Articoli etichettati con il TAG "ammortizzatori sociali"
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La Legge Finanziaria 2010, Legge n. 191/2009 (.PDF in download) introduce con l’ART. 2 comma 130, disposizioni che, con effetto dal 1° gennaio, da un lato rafforzano i già esistenti strumenti di sostegno al reddito, ampliandone la sfera di attuazione, dall’altro favoriscono il reinserimento nel mercato del lavoro di lavoratori disoccupati.
L’indennità una tantum spetta ai collaboratori coordinati e continuativi che:
- operino nella modalità a progetto in regime di monocommittenza;
- hanno conseguito nell’anno precedente, un reddito lordo compreso tra 5.000 e 20.000 euro;
- per i quali l’anno precedente sono state accreditate almeno tre mensilità di contribuzione presso la Gestione separata Inps e, nell’anno di riferimento, di almeno una mensilità di contribuzione alla stessa Gestione;
- sono senza contratto di lavoro da almeno due mesi.
L’indennità una tantum è pari per gli anni 2010 e 2011 al 30% del reddito percepito nell’anno precedente, con un tetto massimo di 4.000 euro. Qui, in download la Circolare esplicativa dell’INPS: Circolare n. 36 del 09 marzo 2010.
Autore: ACTA
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Dialogo sulle protezioni sociali dei lavoratori professionali autonomi tra Romano Calvo e Anna Soru
La nostra situazione di professionisti ci rende per natura esclusi da qualsiasi forma di ammortizzatore sociale. E non vogliamo aggiungerci al coro di chi ci vorrebbe includere. Riteniamo infatti che, chi per scelta o per necessità ha deciso di fare il professionista, non può avere accesso a forme di assicurazione pubblica contro la disoccupazione, perché è strutturalmente impossibile dimostrare una condizione di disoccupazione per un professionista, a meno di cessare la propria attività. Ed allora il discorso cambia.
Si dovrebbe infatti porre un problema, che è più generale e che riguarda il sostegno a chi precipita in condizioni di povertà. E si dovrebbe allora discutere di reddito minimo di inserimento o di cittadinanza. Ma ciò riguarda tutti i cittadini e non solo i professionisti che cessano l’attività.
Invece dalla politica, sia del governo Prodi come di Berlusconi, noi siamo stati trattati come una cassa a cui attingere per colmare i buchi creati da altre categorie, ad esempio per risolvere il problema dello scalone, come ha fatto l’ex ministro Damiano o per incrementare il fondo per l’indennità di disoccupazione come voleva fare l’On. Cazzola chiedendoci di contribuire con un 0.5% per ammortizzatori di cui non potremo mai godere.
Non sono d’accordo sul fatto che non debbano esserci ammortizzatori sociali per noi, alcuni nostri iscritti li chiedono, soprattutto in questo momento di crisi. Chiudere la partita Iva è un gesto estremo, ci arrivi quando non hai più alcuna possibilità di ottenere delle commesse, quando rinunci a lavorare del tutto e questa situazione dovrebbe essere evitata (come recuperi all’occupazione chi ha chiuso la Partita IVA?).
Gli ammortizzatori dovrebbero poter intervenire anche se c’è la Partita IVA, ma hai avuto un tracollo nella tua attività. Quando ti ritrovi a fatturare 5-6.000 euro all’anno è evidente che non sei in grado di mantenerti. Per questo la proposta di Cazzola secondo me non era malvagia. Tuttavia, è vero che prima occorre risolvere la questione della definizione delle situazioni in cui sia possibile chiedere un’integrazione al reddito e soprattutto della verificabilità delle situazioni di non lavoro (sia che si tratti di malattia sia di disoccupazione), per permettere l’effettivo accesso allo strumento.
