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Considerazioni sulla “Legge sulle professioni non regolamentate”.

20 Dicembre 2012 Lavoro, News

Pubblichiamo un’intervista di Barbara Imbergamo ad Anna Soru sulla riforma delle professioni non regolamentate appena approvata.

Barbara: La legge 3270 è stata approvata ieri. Acta ha espresso un parere negativo e dei timori in proposito. Quali sono le questioni principali che non condividete?

Anna: La legge apparentemente non cambia nulla ma rischia di creare gli spazi per l’introduzione di nuovi vincoli e nuovi costi per i professionisti, senza assicurare alcuna effettiva tutela della qualità e della professione e senza affrontare i veri problemi dei professionisti autonomi.

Barbara: Proviamo a immaginare cosa cambierà per un professionista, per esempio, un traduttore con la legge sulle professioni.

Anna: La legge stabilisce che le associazioni possano proporre una definizione ai sensi UNI della professione. Vale a dire che attraverso un percorso regolato da UNI (www.uni.com) saranno stabilite quali caratteristiche e abilità deve avere il professionista per svolgere quella professione. La legge usa il principio “garantisco il consumatore per garantire il professionista”, dimenticando che – in buona parte dei casi – i nostri clienti non sono rappresentati dal consumatore privato, ma dalle ben più forti realtà dell’impresa e della Pubblica Amministrazione. Aver normato la professione potrà cambiare il potere contrattuale nei confronti del committente? Aiuterà forse ad essere pagati in tempi più rapidi? Arresterà la tendenza all’erosione dei compensi? Semplificherà gli adempimenti burocratici?

Barbara: Ma sarà obbligatorio attenersi a quelle norme?
Anna: Formalmente no. La legge parla di volontarietà. I promotori della legge sottolineano che vi potranno essere quattro livelli di professionisti: quelli che qualcuno definisce “cani sciolti” ovvero privi di certificazione; quelli che sono coerenti con la norma UNI; quelli che sono coerenti con la norma UNI ed associati all’associazione di riferimento; quelli che oltre alle due cose precedenti hanno anche la certificazione delle competenze rilasciata da enti certificatori.


Barbara: Come immaginate che si muoveranno i professionisti in questo contesto in cui alcuni possono essere “certificati” e altri no?
Anna: Distinguiamo tra certificazione UNI e attestazione rilasciata dall’associazione ai propri iscritti.
Con la certificazione UNI sul mercato privato non cambia nulla. Il mercato ha ampiamente dimostrato che la certificazione UNI non garantisce la qualità dei servizi perché interviene solo sui processi.
L’attestazione dell’associazione può invece essere riconosciuta dal mercato, ma non dipende dal riconoscimento formale dell’associazione, bensì dalla reputazione che l’associazione ha saputo costruirsi.
Ma ciò che a noi preoccupa è il rapporto con le pubbliche amministrazioni.
I percorsi di accreditamento potrebbero richiedere la certificazione UNI e/o l’attestazione delle competenze da parte dell’associazione riconosciuta.
In tal caso chi vorrà lavorare con la PA dovrà adeguarsi e sostenere dei costi aggiuntivi, una fee per poter lavorare, che non è in grado di assicurare la qualità dei servizi, garantendo un bel mercato agli enti certificatori e un grande potere alle associazioni. Ecco la vera professione che esce rafforzata da questa riforma è quella del certificatore…

Barbara: E per chi svolge professioni di volta in volta “nuove”, cosa accadrà si andrà alla rincorsa di continue certificazioni o le nuove professioni si muoveranno altrimenti?
Anna: Questo è un altro problema: la posizione delle professioni intellettuali rispetto al mercato è assai differente da quella di altre categorie di lavoro autonomo e del tutto diversa da quella del lavoro dipendente, perché tali professioni non rispondono semplicemente a una domanda di mercato, ma spesso debbono “costruire il mercato”, “inventare la domanda”, in parole povere, scoprire le esigenze nascoste, inconsapevoli, implicite, della committenza. La nostra attività quindi, cambiando spesso il committente, non solo è scarsamente di routine, ma deve essere per forza un’attività di innovazione e per tale ragione è difficilmente normabile.

