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ISCRO: la storia di chi ha perso metà indennità per mezza giornata di lavoro

22 Maggio 2026 Ammortizzatori sociali

Pubblichiamo la lettera di Stefano, che mette in luce una delle trappole nascoste nelle regole che governano l’ISCRO: una singola prestazione occasionale durante il periodo di fruizione può far decadere il diritto all’indennità già riconosciuta. Un meccanismo che vale la pena conoscere. Magari prima che capiti anche a voi.

La testimonianza di Stefano: sei euro di contributi, 2.400 euro di penale

A ottobre 2025 ho presentato domanda per il contributo ISCRO relativo ai redditi 2024, anno in cui ho subito un notevole calo di fatturato rispetto ai due anni precedenti.
Il 24 novembre 2025 la domanda è stata accolta per un importo lordo di 4.838,40 euro.
Ho ricevuto entro la fine di dicembre tre rate da circa 800 euro ciascuna. Delle tre rate rimanenti, a fine febbraio, nulla.
Dopo aver scritto all’Inps un paio di volte ricevo ad aprile questa risposta.

Buongiorno, alla data del 24.11.2025 è stata rilevata attività lavorativa con l’azienda RAI . Come da circolare 84 del 2024 è necessaria la non iscrizione del richiedente l’indennità ISCRO ad altre forme previdenziali obbligatorie. I richiamati requisiti, ai sensi del comma 146 dell’articolo 1 in argomento, devono entrambi sussistere – oltre che alla data di presentazione della domanda – durante l’intero periodo di fruizione della prestazione ISCRO, pena la decadenza dalla stessa (cfr. il successivo paragrafo 6 della predetta circolare). E’ stato pertanto confermato l’esito istruttorio negativo. La domanda è destinata a decadere. Cordialità.

Quindi, per aver lavorato mezza giornata per la RAI che ha versato all’Inps per quella prestazione circa 6 euro, ho perso il 50% dell’importo ISCRO.
Purtroppo quanto riportato nella circolare 84 del 2024 prevede esattamente questo: la decadenza.

ISCRO: i limiti di uno strumento pensato male

La vicenda di Stefano mette in luce uno dei limiti più insensati della normativa ISCRO: il vincolo che esclude dalla misura chiunque sia iscritto a più forme previdenziali obbligatorie.
È una regola che colpisce in modo sistematico proprio i lavoratori più fragili, quelli che per sopravvivere sono costretti a costruirsi un reddito mettendo insieme più attività, più committenti, più casse previdenziali. In un mercato del lavoro autonomo sempre più frammentato, la pluricommittenza non è una scelta di comodo ma spesso una necessità. Escludere questi lavoratori dall’unico strumento di sostegno al reddito previsto per i freelance significa penalizzare chi ne avrebbe più bisogno.
Il caso di Stefano è però ancora più paradossale. Non aveva una doppia cassa al momento di maturare il diritto: aveva i requisiti, ha presentato domanda regolarmente, la domanda è stata accolta per il 2024. Il problema è sorto dopo, durante il periodo di fruizione, per una singola prestazione lavorativa nel 2025 – mezza giornata per la RAI, con contributi versati per circa sei euro – che ha fatto scattare automaticamente la decadenza, tagliando il 50% dell’importo già riconosciuto.
Detto altrimenti: Stefano non ha violato lo spirito (di per sé discutibile) della norma. Ha semplicemente fatto quello che qualsiasi lavoratore autonomo in difficoltà dovrebbe fare: cercare altri lavori in un momento di crisi. Evidentemente un errore imperdonabile. Quella mezza giornata di lavoro gli è costata quasi 2.400 euro.
Una norma che punisce chi si attiva per uscire dalla crisi invece di premiarla è una norma che va cambiata. O almeno ripensata da qualcuno che abbia mai sentito parlare di lavoro autonomo.

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