Prima o poi dovremo fare un dibattito serio sul tema ammortizzatori sociali, perché rischiamo di proiettare su tutti gli iscritti quelle che sono isolate situazioni personali, senza tenere conto del complesso della materia degli Ammortizzatori Sociali e dell’assistenza sociale, sul quale per fortuna il dibattito in Italia sta producendo proposte più coerenti e universali. Si guardi, per esempio, ai lavori dell’ISAE (“Il sostegno al reddito dei disoccupati” di Anastasia, Mancini e Trivellato) e CNEL (“Il lavoro che cambia“) che ho citato nel mio recente incontro organizzato dal PD e soprattutto si rileggano i temi delle crisi del Welfare State, i temi del salario di riserva, i rischi di opportunismo, l’appesantimento burocratico e i costi conseguenti a forti apparati di controllo che in Italia non hanno mai funzionato (figuriamoci al Sud!) e soprattutto si tenga maggiormente presente la natura innovativa dell’aver “scelto” di essere autonomi…
Altrimenti rischiamo, come secondo me abbiamo già fatto con Pietro Ichino, di spingere su una posizione che vorrebbe assimilare sempre più il lavoro autonomo a quello dipendente. La protezione sociale di ultima istanza va conquistata in quanto “cittadini” e non in quanto lavoratori autonomi. Contemporaneamente non possiamo ostacolare il percorso di estensione della tutela assicurativa e di omogeneizzazione degli ammortizzatori sociali che faticosamente si va realizzando per il lavoro dipendente e para-subordinato, soltanto perché li vorremmo anche noi, ma non siamo in grado di pagarceli perché nemmeno in grado di dire chi e a quale titolo ne dovrebbe avere diritto.
Se la Partita IVA maschera situazioni di lavoro subordinato è necessario trasformarlo in lavoro dipendente o al limite in para-subordinato, con tutte le tutele del lavoro dipendente e i relativi oneri contributivi esattamente come ha fatto Damiano con il call center inbound, ma non costringere tutti quelli che hanno Partita IVA a pagare contributi e ricevere prestazioni come se fossero lavoratori dipendenti.
Se la Partita IVA è una “scelta” occorre assumersene la responsabilità, sapendo che in quanto cittadini, famiglie e contribuenti tutti abbiamo diritto a una protezione sociale di “ultima istanza”. Leggetevi le interpretazioni dei giuslavoristi sul nuovo contratto di “lavoro a chiamata” ripristinato da Sacconi, per avere una idea di come in futuro le prestazioni discontinue saranno sempre più regolate da quella forma che io reputo terribile perché santifica definitivamente l’asimmetria tra un datore di lavoro che decide come e quando farti lavorare (al prezzo del lavoro dipendente) senza doversi assumere alcun obbligo nei confronti del lavoratore se non quello di retribuirlo nel ristretto periodo di tempo in cui questi lavora.
Si tenga d’occhio la dichiarazione fatta ieri ai giornali da Tremonti: “C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile, ma la mobilità di per sé non è un valore. Il posto fisso è la base su cui fare progetti e fondare famiglie. La mobilità per altri è un valore in sé, per me no. Per me l’obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”.
Se riconosciamo esistere una asimmetria di potere tra chi compra il lavoro e chi vende la propria forza lavoro, occorre colmare tale divario consentendo al più debole di non accettare le condizioni imposte dal più forte, garantendogli il reddito durante i periodi di disoccupazione.
Il problema delle politiche del lavoro è di riuscire a proteggere i più deboli, dentro e fuori dal mercato del lavoro, sapendo che la protezione qualcuno la deve pagare. Nel welfare europeo la protezione per il segmento più debole del mercato del lavoro la pagano i lavoratori stessi e le loro imprese mediante un sistema di tipo assicurativo e solidaristico faticosamente conquistato in due secoli di lotte.
Per i segmenti forti si confida nella loro autonoma capacità di provvedere a se stessi, anche mediante libere forme mutualistiche o assicurative private.
Per tutti, però, vi deve essere una garanzia di ultima istanza, quella di non precipitare nella povertà, attingendo alle risorse che in quanto cittadini ciascuno ha conferito allo Stato. Questo approfondimento sarebbe necessario al nostro interno.
In linea di principio sarei d’accordo su una protezione universale. E’ il modello danese, a cui molti di noi guardano appunto come a un modello di riferimento.
Tuttavia, l’Italia è il Paese del lavoro nero e, come dici tu, del fallimento dei sistemi di controllo. Si correrebbe il rischio di intervenire a favore di una marea di finti disoccupati e finti poveri e probabilmente si fornirebbero ulteriori incentivi al lavoro nero. Prima di poter arrivare a qualcosa di analogo a quanto avviene in Danimarca occorre trovare il modo di ridurre pesantemente il lavoro nero e l’evasione fiscale.