Barbara: Sulla formazione, la legge stabilisce che le associazioni promuovano la formazione dei propri iscritti. È un vantaggio per i soci?
Anna: In linea generale siamo assolutamente favorevoli alla promozione della formazione, ma non riteniamo che le associazioni siano in grado di controllare l’effettivo processo di aggiornamento dei propri iscritti. Conoscenze, saperi e competenze dei moderni professionisti spesso sono acquisite mediante percorsi complessi e articolati, a volte mediante esperienze di vita aziendale come lavoratori dipendenti, e per ciascuno sono frutto di un processo formativo individuale.
Attualmente molte associazioni richiedono che ogni iscritto dimostri di aver seguito un percorso di aggiornamento professionale, ma da un lato spesso non riconoscono l’autoaggiornamento, che pure per molti di noi ha un peso rilevante, dall’altro lato non entrano più di tanto nel merito dei corsi frequentati (può essere considerato valido anche un corso sugli aspetti fiscali della professione, che nulla ha a che vedere con la qualità del servizio erogato da un informatico o da un formatore) e si accontentano di una certificazione della frequenza (è come se all’università ci si potesse laureare solo frequentando i corsi, senza passare gli esami).
Anche qui l’insidia è legata all’introduzione di vincoli di certificazione nell’accreditamento presso le PA.
In altre istituzioni di rappresentanza (sindacati, associazioni datoriali) la formazione è diventata una delle principali fonti di finanziamento e molto spesso è funzionale agli interessi dei rappresentanti e non dei rappresentati. Gli iscritti non sono liberi di scegliere sul mercato e la qualità della formazione lascia spesso a desiderare. Temiamo che questo sistema possa essere adottato anche nelle associazioni.
La sostenibilità economica delle associazioni è un problema comune a tutte, la formazione può essere una risposta. La formazione erogata dalle associazioni può essere offerta, ma non imposta.

Barbara: La rappresentanza è affidata ad associazioni di secondo livello, ovvero associazioni di associazioni. Quali considerazioni su questo?
Anna: Quando in parlamento si devono discutere norme sul lavoro dipendente vengono consultati i sindacati, quando sono norme sulle imprese vengono consultate le associazioni datoriali: sono tutte associazioni di primo livello.
Se invece si discuterà di norme su di noi, potranno rappresentarci le associazioni di associazioni, come Colap, CNA, Consulta delle professioni CGIL… tutte associazioni ibride che fanno riferimento non solo a lavoratori autonomi, ma anche a dipendenti e imprese e che proprio per questa commistione, oltre che per la distanza dai lavoratori che vogliono rappresentare non ne conoscono i problemi effettivi.
C’è il sospetto che sia stato un modo per chiudere la rappresentanza e circoscriverla a chi in tanti anni si è occupato solo di riconoscimento delle professioni e ai soggetti tradizionali come il sindacato e le associazioni datoriali, che hanno deciso di diversificare il loro target e che hanno scelto la strada dell’associazione di associazioni dopo aver visto quanto era difficile raggiungere direttamente i singoli lavoratori.

Barbara: In sostanza quali vantaggi ne ricava il professionista?

Anna: Nessuno. È questo il punto. Nel migliore dei casi, si tratta di una legge che non serve a nulla, nel peggiore una legge che fa spendere soldi al professionisti senza portare vantaggi.

Barbara: E allora perché le associazioni l’hanno molto voluta?
Anna: Per ottenere un riconoscimento formale che è più “simbolico” che altro perché li rende simili, ma bada bene privi delle medesime tutele, agli ordinisti e perché forse pensano di poterne ricavare dei vantaggi in termini di iscrizioni e di centralità. La situazione attuale mostra che anche gli ordini non sono più in grado di garantire le tutele del passato, figuriamoci questi albi di serie B. Tanti professionisti si aspettano che il riconoscimento darà più valore alle loro professioni, ma è un’illusione, è il retaggio di un modello del passato che non funziona più.

