Articoli etichettati con il TAG "Riforma del Lavoro"
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Martedì 24 aprile a Roma
Dopo la mobilitazione di Milano, di cui potete vedere alcuni frammenti qui, è giunto il momento di far sentire la nostra voce anche a Roma.
Il DDL governativo sulla “riforma del lavoro in prospettiva di crescita”, con un’impostazione che riconosce solo il lavoro dipendente e quello “atipico”, cancella la realtà del lavoro indipendente e decreta la nostra condanna a morte.
- L’aumento al 33% delle aliquote contributive della Gestione Separata INPS andrà a finanziare tutele dalle quali siamo esclusi e ci porterà ad un livello di contribuzione insopportabile. Noi saliremo al 33%, quando un professionista ordinista paga il 14%, commercianti ed artigiani il 21% e un lavoratore dipendente, calcolando la contribuzione sul costo per l’azienda, il 25%.
- Inoltre le norme per contrastare le “false” partite IVA nei fatti rischiano di cancellare i lavoratori indipendenti, che tali sono e tali vogliono continuare ad essere.
Per contrastare la miopia di questa visione del mondo del lavoro e chiedere a gran voce una modifica del disegno di legge, abbiamo indetto a Roma, così come già avvenuto a Milano, una mobilitazione che avrà luogo martedì 24 aprile a piazza Montecitorio.
L’appuntamento è alle 12.00, davanti alla Galleria Alberto Sordi, a Via del Corso, dove ci riuniremo per svolgere un’azione dimostrativa davanti al Parlamento.
Invitiamo tutti i lavoratori autonomi di Roma e dintorni a unirsi a noi, per aiutarci a informare e sensibilizzare l’opinione pubblica e i membri della Camera e del Senato che dovranno discutere il provvedimento.
Sostieni la Memoria di ACTA in Commissione Lavoro del Senato per modificare il DDL del Governo!
Difendi il diritto a vivere del tuo lavoro!
Unisciti alla nostra protesta
Martedì 24 aprile a Roma
Appuntamento ore 12.00, davanti alla Galleria Alberto Sordi, in via del Corso
Autore: Adele Oliveri
Eventi, In evidenza, Politiche del lavoro, Previdenza, Rappresentanza »
Il consiglio direttivo di ACTA si è riunito per decidere quali azioni intraprendere per opporci all’attuazione degli articoli del DDL Lavoro che ci riguardano.
Abbiamo valutato, dopo una lunga discussione, di cercare di agire su più fronti e non concentrare tutte le energie in un solo evento.

Queste le azioni che stiamo attivando:
- partecipare a tutte le iniziative promosse da parti sociali e partiti politici che discutono di lavoro e professioni. Già questa settimana Acta è stata invitata a due iniziative promosse dal PD a Roma e a Milano. In queste occasioni spieghiamo le nostre ragioni e il nostro dissenso. Vi invitiamo a partecipare all’ incontro di oggi pomeriggio alle 14,30 a Milano (al Pirellone in via Fabio Filzi 22, sala del Gonfalone) in cui sarà presente il Senatore Tiziano Treu, vice presidente della Commissione lavoro al Senato.
- Stendere un documento da condividere con altre associazioni che rappresentano professioni autonomi e con gli ordini professionali interessati per cercare di allargare quanto più possibile le alleanze e dimostrare quanto grave potrebbe essere il danno della riforma;
- Contattare politici per cercare di intervenire sugli emendamenti presentati in sede di discussione parlamentare;
- Partecipare a tutte le iniziative di dissenso e darne ampia diffusione sul sito;
- Organizzare una manifestazione ancora da definire in luoghi o occasioni simbolo per il lavoro autonomo professionale;
- Fare pressing sulla Commissione lavoro al Senato che sta esaminando il DDL della Riforma del lavoro. E’ infatti importante che le modifiche avvengano al Senato perchè poi sarà molto più difficile! Siete invitati tutti a collaborare!
Restate in ascolto sul sito e sui canali social network di Acta!
Autore: ACTA
Appelli e Lettere, Diritti, Politiche del lavoro, Rappresentanza »
Per noi che siamo elettori di sinistra, di destra e di centro, e cerchiamo da tempo, faticosamente e in prima persona, di costruire una rappresentanza efficace e degna di noi, che – si è già detto – non può coincidere con quella sindacale, vedersi ignorati persino dal governo dei tecnici è quasi paradossale.
