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Non c’è verso: o siamo finte partite iva, o siamo “upper class”.
Le ricerche e le analisi dovrebbero servire a capire ciò che accade, non ad interpretazioni fantasiose o peggio essere forzati a dare sostanza a pregiudizi.
Due esempi recenti che ci riguardano, il primo relativo alla crescita delle partite IVA e il secondo alla dinamica dei redditi.
Boom di finte partite iva?
Nel 2012 sono state aperte 549.015 partite iva, con un aumento del 2,6% rispetto al 2011 (+14.088). La crescita è stata trainata dai giovani fino a 35 anni, a cui si deve l’apertura di 211.581 aperture, + 23.921 rispetto al 2011, corrispondenti ad un +12,7% (dati MEF, Ministero Economia e Finanza).
In molti hanno interpretato queste dinamiche come effetto di una crescita delle finte partite iva. Secondo Bertolussi della CGIA di Mestre:
L’aumento del numero delle partite Iva in capo ai giovani lascia presagire, nonostante le misure restrittive introdotte dalla riforma del ministro Fornero, che questi nuovi autonomi stiano lavorando prevalentemente per un solo committente. Visto che questo boom di nuove iscrizioni ha interessato in particolar modo gli agenti di commercio/intermediari presenti nel settore del commercio all’ingrosso, le libere professioni e l’edilizia riteniamo che la nostra chiave di lettura non si discosti moltissimo dalla realtà.
Dice invece Ilaria Lani, responsabile per le Politiche giovanili della Cgil:
Il motivo per cui abbiamo ragione di ritenere che una parte consistente delle partite Iva sia falsa è proprio il fatto che i dati degli ultimi anni dimostrano che hanno un solo committente e in forma continuativa, e questo tradisce la possibilità di un abuso.
E infine leggiamo che secondo i Freelance Italiani, sulla base di dati ISFOL, le nuove finte partite IVA sarebbero 400.000!
In realtà i dati MEF non ci dicono nulla sul fatto che si tratti di finte o vere partite IVA.
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Autore: Anna Soru
In evidenza, Leggi e Norme, Ricerche e Indagini, Riforma del lavoro »
Lo scorso luglio è entrata in vigore la riforma del lavoro, che ha introdotto alcune norme volte ad identificare le “finte partite iva” per trasformarle in collaborazioni a progetto (ed eventualmente, con un secondo passaggio, in rapporti di lavoro dipendente a tempo indeterminato).
Come le imprese committenti e i professionisti autonomi stanno reagendo alle nuove regole?
L’indagine ACTA appena conclusa ci fornisce alcune prime indicazioni.
Quali sono i comportamenti osservati tra i committenti?
La percentuale più rilevante dei rispondenti (694, dopo aver escluso chi lavora con contratto di collaborazione a progetto) segnala che i committenti stanno temporeggiando, spesso rinviano i contratti perché non sanno come fare, qualche volta chiedono al professionista suggerimenti su come procedere.
La prima reazione concreta, messa in atto da quasi un committente su cinque, è la riduzione della durata dei contratti (ad esempio contratti che prima si dispiegavano su 12 mesi sono stati concentrati su 8 mesi), associata in qualche caso all’eliminazione della postazione fissa. Queste due condizioni (durata e postazione fissa), a differenza della terza condizione (peso del cliente principale non superiore all’80% del fatturato) sono controllabili dal committente e, se rispettate entrambe, evitano che, in base alle nuove norme, la consulenza ricada in automatico nella situazione di “finto lavoro autonomo”.
Autore: ACTA
Leggi e Norme, Politiche del lavoro, Previdenza, Primo Piano »
Nei prossimi giorni saranno discussi gli emendamenti al DDL lavoro (N° 3249). Di seguito uno schema sugli emendamenti che ci sembrano più interessanti relativi agli articoli 9 (individuazione “finte partite iva”) e 36 (aumento contributivo lavoratori iscritti alla gestione separata).
Articolo 9
Articolo 36
Autore: ACTA
Eventi, In evidenza, Politiche del lavoro, Previdenza, Rappresentanza »
Il consiglio direttivo di ACTA si è riunito per decidere quali azioni intraprendere per opporci all’attuazione degli articoli del DDL Lavoro che ci riguardano.
Abbiamo valutato, dopo una lunga discussione, di cercare di agire su più fronti e non concentrare tutte le energie in un solo evento.

Queste le azioni che stiamo attivando:
- partecipare a tutte le iniziative promosse da parti sociali e partiti politici che discutono di lavoro e professioni. Già questa settimana Acta è stata invitata a due iniziative promosse dal PD a Roma e a Milano. In queste occasioni spieghiamo le nostre ragioni e il nostro dissenso. Vi invitiamo a partecipare all’ incontro di oggi pomeriggio alle 14,30 a Milano (al Pirellone in via Fabio Filzi 22, sala del Gonfalone) in cui sarà presente il Senatore Tiziano Treu, vice presidente della Commissione lavoro al Senato.