E nel frattempo? E’ vero che la cassa integrazione è uno strumento nato per chi li paga, ma la cassa in deroga copre situazioni diverse, delle imprese che non pagano (e anche lavoratori non a tempo indeterminato) e lo fa con stanziamenti pubblici, che quindi attingono alla fiscalità. In un periodo di grande difficoltà come quello attuale, in attesa di una riforma più ampia, penso che occorrerebbe tamponare con qualche misura straordinaria le situazioni più difficili, anche se i lavoratori sono autonomi (e in questa direzione poteva andare la proposta Cazzola). Come individuare le situazioni difficili? Per esempio potrebbero accedere coloro che non soltanto hanno un reddito inferiore a una certa soglia, ma che dimostrano nel passato di aver dichiarato redditi largamente superiori a tale soglia. Ma, soprattutto, è urgente uno strumento che consenta veloci micro-finanziamenti a chi si trova in difficoltà. Questa era una proposta fatta da ACTA alla Regione Lombardia, che tuttavia non ha al momento trovato riscontri.
Se, invece, ragioniamo sul lungo periodo, l’obiettivo non è spingere sempre più verso l’assimilazione del lavoro autonomo a quello dipendente (abbiamo fondato l’associazione contro questa impostazione tipicamente sindacale che adesso ha conquistato anche Tremonti). Sin dalle prime discussioni con il sindacato e successivamente con Ichino, l’obiettivo è quello di trovare elementi per separare il lavoro propriamente autonomo da quello parasubordinato. I parametri su cui abbiamo sempre ragionato sono due: il primo è il numero dei clienti, il secondo è il fatturato (la definizione della soglia non è semplice, noi avevamo proposto i 30.000 euro di imponibile). La difficoltà però è quella di riuscire a definire chiaramente tutte le diverse situazioni. Se uno ha un reddito inferiore ai 30.000 euro e un solo committente possiamo facilmente considerarlo parasubordinato, viceversa se ha un reddito elevato (sopra i 30.000 euro non è elevato, ma se la soglia è più alta si rischia di ricondurre al lavoro parasubordinato la situazione di molti che hanno scelto di lavorare in autonomia), indipendentemente dal numero di clienti, possiamo ritenere che abbia un buon potere contrattuale. Più difficile capire come considerare chi ha un reddito molto basso distribuito tra più di un cliente.
Se si arrivasse a questa distinzione, chi rientra nel lavoro parasubordinato (che dovrebbe includere la grandissima parte dei più giovani) dovrebbe essere coperto dalla cassa integrazione ordinaria, chi resta autonomo potrebbe, invece, accedere a più limitati interventi di Cassa Integrazione in deroga.
Autore: ACTA
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E’ stato oggi presentato il Rapporto CNEL sul Mercato del Lavoro 2008-9.
Le parti relative al lavoro professionale autonomo sono poche e scarsamente argomentate. Nel corposo documento si legge che i lavoratori autonomi “hanno visto contrarsi, anche nel 2008, il proprio numero, a differenza dei dipendenti che sono invece aumentati [...]. Rispetto a quanto osservato a fine 2007, si siano ridotte le uscite dallo status di collaboratore verso il lavoro autonomo (spesso corrispondente a partite Iva “parasubordinate”). Si è ridotta anche la frequenza di passaggi dal lavoro dipendente all’autonomo, ma non il contrario: rispetto al passato, quando il lavoro autonomo rappresentava una opportunità soprattutto per coloro che uscivano dal lavoro dipendente, ora l’occupazione indipendente ha perso di rilevanza.”
E ancora:
“Secondo quanto indicato dall’Istat, sono andati distrutti, inoltre, 150 mila lavori a termine, 100 mila posizioni di co.co.co, e 150 mila posti di lavoro autonomo (tra i quali si trovano molti lavoratori “parasubordinati”, ovvero quelli che, di fatto, lavorano per un solo committente). Sul risultato complessivo, incide quindi in misura determinante la riduzione dell’occupazione cosiddetta “atipica”, che conseguentemente provoca una flessione dell’occupazione soprattutto nella classe di lavoratori sotto i 34 anni che registra una perdita di 408 mila unità dal primo trimestre 2008. Il lavoro a tempo indeterminato, protetto dalla cassa integrazione e probabilmente dagli effetti dovuti alle regolarizzazioni di stranieri (soprattutto nelle professioni non qualificate), è invece ancora in aumento.”
