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Parlarne tra freelance

8 Marzo 2026 Lavoro, Vita da freelance

Parlare è forse l’azione più antica del mondo: sono almeno 100mila anni che lo facciamo. E allora come può una cosa così banale essere ancora oggi tanto scandalosa? Semplice: basta essere freelance.
Le pratiche femministe di autocoscienza ce lo insegnano da tempo e l’8 marzo ogni anno ce lo ricorda: quando le esperienze individuali si mettono in comune, il personale diventa politico. 

Mesi fa, un magazine femminista lancia una call per nuove collaborazioni a partita iva e, attraverso una selezione in due fasi, si propone di accogliere nuove firme nella propria redazione.
Pur non essendo una  giornalista tout court, vengo selezionata e invitata alla prima riunione di redazione dove si condividono idee e si pensa come un cervello collettivo. Sono entusiasta, è la prima volta che mi capita e il trattamento economico non è niente male, se paragonato ai compensi vigenti nel mondo del giornalismo. Almeno così mi sembra, all’inizio.

Sono baldanzosa, piena di aspettative e buone intenzioni, nonostante orientarsi non sia semplicissimo: nelle riunioni si valutano i pitch per i nuovi articoli e si decide quali sono quelli da sviluppare. Tuttavia, una volta che l’articolo è stato scritto, viene deciso se pubblicarlo o meno solo in un secondo momento (e questo è un problema perché solo gli articoli pubblicati vengono pagati, e dunque capita di lavorare gratis). 

A prendere queste decisioni è una sola persona: è lei a stabilire, spesso in modo difficilmente prevedibile, se un pezzo verrà pubblicato oppure no. Allo stesso tempo, però, è una figura che ha fondato proprio questo stesso brand su valori progressisti e femministi – che sono anche quelli che mi hanno convinta ad avvicinarmi fiduciosa alla collaborazione –, mentre, nel concreto, quello che succede è che è lei a decidere monocraticamente se il lavoro di chi scrive debba essere pagato oppure no. 

Le buone intenzioni lasciano spazio alle prime sopracciglia inarcate e comincio a farmi i conti in tasca: se per un pezzo – tra ricerca, scrittura, editing e contro-editing – ci impiego una giornata e mezzo di lavoro… Come si fa? Il compenso inizialmente ritenuto “non male” crolla inesorabilmente davanti ai miei occhi. Forse devo capire meglio, forse è questione di prenderci la mano ma, per il momento, il saldo si presenta in negativo; certo, c’è il lustro del magazine blasonato e il privilegio della firma, ma questo non può farmi desistere dal calcolo dei miei piccoli conti in tasca.

Solo che più ci si inoltra nella collaborazione e più le criticità appaiono ricorrenti e strutturali: in più occasioni le proposte – non solo le mie – vengono accettate senza indicazioni chiare o riscontri tempestivi; alcuni testi vengono scritti e talvolta anche editati senza arrivare alla pubblicazione, oppure pubblicati in forme diverse da quelle concordate, mentre altri non ricevono una comunicazione formale di rifiuto. In altri casi ancora, il pezzo viene formalmente dato da scrivere a una persona onde poi scoprire che un’altra, parallelamente, è stata incaricata di scriverlo al posto della prima.
Nel complesso, tra assegnazioni sovrapposte, cambi di decisione non motivati, silenzi prolungati ed editing “pelosi”, la situazione non mi torna neanche guardandola dal punto di vista dei criteri di selezione: se siamo state scelte in virtù di ciò che scriviamo e del modo in cui lo facciamo, è sensato che veniamo sottoposte – quando va bene – a editing da cardiopalma che fanno a pezzettini i nostri contributi?

