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Articoli pubblicati nella categoria "Storie personali e testimonianze"

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| 23 aprile 2012 | 4 COMMENTI | LETTO: 579 VOLTE | SHORT URL |

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza firmata di un giornalista RAI, che per ovvi motivi preferisce rimanere anonimo.

La situazione delle partite IVA in Rai è tra le più assurde.
In larga parte questo tipo di contratto viene applicato alla maggior parte dei giornalisti professionisti che lavorano per le trasmissioni delle Reti. Il Contratto giornalistico è infatti riservato ai colleghi che lavorano solo per i Tg e per le rubriche ad essi collegati. Gli unici colleghi tra l’altro tutelati dal sindacato USIGRAI. Gli altri devono obtorto collo. accettare questo tipo di contratto (regista/autore testi) pur svolgendo le mansioni di inviati o di redattori nelle principali trasmissioni di informazione della Rai. Devono essere a disposizione 24 ore su 24, lavorare se richiesto a Pasqua o a Natale senza la minima maggiorazione di retribuzione, senza orari. Devono rispettare i turni al montaggio e devono rispondere del loro operato ai vertici dei programmi e ai capistruttura Rai.
Un costume che si è rapidamente diffuso anche a Mediaset e La 7.
Le mansioni che vengono richieste sono identiche a quelle dei colleghi inviati dei telegiornali, ma con ritmi assolutamente più pesanti, senza la minima tutela assicurativa. Se accade un incidente, o se qualcuno gli spara addosso, il giornalista a partita Iva non ha la minima copertura. Forse dobbiamo aspettare che qualcuno di noi ci lasci la pelle perché il problema esploda.
Ovviamente non vi è la minima copertura neppure per quanto riguarda la continuità di lavoro o la giusta causa di licenziamento. Basta semplicemente risultare invisi all’autore di turno o non accettare di scrivere quello che vogliono i capi, per non vedersi rinnovare il contratto e restare alla fame, visto che non esistono ammortizzatori sociali. Inutile dire che grazie a ciò la libertà e la dignità professionale dei giornalisti a partita Iva va a farsi benedire. Il risultato è un appiattimento totale.

La maggiore retribuzione (lorda) è un’altra colossale bufala. Ai giornalisti a partita Iva si impone di pagare tutto, quindi la retribuzione risulta alla fine al netto assolutamente bassa.
La Rai impone agli inviati (per la natura stessa del loro ruolo) continui spostamento per seguire in Italia e all’estero gli argomenti su cui realizzare i servizi. Le spese devono essere anticipate, per poi averle rimborsate dopo la presentazione di ricevute e la compilazione di un modulo nel quale vengono dettagliate tali spese. La Rai quindi approva il rimborso e impone di emette fattura, ci si trova così a pagare più volte le tasse, non solo l’Iva. Su tali rimborsi (che sono alla fine dell’anno somme assai consistenti) viene imposta, essendo fatturate, il pagamento della previdenza, il pagamento dell’Irpef come se si trattasse di normali compensi, infine tutto ciò fa salire in maniera folle l’imponibile anche se in fattura viene specificato che si tratta di rimborsi di note spese, quindi non compenso, ma solo restituzione di somme anticipate. La Rai, anche di fronte alle evidenze di legge, impone pervicacemente questa prassi.
Chi non ci sta può solo scegliere di non lavorare.


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Storie personali e testimonianze »

| 22 febbraio 2012 | LASCIA UN COMMENTO | LETTO: 470 VOLTE | SHORT URL |

Ieri sono stata all’INPS perchè hanno cambiato la procedura di rilascio del DURC e ho rischiato il viaggio a vuoto perché l’appuntamento preso telefonicamente 20 giorni prima era con l’ufficio sbagliato e l’impiegato mi ha detto:
signora, lei quando chiama non deve dire AUTONOMI deve dire PARASUBORDINATI, voi siete Parasubordinati
e quando gli ho spiegato che non sono parasubordinata (con piglio ACTA) è rimasto basito e poi ha ribattutto con tono più accogliente
eh, si dovrebbe cercare una cassa professionisti alla quale iscriversi o un’altra soluzione“;
tante grazie, sono uscita poi con il mio DURC in tasca e il bisogno sempre più impellente di agire per toglierci tutti da questo colossale errore di assimilazione ai parasubordinati!