Si leggono, inoltre, alcune palesi falsità e argomentazioni che non reggono un’analisi del Mercato del lavoro che includa anche il mondo del lavoro professionale autonomo. Un esempio:
“Il dibattito sulle politiche del mercato del lavoro è tornato a focalizzarsi sul tema degli ammortizzatori sociali. L’attenzione è concentrata sui meccanismi che nel sistema italiano garantiscono una copertura sociale dai rischi di disoccupazione e un sostegno ai redditi di coloro che subiscono gli effetti della recessione. È stato spesso sottolineato, però, che il sistema italiano è caratterizzato da una struttura molto complessa, a causa dei numerosi interventi regolativi susseguitisi negli anni, ed è composto da un insieme di strumenti molto diversi tra loro in termini di destinatari, requisiti per l’accesso, durata ed entità delle prestazioni e momento delle erogazioni. [...] Negli anni, però, sono stati potenziati gli interventi attraverso il sistema dei cosiddetti ammortizzatori in deroga, mediante i quali è stato possibile creare forme di sostegno per i lavoratori altrimenti non tutelati dalla normativa ordinaria. [...] Così come fatto nella maggioranza dei Paesi europei, anche in Italia il governo è intervenuto, estendendo temporaneamente il livello di copertura degli strumenti esistenti.”
Questo, però, non è vero per i lavoratori autonomi!
Autore: Anna Soru
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Dal professor Innocenzo Cipolletta, che è stato direttore generale di Confindustria, oggi Presidente delle Ferrovie dello Stato, membro di vari Consigli d’Amministrazione, consigliere del CNEL e titolare di varie altre cariche nell’ambiente universitario, non possiamo certo aspettarci uno sguardo d’attenzione per il mondo del lavoro indipendente. Per lui, probabilmente, siamo soltanto delle “imprese abortite”, ma poiché non siamo soliti manifestare pregiudizi, riteniamo utile segnalare l’articolo da lui scritto e pubblicato in prima pagina sul Sole 24 Ore di oggi, domenica 5 aprile.
Scrivendo sulla necessaria riforma degli ammortizzatori sociali, critica le recenti misure avviate in tal senso (dopo aver peraltro lodato il Piano Casa del Governo) perché introducono “elementi di discrezionalità che hanno riflessi negativi” e sostiene che “si tratta invece di dare una generalità a questi ammortizzatori per estendere la cassa integrazione a tutti i lavoratori senza discriminazioni, per istituire una vera indennità di disoccupazione e per allargare la tutela a tutte quelle forme di lavoro flessibile che sono state introdotte negli ultimi anni”.
Sarebbe stato utile che ne avesse parlato prima con il Segretario Generale della CGIL Guglielmo Epifani, in modo che questi avrebbe potuto rilanciare l’idea – supposto che fosse d’accordo – dal palco della grande manifestazione del giorno prima a Roma. Invece, da quel che abbiamo letto sulla stampa, sembra al mondo sindacale interessi soprattutto non essere escluso dai tavoli della concertazione.
Autore: Sergio Bologna
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È stato recentemente pubblicato sul sito della Fondazione “Marco Biagi” dell’Università di Modena e Reggio-Emilia l’intervento dell’onorevole Giuliano Cazzola “Dalla Gestione Separata e dagli stanziamenti della Legge 247 le risorse per la tutela dei precari rimasti senza occupazione” (.PDF in download) che contiene una proposta per estendere gli ammortizzatori sociali a chi ne è escluso.
Conosciamo da tempo e stimiamo Giuliano Cazzola, che è in Italia uno dei principali esperti di previdenza e che è da sempre attento alle nostre esigenze. Tra l’altro l’anno scorso aveva tentato di “sganciare” la nostra situazione da quella dei collaboratori e di bloccare l’aumento dell’aliquota previsto dal famigerato accordo del Welfare per il 2009.
Siamo perciò rimasti perplessi e molto preoccupati nel leggere in tale documento il suggerimento di aumentare il prelievo INPS sull’anno in corso di un ulteriore 0,5% (ovvero passare dal 25,72 al 26,22%), perchè siamo contrari a ulteriori aumenti contributivi e perchè sappiamo che non ci sarà riconosciuto il diritto ad accedere ad ammortizzatori sociali. Non abbiamo neppure la copertura della malattia domiciliare documentata, benchè sia obbligatorio versare dei contributi specifici!
Abbiamo perciò scritto all’On. Cazzola, esprimendo la nostra preoccupazione.
La risposta, come sempre immediata, dell’onorevole Giuliano Cazzola ha fortunatamente chiarito che la proposta – che comunque non dovrebbe passare – sicuramente escludeva le Partite IVA.
Autore: Romano Calvo













