che ne è già uscita una più avanzata o, peggio, che un nuovo strumento ha reso obsoleto il precedente. «Queste sono, letteralmente, tecnologie di frontiera e si fa davvero fatica a scegliere lo strumento giusto», sintetizza Puliafito.
Creatività, diritto di riserva e contrattazioni collettive
L’hype, in effetti, non riguarda solo i posti di lavoro, ma più in generale l’impiego degli strumenti di IA. Chiediamoci di nuovo: “A cosa serve l’IA?” La sua utilità dipende dagli strumenti che impieghiamo, dall’ambito in cui li impieghiamo, dagli scopi per cui li impieghiamo e, infine, da chi siamo.
Prendiamo l’ambito della creatività, ad esempio. Uno strumento per la generazione gratuita di immagini può far risparmiare tempo e denaro a chi ha bisogno alla svelta di qualche immagine per il proprio sito Web e non si preoccupa molto della qualità del prodotto finale; all’opposto, usarlo sarà di poco aiuto (se non farà proprio perdere tempo) al o alla professionista che crea immagini per lavoro.
Peggio ancora, il o la professionista subirà, almeno potenzialmente, un danno economico, nel caso in cui abbia creato un’immagine o un’animazione che, magari, ha riscosso un certo successo e, in seguito, qualcun altro/a ne faccia produrre una o più simili alla sua da uno strumento di IA generativa; a quel punto, sarà necessario adire le vie legali per stabilire la sussistenza o meno di una violazione del diritto d’autore. Situazioni analoghe possono verificarsi quando gli strumenti di IA generativa sono impiegati per creare o tradurre dei testi scritti.
Teoricamente, l’art. 4, par. 3, della Direttiva UE 2019/790 offre agli autori di opere creative (testi, immagini o altro) la possibilità di tutelarsi, esercitando preventivamente il cosiddetto “opt-out”, o “diritto di riserva”, nei confronti di chi, per scopi commerciali, effettua l’estrazione di testi e di dati dalle opere creative. Nel Regolamento UE 2024/1689, inoltre, è specificato che qualunque soggetto operante nell’UE che addestri degli strumenti di IA, a prescindere dalla sede legale del soggetto o dal luogo in cui gli strumenti sono addestrati, ha l’obbligo di rispettare il diritto di riserva espresso dalla persona autrice di qualsivoglia opera creativa.
In pratica, però, ad esempio se il committente è una di quelle grandi agenzie multinazionali del settore audiovisivo che, di solito, chiedono a chi collabora con loro di firmare un contratto standardizzato (prendere o lasciare), la singola persona autrice dell’opera, spesso, non ha abbastanza potere da ottenere che sia aggiunta una clausola opt-out al contratto.
Anche per questo è auspicabile che, nell’UE, il maggior numero possibile di freelance del settore si rivolga a un’associazione come l’italiana ACTA Tramiti o una sua omologa appartenente alla federazione Audiovisual Translators Europe (AVTE): là dove non arriviamo singolarmente, infatti, dobbiamo puntare ad arrivare con le contrattazioni collettive.
GC per ACTA Tramiti


