Prima di tutto perché l’attuale governo tecnico è per definizione un governo transitorio, potremmo quasi dire occasionale. Ovvero risponde a una domanda temporanea e/o sussidiaria di competenze. Non ci serviamo forse, in questa particolare congiuntura, di un pool di professionisti dotati di professionalità particolari e selezionate, che ci conducano a determinati obiettivi? Possiamo forse additarlo come bizzarro parallelo della nostra stessa condizione professionale, almeno dal punto di vista della tipologia di prestazione, in rapporto a un determinato orizzonte di tempo. Continua a leggere »
Autore: Antonella Gallino
Diritti, Leggi e Norme, Politiche del lavoro, Rappresentanza »
Segnaliamo due contributi che denunciano l’esclusione dei professionisti autonomi dal tavolo della consultazione/concertazione e un’impostazione della riforma ancorato allo schema fordista, alla contrapposizione lavoratori dipendenti/ imprese.
Il primo è del 26 marzo, pubblicato nel blog Agorà del Sole24ore. A cura di Vincenzo Scuccimarra si intitola “Una riforma per i lavoratori del futuro” . L’articolo si sofferma sui rischi della riforma per il futuro del lavoro autonomo (e non solo).
Volta a ridurre le distanze tra lavoratori garantiti e lavoratori precari la riforma sembra improntata a confermare il lavoro dipendente subordinato come fulcro del sistema, facendone l’obiettivo ideale a cui ogni lavoratore deve tendere, quello che garantisce maggiore equità sociale ed efficienza economica all’intero sistema.
Questo porta a non considerare adeguatamente le esigenze e le potenzialità dei lavoratori indipendenti. Adottando delle misure che, nel tentativo di disincentivare l’uso dei contratti a progetto o il ricorso a consulenti con partita Iva, discriminano di fatto centinaia di migliaia di lavoratori.
I lavoratori parasubordinati o indipendenti non solo non si ritrovano considerati nelle tutele previste per la disoccupazione ma vengono gravati da contributi previdenziali crescenti che, ironia della sorte, andranno a coprire le indennità di disoccupazione dei dipendenti. (…)
Il secondo contributo, “Popolo delle partite Iva: il declino di un mito ambiguo”, è stato pubblicato su la Stampa il 30 marzo. L’autore è Francesco Bogliari, che da fondatore del Giornale delle Partite Iva ha avuto modo di approfondire i temi che ci riguardano.
L’articolo fa un’analisi dell’evoluzione del “mito delle partite Iva”. In estrema sintesi, secondo Bogliari, nei primi anni ’90 eravamo percepiti come un mondo di vincenti, mentre ora saremmo percepiti come un mondo di “sfigati”. Si sofferma inoltre sull’invisibilità dovuta alla nostra incapacità di creare una rappresentanza ampia, non frammentata e litigiosa.
(…)l’associazionismo di questo mondo è quanto di più frammentato, litigioso, isolazionista e “atomico” (sempre nel senso delle dimensioni…) che si possa immaginare. La maggior parte del tempo la passano a litigare tra “ordinisti” (avvocati, notai, architetti, medici ecc., in difesa delle loro medievali fortezze) e “non ordinisti”, cioè le professioni moderne non riconosciute. Se i primi hanno gli Ordini e fanno Casta, i secondi sono tragicamente figli di nessuno. Sono tanti ma non fanno massa, e così la nuova concertazione rosa Fornero-Camusso-Marcegaglia (litigano tra loro, ma intanto si legittimano a vicenda) conferma la loro desolante, disperante marginalità dal mondo del lavoro cosiddetto “vero”: quello delle fabbriche e degli uffici che sotto un unico capannone o un unico tetto riuniscono centinaia, migliaia di lavoratori, mentre chi lavora da casa propria o nel proprio “studiolo” resta invisibile alla Nuova Triplice (Governo tecnico-Cgil-Confindustria).
Autore: ACTA
Appelli e Lettere, Diritti, Rappresentanza »
Sottoscriviamo in pieno l’invito rivolto da Dario Di Vico al Ministro Elsa Fornero affinchè dia ascolto alle associazioni che a vario titolo si occupano di lavoro professionale autonomo. L’appello è contenuto in una lettera aperta pubblicata in prima pagina sul Corriere della Sera di oggi 25 marzo 2012, in cui é riportato il nostro disagio rispetto ad una riforma che sembra non voler lasciare spazio al nuovo lavoro autonomo.
