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Gli amministratori delle piccole srl come i lavoratori autonomi

4 Aprile 2012 Lavoro, Vita da freelance

Riceviamo e pubblichiamo la lettera firmata di una socia.

All’attenzione di Acta,
L’esperienza di cui voglio dare qualche cenno è quella di una Srl che da cinque anni lavora nell’ambito della ricerca sociale. Una micro impresa che, come gran parte dei soci di Acta, opera nell’ambito della “produzione della conoscenza”. Anche noi ci riconosciamo nelle descrizioni che Acta fa dei lavoratori autonomi: siamo professioniste con percorsi formativi lunghi e robusti, operiamo al di fuori da un ordine professionale, lavoriamo con gli enti pubblici e, talvolta, con grandi imprese, abbiamo incarichi scritti e trasparenti e fatturiamo tutto ciò che guadagniamo. L’unica differenza con molti associati di Acta è che siamo un’impresa e non singoli professionisti.
La nostra è una srl composta da due socie e cinque collaboratrici che operano in forma di impresa principalmente perché il nostro è un lavoro che difficilmente può essere seguito da un singolo professionista ma richiede, invece, tante risorse umane e tante ore di lavoro per la realizzazione di ogni singola fase del progetto. Essere impresa, inoltre, ci permette di partecipare a bandi e gare.
Il contesto in cui ci muoviamo, come molti altri in questo momento, è molto critico per le scarse risorse degli enti locali, per gli scarsi investimenti delle imprese e dunque, sempre più spesso, ci troviamo a lavorare con budget ridotti e con pochissimo margine. In sostanza riusciamo a pagare il lavoro delle socie e delle collaboratrici ma non abbiamo utili. Siamo, dunque, una srl che non fa (e probabilmente) non farà mai, profitti, ma produce lavoro.


Il compenso medio delle socie e delle collaboratrici è inferiore ai 15.000 euro netti l’anno: le socie prendono lo stipendio come amministratrici e le collaboratrici con contratto cocopro. Il fatturato non consente, infatti, di trasformare i rapporti di collaborazione in contratti stabili perché costano troppo rispetto alle risorse disponibili.
Guardandola dal punto di vista economico la nostra “impresa” è davvero residuale e scarsamente rilevante è vero però che consente a sette persone di avere di che guadagnare (poco) e di fare un lavoro corrispondente ai propri desideri e di grande soddisfazione.
Con questo contributo vogliamo portare alla vostra attenzione, mentre riflettete sul mercato del lavoro in questa fase di riforma, due aspetti principali.
1. L’utilizzo dei contratti di collaborazione
Si parla molto di contratto unico e di articolo 18 in questi giorni. Abbiamo letto e apprezzato il libro di Ichino perché prova a proporre di guardare al mercato del lavoro con occhi adeguati ai tempi. Abbiamo trovato un limite principale: quello di riflettere troppo poco sul ricorso ai contratti di lavoro non stabili da parte delle imprese per motivi economici e non di licenziabilità.
Le micro e le piccole imprese hanno più spesso bisogno (o vantaggio in alcuni casi, non lo possiamo escludere) di contenere le spese piuttosto che di poter licenziare. Con meno di 15 dipendenti infatti il tema dell’art. 18 non si pone.
Nel nostro caso il passaggio a contratti stabili è impedito dalla mancanza effettiva di risorse e non dal desiderio di flessibilità in materia di licenziamenti.
Due anni fa, in un anno in cui il fatturato era più elevato del solito abbiamo assunto a tempo indeterminato una delle nostre collaboratrici con il risultato paradossale che il costo lordo della collaboratrice comprensivo di tredicesima e quattordicesima, ferie e Tfr era più elevato di quello che percepivano le socie e comunque insostenibile per un’ipotetica trasformazione dei contratti di tutte le collaboratrici.
Questo per dire che se passerà la riforma del contratto unico noi dovremo valutare se passare alle partite iva (con il problema della monocommittenza) o chiudere. Ci sembra dunque che nella riflessione andrebbe data particolare attenzione al tema del costo del lavoro piuttosto che all’articolo 18.
2. Il tema dei diritti al welfare e dei contributi
In una situazione di bassi fatturati e utili inesistenti anche un altro aspetto è da tenere in considerazione rispetto alla relazione tra soci e collaboratori. In una situazione ipotetica in cui potessimo permetterci di stipulare contratti stabili a tutte le collaboratrici garantiremmo loro un trattamento ai fini previdenziali e pensionistici superiore rispetto a quello che riuscirebbero ad avere le socie.
Le socie infatti non hanno un contratto e percepiscono i compensi come socie amministratrici e ricadono nella gestione separata e nella gestione commercianti. Questo vuol dire che per garantirsi una tutela in termini di welfare dovrebbero percepire un compenso così elevato da poter accedere a forme previdenziali private.
Per quello che riguarda la situazione attuale sia socie che lavoratrici a progetto pagano i dovuti contributi all’Inps ciascuna per quanto stabilito dalla legge. In sostanza le lavoratrici a progetto versano alla gestione separata mentre le socie amministratrici della società versano i propri contributi sia alla gestione separata che alla gestione commercianti (Inps commercianti)  secondo le aliquote indicate nella tabella sottostante.