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Storie personali e testimonianze »

| 14 gennaio 2012 | 5 COMMENTI | LETTO: 679 VOLTE | SHORT URL |

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di un giovane professionista. E’ una situazione comune? Sono frequenti le clausole contrattuali come quella qui segnalata?

Premetto che chiedo solamente diritti non privilegi..

Lavoro da due anni con una società di consulenza manageriale.
Fin dal primo momento mi è stata fatta aprire la partita IVA perché la società era stata appena creata e ancora non c’erano lavoratori dipendenti quindi era impossibile fare un contratto di stage (in realtà mi dovevo anche portare il mio pc portatile). Nel primo accordo verbale mi era stato detto che dopo sei mesi di formazione ci sarebbe stata l’assunzione.
Effettivamente dopo sei mesi mi è stata fatta una proposta più alta sempre a partita IVA (con un compenso fisso più una parte variabile); mi sembrava una buona occasione e ho accettato. (Spero non vogliate interpretare male la parola ”accettare” io ad oggi non ho ancora firmato un contratto in questa società).
Le cose sono andate benino per un po’ anche se di fatto la mia partita IVA nascondeva tutte le caratteristiche di un lavoratore dipendente (un certo orario di lavoro minimo, le ferie ti vengono date in un momento ben preciso dell’anno e devi essere sempre reperibile; se non rispondi al telefono te lo fanno notare).
Poi la corda si è tirata troppo e per giunta i compensi variabili mi venivano pagati con ritardo…
…e soprattutto una volta arrivate le tasse mi sono accorto che lavoravo quanto un dirigente e venivo pagato quanto un impiegato appena assunto (non voglio sminuire gli impiegati ma nel mio lavoro si sta spesso a contatto con Direttori Generali e  Consigli di Amministrazione, abbiamo mansioni e responsabilità differenti e non si lascia cadere la penna sul foglio al ”suono della campanella”). Inoltre fin dallo ”stage” il mio lavoro ha sempre richiesto trasferte in tutta Italia che spesso sono di una giornata sola e sapendo che i servizi nel Belpaese ogni tanto hanno dei tempi particolari capita che si fanno le 20 ore no stop!
Da qualche mese per vari avvenimenti (come sempre accade in questi casi gli accordi verbali mutano anche a distanza di pochissimi giorni) ho chiesto di farmi avere un qualcosa di scritto (in un primo momento mi è stato detto di no) poi mi è stata presentato un contratto di collaborazione (notizia di questi giorni) purtroppo solo una parte degli accordi era scritti nero su bianco quindi ho dovuto chiedere la cortesia di farmela riscrivere.
Vi riporto direttamente la parte riscritta e omessa in un primo momento:

Nel caso in cui il Collaboratore venga chiamato direttamente a svolgere personalmente incarichi di qualsiasi natura (consulenza, docenza, formazione etc) metterà immediatamente al corrente il Committente delle attività richieste e, in accordo con il Committente saranno stabiliti i termini economici (compensi e modalità) da richiedere ai clienti; in tale ipotesi, il supporto fornito dal Committente al Collaboratore è forfettariamente individuato nel 50% del compenso richiesto al cliente.”

Chiaramente il contratto sottolinea un orario di lavoro libero e assegna compiti più o meno precisi che il collaboratore è tenuto a svolgere, chiaramente poi i carichi di lavori sono diversi (cosa che non mi spaventa) ma sull’orario non c’è alcuna flessibilità.

Questa è la mia storia affascinante e vi lascio con un quesito: perchè il commercialista sulle fattura mi mette anche un 4% di contribuzione INPS mentre io in quanto lavoratore autonomo non posso farlo? ..Credo che questa sia una nuova forma di razzismo

volevo chiudere ringraziando Anna Soru per la disponibilità e l’impegno che mette in questa iniziativa.