- Stendere un documento da condividere con altre associazioni che rappresentano professioni autonomi e con gli ordini professionali interessati per cercare di allargare quanto più possibile le alleanze e dimostrare quanto grave potrebbe essere il danno della riforma;
- Contattare politici per cercare di intervenire sugli emendamenti presentati in sede di discussione parlamentare;
- Partecipare a tutte le iniziative di dissenso e darne ampia diffusione sul sito;
- Organizzare una manifestazione ancora da definire in luoghi o occasioni simbolo per il lavoro autonomo professionale;
- Fare pressing sulla Commissione lavoro al Senato che sta esaminando il DDL della Riforma del lavoro. E’ infatti importante che le modifiche avvengano al Senato perchè poi sarà molto più difficile! Siete invitati tutti a collaborare!
Restate in ascolto sul sito e sui canali social network di Acta!
Autore: ACTA
Diritti, Leggi e Norme, Politiche del lavoro »
Fortunatamente aumentano le voci critiche sulle misure del DDL sul lavoro che decreterebbero la morte del lavoro professionale autonomo.
Segnaliamo in particolare due articoli dell’8 aprile che citano Acta: ”Partite IVA un altro rischio boomerang“ di Aldo Bonomi sul Sole 24 ore e “False partite Iva. Non basta alle imprese il rinvio di un anno“ di Antonella Baccaro sul Corriere della Sera.
E iniziano a esprimere la loro contrarietà anche i politici, come Giuliano Cazzola, vice presidente della commissione Lavoro alla Camera che, in un articolo sul Corriere della Sera di Riccardo Bagnoli (Partite Iva e contratti. Pressing al Senato) parla di cambiamenti necessari per quanto riguarda i titolari di partite Iva e i collaboratori, al fine di salvaguardarne le effettive professionalità.
Autore: ACTA
Appelli e Lettere, Leggi e Norme »
Il testo del progetto di legge per la riforma del lavoro è cambiato, con grande preoccupazione di tutti noi.
Abbiamo ricevuto numerose mail che testimoniano uno stato di fibrillazione legato soprattutto a due aspetti:
1. I criteri per individuare i professionisti autonomi (che sembrano ora includere anche i professionisti con ordine) sono diventati molto rigidi e, se resteranno inalterati, potranno impedire la sopravvivenza professionale di molti di noi.
2. E’ previsto un aumento dei contributi previdenziali delle collaborazioni a progetto sino al 33% nel 2018. Si teme che la misura possa riguardare anche i professionisti autonomi, dal momento che nel passato l’evoluzione dei contributi si è sempre mossa contestualmente nei due ambiti.
Pubblichiamo la lettera di un professionista autonomo, indirizzata al Ministro, che evidenzia efficacemente i rischi della nuova norma.
Gentilissima Ministra Prof.ssa Fornero,
sono un consulente direzionale. Ho aperto la partita IVA nel 1997 desideroso di intraprendere la libera professione per fornire supporto alle aziende nelle aree del controllo qualità, dell’ambiente , della sicurezza sul lavoro e della responsabilità sociale.
Non ho mai voluto essere un dipendente e ho cercato da subito di costruirmi una base di clienti che mi consentisse di essere il datore di lavoro di me stesso.
Ebbene sì Gentilissima, faccio parte dei famosi iscritti alla Gestione Separata, confusi con i co.co.pro. (incredibile!!).
Il sottoscritto, invece, ha più di 15 aziende come clienti distribuiti nel territorio nazionale ed esercita la professione di lavoratore davvero autonomo.
Ho la “colpa” di non essere iscritto ad un ordine (perché non esiste un ordine dei consulenti direzionali). Sosteniamo contributi pesantissimi per la Gestione Separata (nessun autonomo arriverà a pagare il 33%!!!)
Con la Sua proposta Lei, mi perdoni Professoressa, sta invitando le aziende a non sottoscrivere contratti annuali con i lavoratori autonomi. Sta invitando, insomma , i miei clienti a non firmarmi più contratti!!!
Infatti, come si evince dal par. 2.7 del documento “ La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”: Sono introdotte norme rivolte a far presumere, salvo prova contraria (ferma restando, cioè, la possibilità del committente di provare che si tratti di lavoro genuinamente autonomo, il carattere coordinato e continuativo (e non autonomo ed occasionale) della collaborazione tutte le volte che essa duri complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno, da essa il collaboratore ricavi più del 75% dei corrispettivi (anche se fatturati a più soggetti riconducibili alla medesima attività imprenditoriale), e comporti la fruizione di una postazione di lavoro presso la sede istituzionale o le sedi operative del committente. Tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica.