Barbara: E allora quale è la proposta di Acta?

Anna: Acta ritiene che si debba fare molto di più: che si debbano riconoscere i lavoratori free lance, riconoscere le loro peculiarità, includerli dentro welfare e diritti e ammetterli alle negoziazioni con le istituzioni. Un ulteriore rischio, con questa legge, è che i partiti pensino di “avere fatto il loro” su questo tema e non si impegnino su temi ben più importanti, come l’eliminazione del programmato aumento dei contributi previdenziali, il rispetto dei tempi di pagamento, le questioni relative a fisco e pensioni, la semplificazione degli adempimenti burocratici.

ACTA

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16 Commenti

  1. Emma

    Reply

    E’ bello leggere parole così chiare e che sintetizzano meravigliosamente la situazione. Parlando da designer, negli ultimi mesi la discussione è stata portata avanti da tanti colleghi che, come dite, letteralmente fremono per essere “riconociuti”.

    Incredibilmente, l’esperienza dell’ordine degli architetti, degli ingegneri, come tanti altri, non ci hanno ancora insegnato quanto gli ordini siano un sistema più che vecchio, anacronistico, fondato sulla paura della concorrenza e sull’imposizione di vincoli e la raccolta di soldi che non si capisce bene dove finiscono.

    Questi colleghi, e purtroppo sono tanti, sperano che una associazione o un albo tengano fuori “quelli che usano photoshop”, quelli che non hanno formazione formale (quando questa non è necessaria alla pratica del designer), quelli che fanno prezzi troppo bassi.

    Poverini, a mia opinione. Invece di investire le nostre energie nel contrastare il quindicenne con photoshop (ma perché poi?) forse dovremmo renderci conto di altre priorità, la totale mancanza di tutela ai freelance su tutte, e in un ultimo, la qualità del nostro lavoro.

    Grazie per portarci sempre opinioni così lucide.
    Emma

    20 Dic 2012
  2. romano

    Reply

    Ai furboni che hanno approvato la legge rivolgo questa domanda:
    da 20 anni opero come free lance nel campo delle politiche del lavoro.
    Le mie prestazioni sono difficilmente inquadrabili in una associazione professionale. Io sono o meglio potrei essere: un valutatore delle politiche pubbliche (e già aderisco alla AIV), ma anche un sociologo (e dovrei aderire anche alla SOIS), però sono anche Formatore (e dovrei aderire alla AIF), ma in fondo mi occupo anche di sistemi informativi (e allora perché non farmi certificare le competenze da EUCIP?). Senonchè sono anche un orientatore, e poi faccio assistenza tecnica sul fondo sociale europeo, ma anche studi e ricerche in campo economico e sociale…dimenticavo di dirvi che a suo tempo presi anche il patentino di assessor per i sistemi qualità iso 9000… Ma a quante minchia di associazioni mi devo iscrivere per poter lavorare? Sì perchè nel frattempo di lavoro ce n’è sempre meno ed i compensi sono sempre più bassi. Non è che siete un po fuori dalla realtà? Romano Calvo

    20 Dic 2012
  3. Alliandre

    Reply

    Tutto vero, d’altro canto penso ci vorrebbe una clausoletta che dice: se sei iscritto a un’associazione sei un professionista, ergo NON puoi essere assunto a Tempo indeterminato; cioè non sei una falsa P. IVA.
    E *questo* punto di vista secondo me sarebbe l’unico utile riguardo a questa legge: se l’INPS e il ministero del lavoro trovano così difficile inquadrarci per distinguerci dalle P. IVA false, forse l’aggiunta dell’iscrizione a un’associazione di riferimento potrebbe essere utile per spingere a farci abbassare le aliquote della gestione separata.
    Wishful thinking?
    (D’altronde, che altro ci resta a parte votare coi piedi ed emigrare verso altri lidi?)

