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Il sindacato e i colossi della cultura

8 Dicembre 2025 Compensi, Vita da freelance

Pubblichiamo l’intervento di Mattia Cavani, presidente di Acta, al convegno “Attacco alla cultura” organizzato il 5 dicembre da Slc- Cgil a Milano

Grazie a chi ha organizzato l’incontro.
In uno degli interventi precedenti, è stato detto che a parlare di cultura si rischia di trovarci sempre con le stesse persone a ripetere le stesse cose. Provo a dire qualcosa di diverso. Parto dall’esperienza di Redacta, la sezione di Acta nata con l’obiettivo di fare azione sindacale in un settore particolare: l’editoria libraria.

Il settore editoriale vale circa tre miliardi e mezzo di euro e, almeno da quarant’anni, è un campo di sperimentazione delle forme più estreme di esternalizzazione e precarizzazione. Nel 2019, quando abbiamo fondato Redacta, ci trovavamo in un settore in cui erano richieste competenze elevate (master, formazione specialistica e così via) a fronte di compensi, e dunque redditi, molto bassi. Una situazione frutto del fatto che ci trovavamo da soli a negoziare con la casa editrice di turno il contenuto e il prezzo del nostro lavoro.

Verso la contrattazione individuale di massa

Dunque, una situazione che si differenzia da quelle che abbiamo visto stamattina [arti performative e spettacolo, NdA], dato che per l’editoria libraria i finanziamenti pubblici sono minimi. Certo, questo governo ha pasticciato con il Fondo Biblioteche, ma è un settore in cui gran parte dei soldi viene da aziende private.

Non vi sto a raccontare tutta la storia di Redacta ma, in sintesi, abbiamo tenuto insieme l’inchiesta e il coinvolgimento diretto di lavoratori e lavoratrici per creare uno spazio mutualistico di condivisione di informazioni sul mercato e la professione: tariffe, tipi di contratto, diritti… Tutte cose che prima di Redacta ognuno si teneva nella sua cameretta senza sapere niente di quello che facevano gli altri. Adesso invece è possibile fare quella che chiamiamo “contrattazione individuale di massa”, trattare con le aziende con alle spalle una rete solidale e un patrimonio di conoscenze messe in comune.

Così abbiamo smentito l’idea tradizionale secondo cui un freelance è tanto più forte quanto più tiene per sé le informazioni sul mercato e sulla sua professione di lavoratore della conoscenza. In realtà il nostro problema era che le persone non si parlavano e quindi le aziende riuscivano facilmente a prenderle in giro.

Dunque abbiamo superato l’isolamento, diffuso consapevolezza, fatto azioni specifiche contro singoli editori come il Saggiatore e, infine, siamo arrivati a definire dei compensi di riferimento: abbiamo aperto un tavolo a freelance, dipendenti, microimprese e insieme abbiamo scritto una sorta di mansionario per le principali prestazioni e i relativi compensi dignitosi, la nostra Guida.

Dopo sei anni possiamo dirci abbastanza soddisfatti: abbiamo sempre più persone che ci seguono e partecipano, si è diffusa una maggiore consapevolezza tra chi lavora in questo settore (soprattutto tra i più giovani, che sempre più riusciamo a intercettare prima che entrino nel mondo del lavoro, facendo lezioni in università), abbiamo visto qualche azienda cambiare alcune cattive pratiche. Per un lavoro sindacale tutto volontario non è male.

Come (non) si contratta con un monopsonio

Tuttavia, per quanto possiamo fare bene il nostro lavoro, ci scontriamo con un limite piuttosto importante: la concentrazione delle aziende. Un problema del settore culturale che stamattina non abbiamo ancora toccato, ma che è determinante.

Mi spiego: quando poche aziende controllano una parte consistente del mercato, non esercitano il loro potere solo sui prezzi (e la qualità) di prodotti e servizi, ma anche su chi lavora. Se da una parte si parla di monopolio, questo si chiama monopsonio: un numero ristretto di “compratori di lavoro” riesce a ottenere condizioni troppo vantaggiose da parte di chi lavora.

Questa enorme differenza di potere contrattuale è molto rilevante nella contrattazione diretta fra freelance e aziende, ma ha anche degli effetti indiretti, a livello di filiera. Per esempio: la distribuzione editoriale è estremamente concentrata, tanto da incamerare più del 50% del prezzo di copertina dei libri delle case editrici indipendenti, che recuperano il margine a valle, comprimendo in modo grottesco il costo del lavoro.

Un altro limite a quello che possiamo fare è una barzelletta che per anni ha fatto ridere solo a Bruxelles: ovvero il fatto che, fino al 2022, la contrattazione collettiva dei freelance era considerata una forma di cartello, una violazione della normativa antitrust della Ue. Questi orientamenti sono cambiati, ma il problema rimane, e rende più grave l’enorme squilibrio di potere negoziale con le aziende.