In bocca al lupo a tutti!

Il discriminato


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Burocrazia, Leggi e Norme, Storie personali e testimonianze »

| 31 ottobre 2011 | LASCIA UN COMMENTO | LETTO: 759 VOLTE | SHORT URL |

Ci è giunta alcuni giorni fa la mail di un simpatizzante ACTA che ci pone alcune questioni circa la formula dell’associazione tra professionisti.

Tra i principali motivi di preoccupazione spiccano i dubbi sull’entità delle spese legate alla gestione dell’associazione e il timore di venire equiparati ad attività di impresa. La legislazione in materia, che credo si fondi su una legge del 1939, si presta a molteplici interpretazioni. Sappiamo che molti dei nostri iscritti hanno assunto tale forma di organizzazione (succede spesso tra i grafici) e, nell’esperienza di alcuni, la formula dell’associazione sembrerebbe più a rischio nei confronti dei “buchi neri” burocratici tristemente noti al professionista: per esempio è praticamente certo che l’impiegato di turno della pubblica amministrazione pretenda l’esibizione del “famigerato” DURC per fare fronte al pagamento delle fatture. Altri soci ci hanno segnalato la continua richiesta di iscrizione alla Camera di Commercio per partecipare a concorsi e gare.

Avete consigli da dare in merito? Raccontateci la vostra esperienza, lasciate un commento!


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Burocrazia, Previdenza, Reddito, Storie personali e testimonianze »

| 13 luglio 2011 | 290 COMMENTI | LETTO: 31.775 VOLTE | SHORT URL |

Mi faccio interprete del caso di una amica ex partita iva che ha ricevuto in questi giorni la cartella di pagamento dall’INPS di Varese: per l’anno 2005, a causa del mancato versamento dei contributi alla gestione separata, si trova oggi a dover pagare 11.800 euro per contributi non versati e – udite udite – 9.300 euro di sanzioni. Per un totale di 21.200 euro, pagabili a rate col modico tasso del 9%!!!
Chiedo agli amici che ci leggono di segnalare casi del genere per dare un consiglio alla nostra amica. Nella lettera viene detto che il pagamento deve avvenire entro 30 giorni, mentre il ricorso potrà essere fatto entro 90 giorni:  secondo voi è meglio pagare subito e poi fare ricorso oppure fare prima ricorso? Avete nominativi di commercialisti preparati sulla materia (in area milano-varese)  da consigliare?
Fateci sapere la vostra opinione ed esperienza. Scatta la solidarietà tra Partite IVA.


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Libri Articoli Approfondimenti, Ricerche e Indagini, Storie personali e testimonianze »

| 8 maggio 2011 | UN COMMENTO | LETTO: 892 VOLTE | SHORT URL |

Imprenditori di noi stessiPer comprendere le diverse situazioni e i punti di vista e per contrastare gli stereotipi ancora dominanti sul lavoro autonomo, Delia Peccetti ha raccolto e filamto storia personale di dieci lavoratori autonomi con provenienze molto diverse tra loro, ma tutti caratterizzati dall’indipendenza: dal freelance all’artigiano, dal piccolo commerciante al libero professionista. 

Ne è nato ilvideo Imprenditori di noi stessi.

Dai racconti dei protagonisti emergono problemi e necessità, ma anche determinazione, fiducia nelle proprie capacità e la volontà di superare le difficoltà, nella speranza di non restare sempre invisibili e dover contare soltanto sulle proprie capacità. 

Come sottolinea l’autrice della videoinchiesta:

Se fino a oggi i sentimenti di scontentezza venivano gestiti a un livello privato dagli autonomi, ora cresce in loro la necessità di trovare una dimensione collettiva nella quale condividere le proprie esperienze fino ad arrivare a nuove forme di rappresentanza per cercare di essere meno labili sul mercato.

