PRIMA ERO NECESSARIO, ORA SONO UN BENE DI LUSSO. CHE POCHI ACQUISTANO.
3 Giugno 2026 Intelligenza artificiale
X.X. fa l’animatore 2D frame by frame da un decennio. Desidera mantenere l’anonimato… e leggendo questo post capirete perché.
D. Qual è l’impatto dell’IA sul tuo lavoro?
F. Ad oggi l’IA non ha impattato tecnicamente sul mio lavoro -non esiste ancora un modo per replicare professionalmente la tecnica dell’animazione frame by frame.
Però l’impatto sul numero di richieste lo sto sentendo tantissimo.
La maggior parte degli studi di animazione che prima mi davano lavoro ora stanno ricevendo dai loro clienti richieste di prodotti molto più veloci o addirittura in pieno “stile IA” per sentirsi al passo con i tempi.
Quindi, al di là del fatto che la tecnica che uso ad oggi non è replicabile, il cliente finale, sapendo che esistono alternative più rapide, può optare per quelle.
Se prima il mio lavoro era quasi necessario adesso è diventato un bene di lusso.
Mi sento un po’ la boutique di Chanel accanto al supermercato.
E non mi sono mai voluto sentire così! Non volevo sentirmi così costoso agli occhi di un cliente. Però la realtà è questa: di fronte a un prodotto fatto con l’IA che veicola il messaggio con una qualità accettabile, e che esteticamente per il pubblico di massa funziona, il cliente si accontenta pur di risparmiare sulla produzione.
Sto continuando a lavorare solo perché ci sono ancora studi che danno molto valore al fatto a mano.
Però, per farvi una percentuale banale: prima il mio fatturato era composto per il 30% da progetti importanti, di clienti o studi che tenevano molto alla qualità artigianale, e per il 70% da lavori minori, animazioni semplici che puntano solo al messaggio e non alla autorialità del prodotto.
Quel 70% mi sta venendo a mancare quasi completamente.
Mi rimane solo il segmento d’élite, che però è sempre stata la fetta più piccola del fatturato.
Inoltre ho notato che anche in alcuni lavori importanti, ci sono fasi di lavoro che sono state sostituite dall’IA.
A volte mi arrivano illustrazioni e storyboard fatti con l’IA, e io devo animarli. Il mio lavoro non cambia, ma lo studio ha già risparmiato molto in tempo e risorse. E non sono sicuro che si sia fatto pagare di meno dal cliente finale…
D. Sei convinto che gli studi ci guadagnino, senza che i committenti chiedano riduzioni di prezzo?
F. Credo di Sì! Normalmente un cliente porta allo studio uno script e chiede un video: si fida del portfolio, dello showreel, e non entra nel merito di come vengono realizzate le fasi intermedie, lo storyboard, le illustrazioni, non viene quasi mai esplicitato come sono stati prodotti né da chi. Noi freelance spesso non siamo nemmeno accreditati.
Di conseguenza non credo che il cliente si interessi di sapere se il PDF dello storyboard è stato fatto con l’IA o meno. Il preventivo credo resti lo stesso.
E capisco quindi quanto faccia gola a uno studio pagare solo le persone strettamente indispensabili e fare il resto con dei prompt.
D. Puoi spiegarci meglio cosa significa lavorare frame by frame?
F. Significa fare animazione 2D in modo tradizionale. 12 disegni al secondo come si faceva una volta, prima su carta, ora in digitale, ma la tecnica è la stessa.
L’IA e le tecniche più automatizzate nel mondo dell’animazione consistono invece nel prendere un disegno già fatto e spostarlo per simularne il movimento, ma questo limita i movimenti e spesso l’oggetto o il personaggio, perdono consistenza durante il movimento.
Quando un cliente mi chiama è perché ha bisogno di movimenti che l’IA o i software automatizzati non riescono ancora a calcolare. Almeno a oggi.
D. Quanto il cliente percepisce questa differenza? Chi è il cliente che cerca ancora questa qualità?
F. Provo con un esempio semplice. Se ho bisogno di un tavolo da pranzo e mi interessa solo la sua funzionalità, un tavolo Ikea andrà benissimo. Se invece sono una persona che dà valore all’artigianato vorrò un tavolo intagliato a mano, da un artigiano specifico, con materiali particolari e dalle misure perfette per il mio soggiorno… la funzionalità non cambia, ma cambia il valore intrinseco che attribuisco all’oggetto. Nei prodotti video è la stessa cosa.