Si è costruita un’equazione tra lavoro professionale con partita iva e irregolari del mercato del lavoro e di conseguenza la terapia prevalente che è stata proposta è sembrata essere quella di far transitare queste figure verso il lavoro dipendente regolare. Quasi che l’universo del mondo del lavoro italiano potesse ancora una volta essere ricondotto a due tipologie esclusive, le imprese e i dipendenti. Da qui alla riproposizione dello schema che assegna la rappresentanza sociale tutta a Confindustria e sindacati confederali il passo è breve.
Accanto a molte finte partite Iva – è stato per primo il Corriere a parlare addirittura di una bolla del mercato del lavoro – esistono però persone che hanno scelto coscientemente il lavoro autonomo che poter usare il proprio tempo con modalità più flessibili, perché non amano le organizzazioni e le gerarchie, perché possono conciliare meglio professione e impegni di altro tipo , perché possono alternare a loro piacimento attività e formazione continua. Molti di costoro sono partite Iva monocommittenti perché magari sono impegnate su un progetto di ampio respiro e quindi totalizzante. Parecchi sono nativi digitali e stanno esplorando le nuove professioni del web. Parecchie sono donne. Se dovessimo applicare a loro gli schemi che si sentono ripetere in questi giorni si dovrebbe decidere d’imperio “tu sei una partita Iva finta, tu vera..”.
Questa tipologia di lavoro autonomo qualificato viene incontro alle esigenze di flessibilità e di specializzazione delle imprese tanto è vero che sta crescendo ovunque nei Paesi ad alta industrializzazione perché si muove in linea con le esigenze di modernizzazione delle economie avanzate e spesso costituisce il valore aggiunto della sfida competitiva che attende il made in Italy.
E proprio per questo complesso di motivi dovrebbe essere incoraggiato e sostenuto e non, come accade ora, gravato da un pesante regime fiscale e contributivo, cui non corrisponde alcuna (significativa) tutela.
Ma vengo al punto. E’ possibile che questo mondo in cui come abbiamo visto convivono sotto lo stesso regime fiscale (la partita Iva) il giovane inoccupato e il consulente cosmopolita non sia degno nemmeno di essere consultato quando si sta per varare una riforma del lavoro come quella che Lei, ministro, sta predisponendo? Le pare possibile che parlino a nome delle partite Iva i sindacalisti confederali che ovviamente leggono i mutamenti della società sempre in chiave di lavoro dipendente e quindi di allargamento del loro mercato della rappresentanza?
Autore: ACTA
Appelli e Lettere, Leggi e Norme »
Il testo del progetto di legge per la riforma del lavoro è cambiato, con grande preoccupazione di tutti noi.
Abbiamo ricevuto numerose mail che testimoniano uno stato di fibrillazione legato soprattutto a due aspetti:
1. I criteri per individuare i professionisti autonomi (che sembrano ora includere anche i professionisti con ordine) sono diventati molto rigidi e, se resteranno inalterati, potranno impedire la sopravvivenza professionale di molti di noi.
2. E’ previsto un aumento dei contributi previdenziali delle collaborazioni a progetto sino al 33% nel 2018. Si teme che la misura possa riguardare anche i professionisti autonomi, dal momento che nel passato l’evoluzione dei contributi si è sempre mossa contestualmente nei due ambiti.
Pubblichiamo la lettera di un professionista autonomo, indirizzata al Ministro, che evidenzia efficacemente i rischi della nuova norma.
Gentilissima Ministra Prof.ssa Fornero,
sono un consulente direzionale. Ho aperto la partita IVA nel 1997 desideroso di intraprendere la libera professione per fornire supporto alle aziende nelle aree del controllo qualità, dell’ambiente , della sicurezza sul lavoro e della responsabilità sociale.
Non ho mai voluto essere un dipendente e ho cercato da subito di costruirmi una base di clienti che mi consentisse di essere il datore di lavoro di me stesso.
Ebbene sì Gentilissima, faccio parte dei famosi iscritti alla Gestione Separata, confusi con i co.co.pro. (incredibile!!).
Il sottoscritto, invece, ha più di 15 aziende come clienti distribuiti nel territorio nazionale ed esercita la professione di lavoratore davvero autonomo.
Ho la “colpa” di non essere iscritto ad un ordine (perché non esiste un ordine dei consulenti direzionali). Sosteniamo contributi pesantissimi per la Gestione Separata (nessun autonomo arriverà a pagare il 33%!!!)