Guarda la videoinchiesta: Continua a leggere »


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Europa, Fisco, Senza categoria, Storie personali e testimonianze »

| 4 gennaio 2011 | UN COMMENTO | LETTO: 1.327 VOLTE | SHORT URL |
Secondo dati Eurostat, nel 2008 il prelievo fiscale e sociale sui redditi da lavoro dipendente italiani è stato molto più alto di quello del Regno Unito, della Germania, della Spagna, della Francia e persino della Svezia, paese scandinavo in cui tradizionalmente il peso delle tasse sul reddito è molto alto.

Facendo un calcolo estremamente preciso ed ex post, sul mio reddito di professionista con Partita Iva degli anni 2009 e 2010, il complessivo prelievo fiscale e contributivo sul reddito percepito (che non è il fatturato) si è attestato sul 45,8% (su un reddito medio di 63mila euro).

Paese % di tasse e contributi sociali su compensi degli occupati
Regno Unito 26,1%
Spagna 30,5%
EU (27 paesi) 36,5%
Germania 39,2%
Francia 41,4%
Svezia 42,1%
ITALIA 42,8%
Fonte: Eurostat. Cfr. Stefano Perri, ”Il falso paradosso del costo del lavoro”, Economia e politica, 3 Gennaio 2011.

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Diritti, Storie personali e testimonianze »

| 1 novembre 2010 | UN COMMENTO | LETTO: 3.268 VOLTE | SHORT URL |

Il nostro socio Andrea Facco ci ha scritto e raccontato la sua storia personale, che volentieri ripubblichiamo, con la speranza che sia riconosciuta da parte delle Istituzioni la giusta attenzione a questo tipo di problemi:

Mi sono recato a un ufficio per l’impiego poiché sono un lavoratore autonomo al quale è stato riconosciuto il 60% di invalidità, per handicap motorie.

Mi sono trovato con delle sorprese:

  • Per rientrare nelle categorie protette bisogna non essere occupati. Cosa significa, significa che se vuoi sperare di entrare in una azienda o in un ente pubblico a chiamata, bisogna prima licenziarsi o chiudere la partita IVA nel mio caso, iscriversi come disoccupato e poi si entra in lista. Ma non finisce qui. A questo punto sono disoccupato e chi mantiene la mia famiglia? In qualche modo devo mantenermi e mantenere la famiglia. Quindi dovrei lavorare in nero finché qualcuno possa avere bisogno di me. Credo che chi ha fatto questa norma si sia scolato almeno una bottiglia di whisky prima di farla approvare. Mi spiegate perchè io lavoratore autonomo o dipendente che si trova ad avere una invalidità non possa appartenere alla lista di lavoratori disabili? Perchè devo smettere di lavorare? Per tornare a lavorare in un lavoro più consono? Non sarebbe stato meglio mettere tutti i disabili nella lista delle fasce protette e poi eventualmente dare una via preferenziale ai disoccupati dando loro per esempio un punteggio più alto, in modo che le aziende comunque possano scegliere chi assumere e chi no? Capisco che i disoccupati abbiano diritto di lavorare, ma non tutti i disoccupati sono adatti per tutti i lavori richiesti oltre al fatto che dipende dalla disabilità. Oppure dare degli sgravi maggiori se si assumono disoccupati rispetto agli occupati? Così io finché comunque lavoro, non potrò mai inserirmi nelle fasce protette;
  • Altra cosa assurda è porre il limiti di redditi a circa 8.000 € per i dipendenti e 4.000 € per gli autonomi, per entrare nella lista fasce protette. Qui scommetto c’è lo zampino del sindacato. Chiedo: noi autonomi Vi facciamo così schifo? Dove sta l’eguaglianza tra cittadini e lavoratori? Pensate che un dipendente con reddito sotto gli 8.000 € non faccia qualche lavoro in nero? Pensate come sempre che solo le P. IVA lavorino in nero? Io per esempio che lavoro con le aziende non mi passa nemmeno per la testa di chiedere il nero, a loro non conviene, conviene la fattura. Pensate che solo i dipendenti siano Santi e noi i diavoli da mettere sulla graticola? Come sempre in Italia bisogna creare la divisione di classe a tutti i costi anche quando non serve e non ha senso. E’ per questo che dico a voi sindacalisti che il lavoro autonomo non fa per Voi, è fuori dal vostro modo di pensare e concepire il lavoro. Siete lontani dal salto culturale, ma direi forse dalla incapacità di ammettere che il lavoro dipendente come pensato una volta è finito, ci sono in atto troppi cambiamenti e voi fate ancora fatica a comprenderli o non vi rassegnate a vedere l’evidente. E’ ora di smetterla di lavorare sullo scontro tra tipologie diverse di lavoratori. I lavoratori sono tutti uguali con uguali diritti e doveri a prescindere se con o senza partita IVA.

