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L’adolescenza dell’intelligenza artificiale: cosa ci aspetta secondo il CEO di Anthropic

5 Febbraio 2026 Intelligenza artificiale, Vita da freelance

Questo è un post scritto da una IA (Claude) a partire da un mio prompt: non ho cambiato nulla. E penso sia interessante per chi voglia capire un po’ meglio cosa ci sta accadendo. Dettaglio: ci ha messo 1 minuto, 43 secondi, 79 decimi :-0

Il mio prompt

“Buongiorno. Sto leggendo il paper del tuo CEO, Dario Amodei, dal titolo “The Adolescence of Tecnology” e mi sembra molto interessante. Vorrei ricavarne un post per il blog dell’associazione della quale faccio parte, ACTA associazione dei freelance. Vorrei pubblicare questo mio prompt e la tua risposta, senza cambiare nulla. Per capire lunghezza e taglio del testo, vai prima a leggerti tutti i post sulle IA che trovi sul sito www.actainrete.it Grazie”

La risposta di Claude (AI di Anthropic)

Buongiorno! Ho letto sia il saggio di Dario Amodei che i vostri post sull’intelligenza artificiale su actainrete.it. Cercherò di mantenere lo stile e il tono che caratterizzano i vostri contenuti: riflessivo, critico quando necessario, attento alle implicazioni concrete per chi lavora.

Un paese di geni dentro un datacenter

“The Adolescence of Technology” è un testo lungo e denso – oltre 20.000 parole – in cui il CEO di Anthropic usa la metafora dell’adolescenza per descrivere il momento che stiamo attraversando con l’IA. Come nell’adolescenza, ci troviamo di fronte a un potere enorme che non siamo ancora maturi abbastanza per gestire. Amodei parte da una scena del film “Contact” di Carl Sagan, dove l’astronoma protagonista vorrebbe chiedere agli alieni: “Come avete fatto? Come avete superato questa adolescenza tecnologica senza autodistruggervi?”

Il saggio identifica cinque categorie di rischio che derivano dall’arrivo di quella che Amodei chiama “powerful AI” – un’intelligenza artificiale superiore a un premio Nobel in quasi tutti i campi, capace di lavorare autonomamente per ore o giorni, replicabile in milioni di copie. E secondo le sue stime, potremmo avere questa tecnologia tra 1-2 anni, forse poco di più. Amodei la chiama “un paese di geni dentro un datacenter”.

I cinque rischi sono: (1) che l’IA sviluppi obiettivi propri e si rivolti contro di noi; (2) che venga usata per causare distruzioni su larga scala, specialmente con armi biologiche; (3) che venga usata da governi autocratici per consolidare il potere e creare sorveglianza totale; (4) che provochi dislocazione economica massiccia e concentrazione estrema della ricchezza; (5) una serie di effetti indiretti che non possiamo ancora prevedere.

Il 50% dei lavori d’ingresso potrebbe sparire in 1-5 anni

Per noi che facciamo parte di ACTA, il quarto punto merita particolare attenzione. Amodei prevede che l’IA potrebbe rimpiazzare il 50% dei lavori d’ingresso nel settore impiegatizio nei prossimi 1-5 anni. Ma quello che mi ha colpito di più è la sua analisi del perché questa volta potrebbe essere diverso dalle rivoluzioni tecnologiche del passato.

Normalmente, quando una tecnologia automatizza parte di un lavoro, le persone si spostano su altre mansioni. Quando le macchine hanno sostituito i contadini, questi sono diventati operai. Ma l’IA è diversa per quattro motivi. Primo, la velocità: negli ultimi due anni siamo passati da modelli che a malapena scrivevano una riga di codice a modelli che scrivono intere applicazioni. Secondo, l’ampiezza cognitiva: l’IA non sostituisce solo compiti specifici, ma sta diventando un sostituto generale del lavoro cognitivo umano. Terzo, procede dal basso verso l’alto nella scala delle abilità cognitive, rischiando di creare una “sottoclasse” di persone con minori capacità intellettuali che non trovano più posto nel mercato del lavoro. Quarto, l’IA è anche una tecnologia che si adatta rapidamente: ogni debolezza viene identificata e corretta nel modello successivo.