Quando vedo un cliente il cui unico obiettivo è mandare un messaggio diretto, e di fronte a vari stili e tecniche punta solo al risparmio, quello è il cliente che vuole solo il tavolo Ikea.
Fino a due anni fa, anche quel tipo di richiesta ero io a farla, magari semplificando o riducendo il lavoro. Oggi invece possono farselo da soli, accontentandosi magari di un prodotto mediocre, ma estremamente economico.
A me rimane solo il lavoro dell’artigiano, che va bene, mi rende orgoglioso, ma non è abbastanza per coprire il fatturato annuo. I clienti che vogliono il tavolo intagliato sono uno su dieci, se non meno.
D. Come pensi di attrezzarti rispetto a questo cambiamento?
F. Ho un paio di idee. La prima è staccarmi il più possibile dal lavoro commissionato e intraprendere una strada più indipendente: producendo i miei progetti personali e cercando di venderli direttamente al cliente finale. Devo trasformare tutto questo tempo libero in un investimento. Diventare, se vogliamo, più artista che artigiano.
L’IA non riesco ad abbracciarla, e non solo per questioni etiche o ambientali. Per come lavoro io, in tradizionale, a oggi non mi può aiutare in nessun modo. Reinventarmi da zero adesso mi spaventa molto di più che fare l’imprenditore creativo indipendente. Non so se l’anno prossimo sarà peggio di questo, e quello dopo ancora peggio. Probabilmente saremo tutti costretti a rivedere le nostre posizioni. Spero di no.
D. Dal punto di vista dei diritti d’autore, ti preoccupa che l’IA possa “rubarti” le qualità che hai messo in rete?
F. Onestamente no, non mi ha mai preoccupato. Il ragazzino che ti copia spudoratamente è sempre esistito. Il fatto che lo faccia una macchina non cambia molto per me. Il valore intrinseco di un’opera sta nell’originalità, e io cerco il cliente che ci tiene che sia un Gucci originale, non la replica. Torniamo sempre lì: non è solo il risultato finale, è il valore del chi e del come. E secondo me è quello il futuro che ci aspetta, di fronte a un’IA sempre più “competente”
D. La chiave è diventare autori riconoscibili, trovare un mercato che apprezzi questo.
F. Sì, anche se mi rendo conto che questa strada è percorribile da pochissime persone.
Mi dispiace molto, perché ho tantissimi colleghi che rispetto e che sono felicissimi di stare all’interno di una produzione a catena di montaggio, senza chissà quale ambizione autoriale.
Fino a ieri era una scelta rispettabilissima. Oggi invece mi sembra che non basti più: potresti essere sostituito dall’IA.
E statisticamente in pochi (forse uno su cento) riescono a fare questo grande passo da lavoratore ad autore.
D. Ci sarà quindi un ridimensionamento notevole del lavoro nel settore.
F. Sì. Viviamo in una società in cui il risultato finale è quello che conta, mentre il chi e il come conta sempre meno. Gli stessi guru dell’IA promuovono questo atteggiamento: il messaggio è sempre “puoi ottenere questo risultato in pochissimo tempo, senza tutto quel percorso che facevi prima”, come se il viaggio per arrivarci fosse solo una perdita di tempo. E questo è, secondo me, la cosa più grave anche per le generazioni future.
D. Questa evoluzione danneggia di più i freelance o i dipendenti?
F. Nell’immediato i freelance, sul lungo termine i dipendenti. Noi freelance vediamo subito il cambiamento, perché abbiamo un confronto diretto col cliente che ci dice che l’IA è uno strumento che approva e che vuole utilizzare. Però siamo liberi di andare a cercare gli studi e i clienti che valorizzano ancora il fatto a mano. Il dipendente invece, nell’immediato, viene tenuto perchè sotto contratto o perchè si sta cercando all’interno dello studio come adattare la sua figura al nuovo mercato… ma quando verrà eliminato dalla pipeline, senza esperienza nel mondo del freelancing, si ritroverà davvero in difficoltà.