Tutte godono degli stessi minimi diritti: contributo per la maternità e limitata copertura di malattia (che da quest’anno dovrebbe riguardare anche la malattia domiciliare).
Per capire chi costa di più tra socie amministratrici e cocopro abbiamo provato una simulazione immaginando una situazione ipotetica in cui un cocopro e un socio amministratore di una Srl percepiscono 20.000 euro annui lordi di compenso.
Il primo pagherà (sia come contributo dell’azienda che del lavoratore) alla gestione separata 5.544 euro e il secondo 3.600. In aggiunta il socio amministratore è tenuto a pagare anche un contributo di 3.201,00 euro annuo per redditi della srl da zero fino a 14.930,00 per socio (sopra i 14.930 euro di reddito della società spettante al socio, l’aliquota sale a 21,39% fino ai 44.204,00 euro e, sopra questa cifra, a 22.39%.).
In sostanza il socio amministratore ha gli stessi minimi diritti del cocopro e paga di più come lavoratore come dimostrano le tabelle sotto, mentre costa meno all’azienda.
È per questo che crediamo che nella piattaforma di Acta possano essere inserite anche le tipologie di lavoro delle micro srl dove i soci amministratori hanno gli stessi minimi diritti dei lavoratori a progetto o a partita iva così come, d’altronde degli autonomi non iscritti ad ordini.

ACTA

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5 Commenti

  1. sara m.

    Mi rispecchio parola per parola in quanto scritto sopra. Anche noi abbiamo una piccola s.r.l. ed anche noi ci troviamo nella stessa situazione:

    1) gli oneri contributivi per riuscire ad assumere qualcuno sono troppo pesanti per le nostre dimensioni economiche. Non è speculazione, non ci riusciamo proprio.

    2) Come socie amministratrici versiamo una quota complessiva di contributi ancora più alta di una *semplice* cocopro, ovviamente senza alcuna maggiore tutela in cambio. Oltretutto se anche ci dovessero andare bene gli affari e volessimo cambiare la nostra forma lavorativa e assumendoci, non possiamo farlo perché in quanto socie amministratrici siamo obbligate a questa forma contrattuale.

    Essere i cattivi padroni di sé stessi è abbastanza comico…

    4 Apr 2012
  2. Monica

    Purtroppo devo confermare che è vero: gli amministratori (di piccole società di consulenza srl, sas, …) che di fatto sono anche loro consulenti, hanno un livello di tassazione superiore a quello giá enormemente vessatorio delle partite iva personali. Siamo quindi anche noi pronti alla MOBILITAZIONE ATTIVA E CATTIVA.
    Diteci cosa dobbiamo fare e lo faremo: sciopero fiscale, blocchi sulle autostrade, … E oltre

    5 Apr 2012
  3. Barbara

    Dato che finalmente il ministero del lavoro ha contattato Acta per programmare un incontro sarebbe auspicabile che venisse accennato anche al tema delle piccole srl i cui soci hanno un costo previdenziale ancora più elevato degli autonomi.

    18 Apr 2012
  4. pier giorgio

    un caso diverso ma smepre attinente i soci di SRL

    sono andato in pensione dopo 40 anni di attività come agente di commercio trascorsi operando in regime di ditta individuale, iscrizione all’albo agenti, partita IVA INPS ENASARCO ecc
    Negli anni 2005 2006 2007 nell’intento aiutare alcuni familiari divenni socio di capitale in una SRL con loro costituita per una iniziativa che si rivelò ben presto poco fortunata e venne poi posta in liquidazione. Non vi fu mai distribuzione di utilie parsi il capitale investito.
    Oggi l’INPS accampa diritti sui contributi che la società avrebbe dovuto versare per le mie quote di reddito.
    Questa richiesta non mi sembra corretta non essendo io un socio lavoratore ma solamente un socio di capitale. sarebbe un caso di doppia tassazione essendo gia tassato come commerciante per l’attività fatta con la ditta individuale.
    Nel caso specifico i soci della SRL erano alcuni membri della mia famiglia per i quali si è provveduto. Ma non nel mio caso dato che il mio apporto è stato solo di natura finanziaria.
    Qualcuno sa dirmi se sono nel giusto o se vi sono state sentenze per casi similari?

    Grazie
    pier giorgio

    22 Feb 2013

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