    20 Dic 2012
  4. Alliandre

    Reply

    P.s. da traduttrice non ho molte scelte: AITI o ANITI. Ed entrambe fanno formazione continua da moltissimo tempo. Inoltre le norme UNI sulla traduzione esistono da tempo anche quelle, quindi non vedo che altri casini potrebbero portare.
    Nel caso di Romano, io sceglierei l’associazione che rispecchia l’attività prevalente… ma credo tu l’abbia già fatto, altrimenti avresti scelto di associarti altrove, o sbaglio? 🙂

    20 Dic 2012
  5. Francesco

    Reply

    Sono d’accordo con Anna, è una legge inutile. La formazione è un percorso naturale, credo che non esista sul pianeta un professionista che non si aggiorni costantemente. Certificare un lavoratore autonomo (quando possiede un diploma/laurea/specializzazione/anni di esperienza sul campo) non serve: o sai fare o non fai il professionista.

    In questo momento serve:
    – welfare per il lavoratore autonomo, ridurre la pressione fiscale e i contributi previdenziali (i piu’ alti rispetto a tutte le altre categorie)
    – eliminare gli acconti delle tasse da pagare per l’anno successivo
    – creare studi di settore piu’ vicini alla realtà reddituale e non palesemente inventati su campioni inesistenti (provate a chiedere all’ade o al ministero i campioni di riferimento dello studio di settore e vedete se vi danno ragione sociale del professionista)
    – modificare quelle leggi che considerano il lavoratore autonomo uguale ad un’azienda: i rischi di impresa sono diversi e piu’ importanti sul primo
    – eliminare gli adempimenti burocratici
    – a favore del committente, inserire nella fattura una detrazione fiscale
    – non mollare mai

    Buon Natale a tutti.

    20 Dic 2012
  6. Marco

    Reply

    CGIL CISL UIL Federconsumatori Adiconsumatori e Adoc in un comunicato congiunto sostengono qualcosa di molto diverso. La legge dovrà servire a garantire consumatori e dare dignità a piu’ di tre milioni di professionisti privi di tutele.
    Ma perché pretendono di occuparsi di un mondo che non conoscono affatto?

    http://www.cgil.it/DettaglioDocumento.aspx?ID=20364

    22 Dic 2012
  7. Paola Giovannetti

    Reply

    Sono traduttrice orgogliosamente freelance, lavoro direttamente per aziende anche di grandi dimensioni, la formazione continua me la sono scelta o fatta io autonomamente sul campo, non ho mai sentito la necessità di iscrivermi alle associazioni nazionali traduttori. Fino all’anno scorso ho sempre avuto parecchio lavoro, tanto da doverlo condividere anche con altri colleghi. In poche parole; sono sopravvissuta molto bene senza associarmi! Non ho dovuto dimostrare nulla al cliente se non la competenza. Nel mondo della traduzione vale il testo finale che fornisci al cliente, tutto il resto non conta, questa è sinora la mia convinzione. Il problema è far valere in termini di tariffe adeguate il valore della traduzione, non il valore della certificazione!

    27 Dic 2012
  8. free lance

    Reply

    a costo di fare la fame, non mi associerò mai a nessuna associazione

    sono un free-lance, faccio il mio lavoro con estrema professionalità e dedizione, FREE

    1 Gen 2013
  9. Mario Panzeri

    Reply

    L’ennesima norma che serve soltanto a creare rendite di posizione – in termini economici e di potere – per i soliti burocrati e parassiti. Altro che le liberalizzazioni di cui tanto si ciancia…

    3 Gen 2013
  10. free lance

    Reply

    non avrei mai pensato di avvicinarmi a grillo, eppure il m5s sembra l’unico che senza alcuna ideologia sia parte della gente, credo che sia doveroso per ogni autonomo votare il m5s, forse ci sarà più caos, però con quale coraggio possiamo votare monti? bersani? casini? berlusconi? fini?