Mi pare di capire che le aziende mie clienti (ovvero il committente che mi firma il contratto), dovendo provare che si tratti di lavoro genuinamente autonomo, poiché “….tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica” si guarderanno bene dal firmarmi contratti di oltre sei mesi.
Nonostante la mia sia una consulenza di carattere spiccatamente autonomo, perderò senz’altro delle consulenze, soprattutto quelle richiestemi dai miei clienti più importanti.
Perché un’azienda dovrebbe rischiare un’ispezione per dimostrare che io sono davvero autonomo? Alla faccia della flessibilità!!!!
Se le aziende committenti, mie clienti, subissero una verifica, emergerebbe che il sottoscritto:
1) Fornisce una consulenza che dura complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno (talvolta capita di fornire un servizio della durata di un anno),
2) Da essa il consulente direzionale non ricava più del 75% dei corrispettivi (ho più di 1 cliente grazie a Dio),
3) Il consulente direzionale non fruisce di una postazione di lavoro presso la sede istituzionale o le sedi operative del committente. Il mio posto di lavoro è il mio notebook con tanto di proiettore per la formazione e l’illustrazione dei progetti di consulenza.
Quindi, il punto 1 indica una posizione non compatibile con il lavoro autonomo, mentre la 2 e la 3 il contrario.
Ma perché le aziende dovrebbero firmarmi un contratto di consulenza con il rischio di incorrere in queste verifiche, visto e considerato che “(…..) tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica…” ????
Ho una famiglia (moglie e due figlie) e la mia professione, attualmente, è l’unico reddito che la può sostenere. Questo governo che tanto mi aveva ben impressionato ai suoi esordi, sta fornendo prova della distanza dal mondo reale.
Le partite IVA vere (e non pretestuose) sono vessate e la libera intrapresa soffocata!
Perché non ha invitato i rappresentanti delle libere professioni al tavolo delle riforme (per esempio ACTA: Associazione Consulenti Terziario Avanzato)?
Esistono solo la CGIL,CISL, UIL?
E noi? Non abbiamo diritti?
La prego, mi risponda!
In attesa di una Sua cortese replica, Le invio i miei migliori saluti
Alessandro Monti
Autore: ACTA
Diritti, In evidenza, Leggi e Norme, Rappresentanza »
Ci sono due aree della riforma del mercato del lavoro che ci riguardano direttamente: quella sui contratti, le cui linee principali sono delineate in un documento appena pubblicato e quella sugli ammortizzatori sociali.
Di seguito uno stralcio del documento sui contratti contenente le parti più significative per le Partite IVA:
(…) sono introdotte norme volte a presumere, salvo prova contraria, il carattere coordinato
e continuativo (e non autonomo e occasionale) della collaborazione tutte le volte che essa duri complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno, da essa il collaboratore ricavi più del 75% dei corrispettivi (anche se fatturati a più soggetti riconducibili alla medesima attività imprenditoriale), e comporti la fruizione di una postazione di lavoro presso il committente.
(…)
Rimangono comunque escluse da tali presunzioni, così come lo sono dalla disciplina del progetto, le collaborazioni professionali realizzate con professionisti iscritti ad albi, per attività riconducibili almeno in misura prevalente all’attività professionale contemplata dall’albo in discorso.
Partiamo dal fondo.
Autore: Anna Soru
In evidenza, Politiche del lavoro »
La riforma del lavoro ha l’obiettivo di contrastare la diffusione dei contratti temporanei entro il lavoro dipendente e l’abuso dei contratti autonomi, spesso utilizzati per obiettivi di risparmio più che per esigenze di flessibilità.
Le proposte in discussione si sono concentrate soprattutto sul primo punto e si differenziano su come affrontare lo spinoso tema dell’articolo 18 , mentre per quanto riguarda il contrasto alle finte partite Iva, l’approccio è molto simile. Qui non c’erano aspetti delicati, è stato individuato un criterio e … giù con l’accetta, senza alcuna attenzione alle conseguenze che le norme proposte possono provocare.
Indubbiamente il fenomeno delle finte partite iva esiste e la sua diffusione è legata alla totale deregulation di questa forma di lavoro: i costi contributivi e i rischi sono completamente a carico del lavoratore, che non fruisce di tariffe minime, ferie, tutele. Ed è un fenomeno che va contrastato e punito.
Siamo tutti d’accordo sull’obiettivo, ma occorre fare attenzione al modo. Perché si corre il rischio di danneggiare moltissimi lavoratori senza alcuna garanzia di contrastare efficacemente gli abusi. Un rischio concreto, legato anche alla scarsa conoscenza del lavoro autonomo dei diversi relatori e delle parti sociali consultate, tutti esperti di lavoro dipendente, non di lavoro autonomo.
Autore: Anna Soru
