All’ennesima riunione settimanale, però, capisco di non essere sola. È una questione di nanosecondi ma, nella micro-espressione di almeno un paio di altre persone, percepisco perplessità consonanti davanti all’organizzazione del lavoro redazionale. Forse vale la pena provare a parlarne insieme.
Scrivo a D. su Instagram, perché al di fuori delle riunioni di redazione non abbiamo altri spazi di confronto, ovvero tra le collaboratrici “più esterne” non esiste un canale diretto per parlare con continuità di quello che succede nel lavoro quotidiano. Con D. ci troviamo d’accordo sulla sensazione di discontinuità nelle risposte, sui pezzi scritti e rimasti senza esito, sulle proposte accettate e poi sospese, sugli articoli bloccati senza una decisione chiara. È una condizione che conosciamo entrambe e che finisce per incidere in modo concreto sul nostro lavoro  – e sul nostro compenso, non scordiamocelo neanche per un attimo.

Ed eccolo già
in nuce lo scandalo del parlarne e dello scoprire che non c’è nulla di personale in quello che ci accade nei luoghi di lavoro anche quando sono digitali, anche quando si dicono femministi”.

Da questo primo scambio nasce l’idea di provare ad allargare la conversazione ad altre collaboratrici e giornaliste, per portare in modo collettivo alcune questioni alla redazione interna, partendo dall’idea che uno spazio di lavoro che si dichiara “assolutamente permeabile alle sollecitazioni” possa accogliere anche una riflessione sulle proprie modalità organizzative.


D. parla con A., che si dice disponibile a rientrare in quella che ormai rinominiamo “simil-vertenza”. E mentre stiamo, per l’appunto, preparandoci per capire come portare collettivamente le nostre istanze, come un fulmine a ciel sereno arriva una mail (un copia-e-incolla del tutto aderente a un feroce principio di time-saving) che interrompe la collaborazione per tutte e tre: le motivazioni addotte parlano di una presunta incapacità da parte della redazione di sostenere tempi e impegno richiesti dai processi di revisione dei nostri pezzi. Una formula generica, troppo generica, che sposta il problema su chi scrive, come se la revisione non fosse parte integrante del lavoro redazionale – ma, ci chiediamo, la redazione non è, per sua natura, il luogo deputato alla lavorazione e alla revisione dei contributi proposti? Quale altra funzione dovrebbe assolvere, se non questa? E perché non viene considerato che la collaborazione fosse ancora in una fase iniziale, in cui un periodo di rodaggio sarebbe stato fisiologico?

Non ci torna; al che, chiediamo – firmando una mail a tre: che follia tre freelance che firmano insieme, come si permettono? – un incontro che, però, ci viene negato: se abbiamo osservazioni, possiamo inviarle per iscritto. Allora le inviamo, queste nostre osservazioni, e in tutta risposta riceviamo un saluto cordiale, buona fortuna per i nostri percorsi professionali, ma nessun accenno alle questioni che abbiamo provato a sollevare.

Tutto si risolve, a ben vedere, in un nulla di fatto: se questa doveva essere una rivolta, il Palazzo d’Inverno non l’abbiamo preso e la teocrazia della redazione monocratica è ancora al suo posto. Ma uno scandalo, quello sì, lo abbiamo prodotto. E non è quello per cui delle freelance osano rivalersi sul committente nel rapporto uno a uno, ma è che quelle stesse freelance si parlino, si mettano in contatto, confrontino le proprie esperienze e scoprano di non essere casi isolati, né incapaci, né “inadatte ai tempi” ma, invece, lavoratrici che subiscono una stessa identica dinamica.

Nei mercati del lavoro che si nutrono di isolamento programmato, “avere quella certa conversazione” è sovversivo: quando parliamo, rompiamo l’incantesimo della colpa individuale e trasformiamo il “Non vado bene” in “Questa cosa non va bene”.

 

Ma nella mancata presa del Palazzo d’Inverno, abbiamo visto una cosa chiarissima: che l’unica strada è quella più antica del mondo. Parlare, parlarci, mettere in comune compensi, condizioni, trattamenti, silenzi. Smettere di vivere ogni stortura come un fallimento personale e iniziare a nominarla per quello che è: un problema politico del lavoro autonomo.
E se un gesto così banale, elementare, come parlare tra freelance è ancora considerato scandaloso, facciamola diventare la nostra spudorata pratica quotidiana.

Silvia Gola

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di Silvia Gola tempo di lettura: 5 min
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