Quando serve l’Antitrust

Queste stesse argomentazioni le abbiamo portate all’Agcm, l’autorità antitrust, che nel 2024 ha avviato un’indagine sull’editoria scolastica (dove quattro grandi gruppi controllano l’80 % del mercato). L’Antitrust ha impostato la sua indagine in modo “tradizionale”, ovvero andando a verificare le conseguenze della concentrazione sui consumatori. Noi invece siamo intervenuti per dimostrare che gli effetti negativi riguardano anche il lavoro. Come abbiamo fatto? Attivando la rete di contatti che abbiamo costruito in questi anni, abbiamo chiesto ai nostri soci di mandarci i contratti (una dimostrazione di fiducia non indifferente) che avevano firmato con questi grandi gruppi. Analizzando i contratti, abbiamo verificato che nei contratti dei grandi gruppi si possono trovare le stesse clausole vessatorie, tra cui: non concorrenza, cessione indiscriminata di diritto d’autore, royalties nulle o irrisorie per le figure autoriali ecc. Così abbiamo potuto dire all’Authority: il fatto che tutti i grandi gruppi pongano le stesse pessime condizioni ci sembra un problema per l’Antitrust.

Non ve la faccio tanto lunga, abbiamo fatto un’audizione formale e il nostro contributo è diventato parte del rapporto preliminare. Cosa potrebbe venirne fuori?

Prima di dirvelo, una storia triste: lo Statuto del lavoro autonomo entrato in vigore nel 2017, a cui Acta ha contribuito in modo sostanziale, ha un articolo, il 3, che considera nulle le clausole abusive imposte unilateralmente. Peccato che, anche per l’enorme differenza di potere tra freelance e aziende, questo articolo è rimasto lettera morta.

Dunque, cosa potrebbe venire fuori dalla nostra azione con l’Antitrust? Al momento c’è la possibilità che l’Authority sani proprio il vulnus dell’articolo 3, riservandosi di verificare i contratti dei freelance di scolastica e annullando direttamente le clausole vessatorie. Un meccanismo di deterrenza molto interessante che potrebbe diventare un precedente per tutto il lavoro autonomo.

Aspettiamo fiduciosi e, nel frattempo, vi consiglio di leggere il rapporto preliminare dell’Antitrust, che descrive con grande precisione come la digitalizzazione dei libri di scuola, favorita da alcune leggi scritte in (probabile) buona fede, sia stata completamente dirottata a vantaggio delle aziende più grandi, contribuendo alla progressiva concentrazione del mercato.

Quello che noi abbiamo imparato da questa storia è che una qualche forma di collaborazione tra organizzazioni sindacali e autorità antitrust può essere utile per affrontare il problema della concentrazione.

Questa è un’idea ancora minoritaria, anzi, si può dire che storicamente i sindacati abbiano guardato con sospetto all’Antitrust, anche per dei buoni motivi (c’è un’ampia letteratura in merito). Tuttavia, come emerso anche dal seminario della giuslavorista Wenwen Ding, recentemente organizzato dall’Università Statale, ci sono degli ottimi motivi per considerare sindacato, diritto del lavoro e diritto antitrust come strumenti di intervento complementari. È quello che abbiamo sperimentato anche noi.

E non credo che questo approccio sia utile solo per l’editoria.

I colossi dei settori culturali

Pensiamo alle grandi concentrazioni nell’audiovisivo: qualche anno fa, in un’intervista che abbiamo fatto per Dietro le quinte le case di produzione cinematografiche italiane sono state definite “portatrici sane di tax credit” per le grandi piattaforme statunitensi. Anche qui, è difficile pensare che gli effetti dello strapotere di Netflix e Amazon non sia scaricato a valle su chi lavora.

[Le coincidenze non esistono ma, proprio mentre discutevamo al convegno, Netflix ha fatto la sua mossa per comprare Warner Bros. NdA]

Oppure consideriamo la musica leggera. Il mercato discografico mondiale è dominato da tre label (che hanno quote rilevanti anche in Spotify, che controlla buona parte dello streaming, e questo intreccio ha delle conseguenze sulle royalties non pagate agli artisti). Limitandoci al contesto italiano, abbiamo Ticketone, che domina la vendita di biglietti e, secondo un’indagine Antitrust del 2021, ha rafforzato la sua stretta sul settore grazie ad alcune manovre creative, con cui ha incrociato il controllo dei biglietti e quello delle venue. È un’indagine ancora interessante da leggere, anche se le relative sanzioni sono state annullate dal Tar del Lazio, come càpita. Negli anni che sono passati da allora i prezzi dei biglietti dei concerti sono aumentati in modo incredibile e gli incassi sono passati in gran parte dallo stesso venditore. Credete che questo non abbia effetti a cascata su tutta la filiera? Che il lavoratore dello spettacolo che chiede un aumento a un promoter locale non senta il peso di questa concentrazione?

Potrei fare altri esempi, dalla pubblicità online cannibalizzata da Meta e Google, ai software — Adobe ha un monopolio di fatto sui software di impaginazione editoriale, e l’abbonamento mensile a InDesign continua ad aumentare, un’altra negoziazione sulla quale chi lavora non ha voce in capitolo — ma direi che ho chiarito il concetto.

Il mio invito è quello di abituarsi a guardare il mercato del lavoro in questo modo, e di agire di conseguenza. Questo vale anche per i settori culturali: concentrarsi sul definanziamento per fare una (giusta) opposizione a questo governo rischia di ignorare una parte importante dei problemi. Problemi ingombranti come questi colossi che, spesso, finiscono per incamerare buona parte dei fondi pubblici che vengono erogati.

Mattia Cavani

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