Noi freelance siamo abituati a reagire, a cercare il lavoro giusto per le nostre skill. Il dipendente esegue quello che gli viene chiesto, e se il capo un giorno decide che non ha più bisogno di lui, non so con quanta facilità riuscirà a rimettersi in piedi. Sono più preoccupato per loro che per i miei colleghi freelance; siamo sempre stati un po’ dei pirati, abituati ad arrangiarci.
D. C’è spazio anche per qualcuno che, usando l’IA, fa il prodotto completo per il cliente piccolo?
F. Avranno sicuramente un loro mercato. Però, per quanto posso osservare, tutte le persone arrivate a un certo livello di esperienza e qualità non riescono a utilizzare l’IA o non ci vedono niente di attraente. Chi la usa è perché non ha ancora abbastanza esperienza, o non ha voglia di imparare, o ha quello che si chiama una skill issue, non sa fare una cosa e invece di pagare un collega specializzato, la compensa con l’IA. Mi sembra abbastanza palese che chi la usa è perché non ha mai avuto la passione o la voglia di arrivare a una certa qualità con le proprie forze. Non ho mai sentito nessuno con dieci anni di esperienza dire “finalmente con l’IA non devo più fare tutto quello che ho imparato”. Sono sempre persone che non ci sono ancora arrivate a quel livello, e la usano per compensare. Questo si riflette anche sui clienti.
D. In altri lavori ci sono parti routinarie che si affidano all’IA senza per questo fare tutto con l’IA. Accade anche nel tuo caso?
F. Come ho detto prima nell’animazione 2D frame by frame, siamo ancora lontani da risultati accettabili, ma per quanto riguarda l’illustrazione l’impatto è già concreto.
Vi faccio un esempio.
Questa è un’illustrazione che ho fatto sotto commissione, colorata in modo molto semplice e con luci e ombre appena abbozzate, adeguata al budget che mi era stato pagato dal cliente.
Se do l’outline in pasto all’IA e gli chiedo di colorarla, in pochi secondi mi da un risultato che va ben oltre il livello di rifinitura che mi ero prefissato per il budget a disposizione.
Quindi, pensandoci in modo puramente pragmatico: potrei andare da un cliente, farmi pagare per un’illustrazione completa ed elaborata, arrivare allo step dell’outline, chiedere all’IA di colorarla e guadagnare molto di più con la metà dello sforzo.
Il disegno dell’outline resta mio -non ha cambiato una virgola, ma lo ha completato, colorato e ne ha anche finalizzato luci e ombre in modo molto accattivante.
Potrei farlo. Ma mi sento davvero sporco all’idea.
D. Quindi la cosa giusta sarebbe esplicitare quando si usa l’IA?
F. Dovrebbe essere così, sì. Però nella pratica come si fa?
Se scrivo “con l’aiuto dell’IA”, chi guarda non ha modo di sapere in quale percentuale.
Quella dicitura potrebbe giustificare benissimo anche chi ha messo solo l’idea e ha fatto fare tutto il resto alla macchina. Il mondo dei social è pieno di persone convinte che l’idea valga abbastanza da definirsi artisti pur avendo delegato tutto il resto. Io non sono d’accordo, ma parliamo di pura etica e in un mercato in cui l’etica conta pochissimo.
D. Mettendomi nei panni dell’azienda: a me interessa il prodotto finito. Se è originale e in parte rifinito con l’IA, e soddisfa le mie esigenze, perché no?
F. Perché a quel punto andiamo in una direzione in cui anche quando il 99% del prodotto è fatto dall’IA diventa accettabile.
D. Ma io non sarei in grado di usarla, ci vuole qualcuno che sappia guidarla, che conosca il settore.
F. Sì, però di fronte a chi mi dice “ho dovuto studiare i prompt per ottenere quel risultato”, io rispondo: pensa quanto ho dovuto studiare io per farlo a mano. Tu ci hai messo un mese per imparare i prompt, io ci ho messo vent’anni. E aggiungo, in modo un po’ provocatorio: tu hai imparato a usare i prompt perché è quello che l’IA richiede oggi. Ma se domani esistesse un’IA a cui basta parlare normalmente, senza nemmeno scrivere i prompt, la useresti? Ovviamente sì. Quindi non vantatevi di aver studiato i prompt, li avete studiati perché al momento è un limite dello strumento, non perché vi importi del processo. Se poteste evitarlo, lo evitereste.