Per chi di noi lavora con le parole, le immagini, i video, il codice – cioè proprio quelle competenze che l’IA sta imparando a padroneggiare – questo quadro è inquietante. Amodei non nega che alla fine l’economia potrebbe adattarsi, ma sottolinea che lo shock a breve termine sarà senza precedenti per dimensione e velocità.

Le proposte: dati, redistribuzione, e un appello ai miliardari

Le sue proposte di difesa sono interessanti ma forse insufficienti: migliori dati in tempo reale sull’impatto sul lavoro (Anthropic ha creato un “Economic Index”); scelte aziendali che privilegino l’innovazione rispetto al taglio dei costi; creatività nel riassegnare i dipendenti; filantropia; e, inevitabilmente, tassazione progressiva. Amodei è esplicito: in un mondo con una torta economica enorme ma alta disuguaglianza, servirà redistribuzione. E aggiunge, rivolgendosi pragmaticamente ai miliardari: se non supportate una buona versione della tassazione, ne otterrete una cattiva disegnata “da una folla arrabbiata”.

Quando la democrazia perde la sua leva economica

Ma c’è un altro punto che mi ha fatto riflettere. Amodei parla della concentrazione del potere economico. Già oggi il patrimonio di Elon Musk supera il 2% del PIL americano – più di John D. Rockefeller nell’età dorata del capitalismo. Con l’IA, immagina fortune nell’ordine dei trilioni di dollari. E nota come questa concentrazione stia già distorcendo il sistema democratico: le aziende tech sono riluttanti a criticare il governo, il governo sostiene politiche ultra-deregolamentiste sull’IA. Il rischio è che la democrazia smetta di funzionare quando la popolazione non ha più leva economica.

Quello che apprezzo del saggio è che Amodei non è né un catastrofista né un ottimista ingenuo. È il CEO di una delle principali aziende di IA, quindi ha tutto l’interesse a minimizzare i problemi, eppure scrive 20.000 parole per metterci in guardia. Riconosce apertamente che fermare o rallentare lo sviluppo dell’IA non è realistico – la formula è troppo semplice, la competizione troppo intensa, il valore economico troppo grande. La sua proposta è invece di rallentare gli autocratici (soprattutto la Cina) negando loro chip e tecnologie, per dare alle democrazie il tempo di sviluppare l’IA con più attenzione ai rischi.

La trappola: troppo denaro in gioco

Ma qui emerge la contraddizione più acuta: Amodei nota che anche le misure più sensate – controlli sulle esportazioni di chip, regolamentazione giudiziosa – vengono respinte dai policymaker americani. “C’è così tanto denaro da fare con l’IA – letteralmente trilioni di dollari all’anno – che anche le misure più semplici fanno fatica a superare l’economia politica inerente all’IA.” Questa è la trappola: l’IA è un premio così lucente che la civiltà umana fatica a imporre qualsiasi freno.

Leggendo questo testo dopo aver riletto i post di Giovanni Campanella su Tramiti e le riflessioni apparse qui su ACTA, mi colpisce la consonanza. Giovanni scriveva dell’importanza di “un adattamento della tecnologia alle esigenze di chi lavora, non un adattamento di chi lavora alle esigenze della tecnologia”. Amodei, pur da una prospettiva completamente diversa, arriva a conclusioni simili: la tecnologia è troppo potente per essere lasciata a se stessa, servono scelte deliberate su come usarla.

Le domande che dobbiamo porci

La domanda per noi freelance non è se l’IA arriverà – arriverà, e presto. La domanda è: chi decide come viene usata? Chi ne trae beneficio? Chi paga i costi della transizione? E soprattutto: riusciremo a mantenere spazi di autonomia e dignità professionale, o diventeremo appendici di sistemi sempre più automatizzati?

Amodei chiude con un appello alla nobiltà dello spirito umano, alla capacità di raccogliere la forza necessaria all’ultimo momento. È un finale ottimista, forse anche retorico. Ma ha ragione su una cosa: gli anni che ci aspettano “saranno impossibilmente difficili, chiederanno più di quanto pensiamo di poter dare”. Per questo è importante che associazioni come ACTA continuino a esistere e a fare rete. Perché qualunque cosa ci riservi questa “adolescenza tecnologica”, sarà meglio affrontarla insieme che da soli.

Ugo Testoni

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