Con la Sua proposta Lei, mi perdoni Professoressa, sta invitando le aziende a non sottoscrivere contratti annuali con i lavoratori autonomi. Sta invitando, insomma , i miei clienti a non firmarmi più contratti!!!
Infatti, come si evince dal par. 2.7 del documento “ La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”: Sono introdotte norme rivolte a far presumere, salvo prova contraria (ferma restando, cioè, la possibilità del committente di provare che si tratti di lavoro genuinamente autonomo, il carattere coordinato e continuativo (e non autonomo ed occasionale) della collaborazione tutte le volte che essa duri complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno, da essa il collaboratore ricavi più del 75% dei corrispettivi (anche se fatturati a più soggetti riconducibili alla medesima attività imprenditoriale), e comporti la fruizione di una postazione di lavoro presso la sede istituzionale o le sedi operative del committente. Tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica.
Mi pare di capire che le aziende mie clienti (ovvero il committente che mi firma il contratto), dovendo provare che si tratti di lavoro genuinamente autonomo, poiché “….tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica” si guarderanno bene dal firmarmi contratti di oltre sei mesi.
Nonostante la mia sia una consulenza di carattere spiccatamente autonomo, perderò senz’altro delle consulenze, soprattutto quelle richiestemi dai miei clienti più importanti.
Perché un’azienda dovrebbe rischiare un’ispezione per dimostrare che io sono davvero autonomo? Alla faccia della flessibilità!!!!
Se le aziende committenti, mie clienti, subissero una verifica, emergerebbe che il sottoscritto:
1) Fornisce una consulenza che dura complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno (talvolta capita di fornire un servizio della durata di un anno),
2) Da essa il consulente direzionale non ricava più del 75% dei corrispettivi (ho più di 1 cliente grazie a Dio),
3) Il consulente direzionale non fruisce di una postazione di lavoro presso la sede istituzionale o le sedi operative del committente. Il mio posto di lavoro è il mio notebook con tanto di proiettore per la formazione e l’illustrazione dei progetti di consulenza.
Quindi, il punto 1 indica una posizione non compatibile con il lavoro autonomo, mentre la 2 e la 3 il contrario.
Ma perché le aziende dovrebbero firmarmi un contratto di consulenza con il rischio di incorrere in queste verifiche, visto e considerato che “(…..) tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica…” ????
Ho una famiglia (moglie e due figlie) e la mia professione, attualmente, è l’unico reddito che la può sostenere. Questo governo che tanto mi aveva ben impressionato ai suoi esordi, sta fornendo prova della distanza dal mondo reale.
Le partite IVA vere (e non pretestuose) sono vessate e la libera intrapresa soffocata!
Perché non ha invitato i rappresentanti delle libere professioni al tavolo delle riforme (per esempio ACTA: Associazione Consulenti Terziario Avanzato)?
Esistono solo la CGIL,CISL, UIL?
E noi? Non abbiamo diritti?
La prego, mi risponda!
In attesa di una Sua cortese replica, Le invio i miei migliori saluti
Alessandro Monti
Autore: ACTA
Diritti, Occupazione, Politiche del lavoro, Rappresentanza, Sindacati »
Ieri sera (ahimè) non ho resistito dal guardare un dibattito televisivo sul tema del lavoro, mi pro
vocano sempre forti bruciori di stomaco, ma a volte è più forte di me…
Ho assistito alle prime battute di Ballarò in cui il segretario Uil Luigi Angeletti parlava della Riforma del mercato del lavoro esponendo chiaramente tutte le sue certezze.
Ha spiegato dapprima l’importanza di identificare le “finte partite iva” e quando Floris ha segnalato che gli ordinisti restano esclusi da questa norma, Angeletti ha prontamente chiarito che
ovvio, quelli iscritti agli ordini è ovvio, quelli che fanno i professionisti veri….
Poi Floris è passato al tema degli ammortizzatori sociali chiedendo conferma dell’esclusione delle partite iva dai nuovi ammortizzatori sociali e Angeletti ha precisato:
C’erano due scelte: per esempio dobbiamo garantire l’indennità di disoccupazione a tutte le partite iva, il che significa che un professionista normale, che fa la partita iva nel caso in cui lavora di meno gli diamo l’indennità di disoccupazione?.. Io avrei qualche problema. Invece la scelta è stata che tutti quelli che sono dei lavoratori dipendenti vengono tolti dalla partita iva e a quel punto gli si da l’indennità di disoccupazione.