    “Un po’ martire, un po’ eroe, testardo, cocciuto, indipendente, orgoglioso. Qualche volta suicida. Talvolta in fuga oltreconfine, in Svizzera o in Carinzia, per salvare la sua azienda e i suoi dipendenti. In mezzo a operai e impiegati, come uno di loro. Il piccolo e medio imprenditore italiano è l’uomo dell’anno. Un San Sebastiano moderno trafitto dalle tasse più alte dell’Occidente, da Equitalia, da adempimenti burocratici kafkiani. In credito verso lo Stato che però pretende l’anticipo sui presunti profitti. Tassato anche in perdita con l’Irap. Schifato dalle banche. Mulo da soma che lavora per lo Stato fino ad agosto e solo nei mesi successivi per se e per la sua famiglia. Uno Stato vorace, allo stesso tempo post sovietico e ultra capitalista, che assorbe le sue energie come una sanguisuga. Questo tipo d’uomo che crede nel futuro in mezzo a una realtà che assomiglia a un incubo quotidiano, e lo fa con ostinazione incomprensibile quando gli altri hanno già gettato la spugna, vive solo nel nostro Paese. E’ una specie in via di estinzione, sopportata da una sinistra da sempre aggrappata alle mammelle dei concessionari, degli appalti di Stato e delle cooperative,e tradita da una destra spesso corruttrice e mafiosa, amica e foraggiatrice dei grandi imprenditori con leggi e casse integrazioni ad hoc. Difficile che si arrenda e quando lo fa, con una corda al collo o con un colpo di pistola nel suo ufficio, non è un atto di resa, ma di protesta. Butta la sua vita in faccia a chi non ha mai lavorato, rischiato, scommesso sui propri sogni pagando le sue scelte sempre in prima persona. Senza aiuti e orgoglioso di non dover chiedere. E’ un combattente che sembra votato al martirio, ma che combatte per tutti, anche per i suoi avversari. Senza di lui il Paese si spegnerà come una candela, senza il tessuto delle piccole e medie imprese ci rimarranno le banche senza depositi, i dipendenti pubblici senza stipendio e i pensionati senza pensione. Un deserto di cui ci sono già segnali ignorati dai parassiti della Nazione. Gente che non si è mai sporcata le mani in una fabbrica o ha passato le notti in bianco per far quadrare i conti. Il piccolo e medio imprenditore è il cuore che tiene in vita questo corpo devastato che si chiama Italia. Se dovesse stancarsi nessuno potrà biasimarlo. Chapeau!”

    5 Gen 2013
  11. Frida

    Reply

    Seppur in tali considerazioni si evidenziano dei timori legittimi e alcune direzioni saranno quelle citate, si evidenziano delle imprecisioni che sono facilmente riscontrabili anche nel sito dell’UNI che rende questa legge più seria di quello che si voglia far intendere e, questo, su punti che reputo fondamentali:
    1. La Norma UNI si atterrà agli EQF per cui le Conoscenze, Competenze e Abilità non saranno solo date dal riconoscimento dei titoli ma anche da quelle INFORMALI cioè su quelle che possono essere acquisite SUL CAMPO es. se sono un’impiegata e lavoro molto con il computer, tramite gli EQF, viene riconosciuta una personale abilità anche se non possiedo l’ECDL (tutto è verificabile nel sito UNI e facendo una semplice ricerca sui motori di ricerca sull’EQF)
    2. La Norma UNI viene fatta INVITANDO FORMALMENTE TUTTI coloro che possono avere voce in capitolo COMPRESI I SINDACATI e le associazioni dei Consumatori, a loro stabilire se partecipare al Gruppo di Lavoro o no ma le Convocazioni vengono fatte dall’UNI in qualità di Ente terzo che deve Garantire gli standard
    3. Questa Legge è vista anche in un’ottica PREVIDENZIALE e FISCALE

    Quindi, parere del tutto personale, forse tra il NULLA e qualcosa che provi a tutelare consumatori e professionisti, anche se perfettibile, la preferisco considerando che le professioni sono in continuo aumento anche considerando la tecnologia (oggi non conosciamo un lavoro che potrà esistere domani legata strettamene alla tecnologia e agli studi scientifici fatti in diversi ambiti).