P.S. Chissà quando il mondo politico in generale (Governo, Parlamento, Istruzioni, Sindacati, ecc.), riuscirà a venire fuori da questo pantano, che lo tiene lontano dalla realtà vera, sembra che chi gestisce il Paese non sia in grado di percepire e stare al passo del cambiamento del suo popolo, ma che si ostini a remare contro a difendere le solite classi superprotette i soliti burocrati, senza renderci liberi di vivere in un Paese libero da catene oppressive e miopi.

Andrea Facco


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In evidenza, Libri Articoli Approfondimenti, Storie personali e testimonianze »

| 23 giugno 2010 | UN COMMENTO | LETTO: 1.340 VOLTE | SHORT URL |

Sono state pubblicate le interviste girate dai videogiornalisti di Raissa.it a tre soci ACTA. In realtà in formato video c’è soltanto quella al vice presidente Alfonso Miceli, mentre sotto forma di articoli si possono leggere le interviste “Freelance, right free. In volo senza paracadute“ a Samanta Boni e “Quando l’Iva è una partita persa” a Dilva Giannelli.

 Samanta BoniDilva Giannelli

Fonte: Raissa.it


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| 11 giugno 2010 | LASCIA UN COMMENTO | LETTO: 1.293 VOLTE | SHORT URL |

Venerdì di Repubblica di oggi, 11 giugno 2010, dedica un ampio servizio di copertina alle Partite IVA dal titolo “L’Italia delle Partite IVA” (.PDF in download, 1.8 MB) – che riportiamo in lettura anche in coda a questo post – accompagnato da alcuni approfondimenti in formato video pubblicati su Inernet. Tra questi, molto interessante è l’Intervista a Patrizio Di Nicola, sociologo delle organizzazioni, che non esista dichiarare che Governo utilizzi la Gestione Separata come un vero Bancomat per colmare i deficit!

 

 

A ben vedere, al di là dell’ampio spazio dedicato al tema, non si trova niente di nuovo sotto il sole. L’articolo cita infatti l’Indagine Isfol Plus del 2006, ovvero uno studio vecchio di qualche anno,  e si accorge (finalmente!) che chi ha una Partita IVA è fuori dal Welfare, paga tanti contributi per mantenere le pensioni degli altri, ma non avrà una sua pensione.

 

Italia delle Partite IVAL’accento è sulle finte Partite IVA, individuate dalla ricerca Isfol sulla base di alcuni parametri utilizzati dalla legislazione sul lavoro (monocommittenza, uso mezzi del committente, orari ecc.), e si sottolinea la crescita opportunistica di questa forma di impiego, mettendo insieme muratori e lavoratori della conoscenza, citando dati complessivi che non vogliono dire proprio nulla: 8 milioni di Partite IVA includono non soltanto quelle ”dormienti”, ma anche quelle di chi ha aperto una Partita IVA, ma ha un’attività principale da lavoratore dipendente, delle imprese ecc. Insomma un vero pasticcio informativo.

Speriamo che con la prossima puntata Repubblica si accorga che l’iniquità del sistema per le Partite IVA è “a prescidere” dall’essere finte o vere, che essere autonomi in Italia è sempre più difficile, anche per chi l’ha scelto, soprattutto nell’attuale situazione di profonda crisi, in un mercato che è sempre più un “gioco al massacro”, senza accesso ad ammortizzatori sociali o disoccupazione.

Leggi il servizio del Venerdì di Repubblica: Continua a leggere »


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