Perchè?
Autore: Cristina Zanni
Leggi e Norme, Rappresentanza »
In un articolo pubblicato dal Corriere della Sera di oggi a firma Dario Di Vico dal titolo “I piccoli:contano solo Confindustria e sindacati” si parla della nostra delusione al sopravvivere della vecchia triangolazione Governo-Confindustria-sindacati. In particolare si legge
(…) Quel triangolo le ha escluse persino dal tavolo e Anna Soru, presidente di Acta (l’associazione dei consulenti del terziario avanzato) sostiene che tutti coloro che nel governo o nei partiti si occupano della riforma continuano «a pensare solo dentro gli schemi del lavoro dipendente e non sanno niente di quello autonomo».
(…) Tra le partite Iva i mugugni sono ancora più forti. L’impressione è di essere rimasti “figli di un Dio minore” anche in un contesto politico che si era prefissato l’obiettivo di allargare la platea dei rappresentati. E invece, ad esempio, l’intervento sulle finte partite Iva riguarderà solo le professioni non ordinistiche, ricalcando quindi una vecchia bipartizione che ha mandato da sempre in bestia consulenti e knowledge worker. In più i criteri per individuare la finzione sono la monocommittenza e la fruizione di una postazione di lavoro presso il committente. «Ma ciò richiede l’azione degli ispettori del lavoro. E allora se entrano in gioco gli ispettori sono molte le cose che vorremo far verificare» dicono ad Acta. La considerazione più amara riguarda però l’aumento dei contributi previdenziali: c’è il fondato sospetto che li si voglia far salire, per parasubordinati e partite Iva, dall’attuale 28% fino al 33% e quest’operazione per Soru è «inaccettabile».
Autore: ACTA
Diritti, In evidenza, Leggi e Norme, Rappresentanza »
Ci sono due aree della riforma del mercato del lavoro che ci riguardano direttamente: quella sui contratti, le cui linee principali sono delineate in un documento appena pubblicato e quella sugli ammortizzatori sociali.
Di seguito uno stralcio del documento sui contratti contenente le parti più significative per le Partite IVA:
(…) sono introdotte norme volte a presumere, salvo prova contraria, il carattere coordinato
e continuativo (e non autonomo e occasionale) della collaborazione tutte le volte che essa duri complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno, da essa il collaboratore ricavi più del 75% dei corrispettivi (anche se fatturati a più soggetti riconducibili alla medesima attività imprenditoriale), e comporti la fruizione di una postazione di lavoro presso il committente.
(…)
Rimangono comunque escluse da tali presunzioni, così come lo sono dalla disciplina del progetto, le collaborazioni professionali realizzate con professionisti iscritti ad albi, per attività riconducibili almeno in misura prevalente all’attività professionale contemplata dall’albo in discorso.
Partiamo dal fondo.
Autore: Anna Soru
In evidenza, Politiche del lavoro »
La riforma del lavoro ha l’obiettivo di contrastare la diffusione dei contratti temporanei entro il lavoro dipendente e l’abuso dei contratti autonomi, spesso utilizzati per obiettivi di risparmio più che per esigenze di flessibilità.
Le proposte in discussione si sono concentrate soprattutto sul primo punto e si differenziano su come affrontare lo spinoso tema dell’articolo 18 , mentre per quanto riguarda il contrasto alle finte partite Iva, l’approccio è molto simile. Qui non c’erano aspetti delicati, è stato individuato un criterio e … giù con l’accetta, senza alcuna attenzione alle conseguenze che le norme proposte possono provocare.
Indubbiamente il fenomeno delle finte partite iva esiste e la sua diffusione è legata alla totale deregulation di questa forma di lavoro: i costi contributivi e i rischi sono completamente a carico del lavoratore, che non fruisce di tariffe minime, ferie, tutele. Ed è un fenomeno che va contrastato e punito.
Siamo tutti d’accordo sull’obiettivo, ma occorre fare attenzione al modo. Perché si corre il rischio di danneggiare moltissimi lavoratori senza alcuna garanzia di contrastare efficacemente gli abusi. Un rischio concreto, legato anche alla scarsa conoscenza del lavoro autonomo dei diversi relatori e delle parti sociali consultate, tutti esperti di lavoro dipendente, non di lavoro autonomo.
Autore: Anna Soru