    Ripeto, quello che ho scritto è facilmente riscontrabile sui siti Ufficiali

    5 Gen 2013
  12. nicola

    Reply

    Concordo con l’ultimo intervento Frida. Forse tutti hanno mal interpretato la norma che, comunque, rimane una facoltà non un obbligo.
    A questo si aggiunge il contesto in cui per anni si è chiesto qualcosa per uscire dal “nulla” per superare la difficoltà di molti ad avere un appiglio normativo su cui costruire in futuro e uscire dall’anonimato. Particolare attenzione a temi delicati come la previdenza, studi settore, ecc. che in futuro potrebbero essere rivisti con un occhio diverso. Siamo tutti presenti sul mercato e quello è selettivo di suo è vero, ma spesso anche impossibilitato a capire realmente. Il mercato non è sufficiente se non identificato con un contesto normativo che oggi, con questo PRIMO PASSO, non è sicuramente il massimo, inizia ad esserci !
    Un cordiale saluto
    nicola

    10 Gen 2013
  13. Anna Soru

    Reply

    La legge in una precedente versione conteneva anche un articolo relativo alla previdenza (non anche al fisco a quanto mi risulta), che in effetti a mio parere era la parte più interessante perchè avrebbe ridotto la nostra contribuzione pensionistica. Ma questo articolo non ha passato il vaglio della commissione bilancio ed é scomparso dalla legge (come si può verificare consultando la legge).
    Sul fatto che sia volontaria, come già detto nell’intervista, va tutto bene fino a che parliamo di mercato privato. Il problema è che l’appartenenza ad una associazione riconosciuta potrebbe essere una condizione richiesta per lavorare con le PA, e allora per molti di noi non sarebbe più una facoltà.
    Per quanto riguarda la certificazione, sarebbe interessante discuterne in maniera più approfondita. Cercheremo di organizzare un incontro

    10 Gen 2013
  14. Elisabetta

    Reply

    Leggo sul sito dell’Uni:

    UNI – Ente Nazionale Italiano di Unificazione – è un’associazione privata senza scopo di lucro fondata nel 1921 e riconosciuta dallo Stato e dall’Unione Europea

    Navigo e cerco se c’è già qualche “norma” per la (mia) professione di consulente; trovo una “Guida per la classificazione dei consulenti di direzione in base al sistema di competenze” e una “Linee guida per la scelta del consulente di direzione”.

    Entrambe possono essere scaricate in pdf, 55 euro l’una;

    Cerco l’ultima norma pubblicata dall’UNI: è per i fotografi:

    è la numero UNI 11476:2013
    Attività professionali non regolamentate – Figure professionali operanti nel campo della fotografia e comunicazione visiva correlata – Requisiti di conoscenza, abilità, competenza

    Questa volta il pdf costa 72 euro: direi che in tempi di crisi, è davvero un bel business!

    10 Feb 2013
  15. massimo

    Reply

    Non concordo sulla totale negatività della Legge. Non risolve tutti i problemi ma può aiutare a definire la molte figure professionali sul mercato. Di fatto le associazioni che formano i “professionisti” dovrebbero avere l’interesse a posizionare l’asticella ad un certo livello.

    26 Mar 2013
  16. salvatore Arcidiacono

    Reply

    La legge è una vera buffonata! I sistemi di certificazione sono un solo un grande affare per chi li gestisce.Non garantiscono affatto l’utenza e pongono dei limiti al professionista ingabbiandolo nei limiti (scientifici, culturali, strategici) che la stessa Associazione o l’ente certificatore hanno. E poi, chi certifica i certificatori?Io propongo la figura del “METACERTIFICATORE”. Ovviamente, certificato!!!

    9 Feb 2014

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Considerazioni sulla “Legge sulle professioni non regolamentate”.…

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