D. Già adesso chi fa corsi di prompting consiglia di dare l’immagine all’IA e farsi costruire da lei il prompt, per poi lavorare su quello.
F. Esatto. Nel momento in cui abbracci quella strada, il tuo obiettivo diventa fare il meno possibile, fino ad arrivare a schiacciare un solo tasto. Vantarsi di aver lavorato “un pochino” a me non basta.
D. Quindi la discriminante è etica più che qualitativa?
F. Solo etica. Per quanto riguarda l’illustrazione, da un punto di vista puramente estetico, ormai l’IA fa lavori obiettivamente migliori di quanto potrei sperare di fare io e in molti più stili di quanto potrei mai imparare in una vita intera.
Il pubblico generico davanti a una bella immagine fatta con l’IA spesso la percepisce migliore di una fatta a mano. Più dettagli, con uno stile riconoscibile ed accattivante…
E anch’io oggi faccio molta fatica a distinguerle. L’unica cosa a cui mi attacco è la firma.
Cerco artisti che mostrano i passaggi intermedi, che si filmano mentre lavorano. Perché un po’ di anni fa era palese cosa fosse IA e cosa fosse fatto a mano. Oggi no.
Quindi è solo etica, in un mercato in cui l’etica conta zero.
Tutto quello che possiamo fare è aggrapparci a quei clienti che ci tengono davvero, col cuore, che le cose siano fatte a mano, non perché siano necessariamente più belle, ma perché lo sono. Punto.
D. Il cliente di lusso è tale per budget o per sensibilità qualitativa? O entrambe?
F. Entrambe. L’animazione tradizionale è sempre stata quella che costa di più, perché ci vuole più tempo e ha una ricerca qualitativa più alta. Però se prima era una necessità per ottenere certi risultati, oggi è diventato puro virtuosismo, come quei registi che si impuntano e girano ancora in pellicola, con tutti i suoi limiti. Non cambia niente per il fruitore medio, ma il valore intrinseco del gesto c’è.
D. C’è qualcosa che puoi suggerirci come associazione?
F. Due cose. La prima: educare gli studi di animazione , o forse pretendere da loro , che quando viene coinvolta l’IA nel proprio lavoro venga esplicitato. Come fino a due anni fa si diceva “fatto in Photoshop” o “in After Effects”, è giusto dire che è stato usato l’IA per questa fase. La seconda: sarebbe giusto che i clienti fossero consapevoli del fatto che se uno studio usa l’IA, i costi dovrebbero essere riequilibrati di conseguenza. Non mi sembra corretto che alcuni studi usino l’IA, risparmiando su freelance e collaboratori, continuando a farsi pagare come se ci fosse lo stesso numero di persone al lavoro. Questo confonde il mercato sui valori e sui costi reali dei prodotti. So che da un punto di vista etico è difficile imporre qualcosa, ognuno la pensa diversamente, e lo capisco. Però oggettivamente, esplicitare sempre quando viene usata l’IA metterebbe il mercato in una posizione più chiara: sai con chi stai lavorando, sai quanto costa una cosa, sai con quali studi vuoi collaborare. Probabilmente il cliente medio se ne fregherà comunque, però almeno dal punto di vista del rispetto reciproco tra professionisti sarebbe la cosa giusta.
D. Grazie della testimonianza.
F. Grazie a voi. Purtroppo non ho soluzioni, solo speranze. Vi lascio però con una mia consapevolezza: ogni giorno mi sveglio con un umore diverso su tutto questo.
Ci sono giorni in cui mi arrabbio tantissimo e vorrei gridare sui social che tutto questo è sbagliato. Altri giorni mi sento un ipocrita, perché alla fine l’IA la uso, in maniera più o meno consapevole, in tanti altri settori della mia vita e sicuramente molti lavori sono finiti o cambiati per questo…
(Traduzioni simultanee, Sottotitoli automatici, o utilizzare Google Gemini per organizzarmi l’itinerario di viaggio delle mie vacanze, giorno per giorno, invece che pagare un agenzia viaggi…)
Riconosco quindi che lamentarmi perché questa pioggia di meteoriti è caduta anche sul mio orticello è un po’ da ipocriti, dovrei stare zitto e adattarmi… ma spero che troveremo delle soluzioni che regolamenteranno questa nuova rivoluzione industriale.

























