Articoli pubblicati nella categoria "Comunicazione"
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Grazie alla segnalazione di una socia, ACTA è venuta a conoscenza del premio Marco Rossi 2012 e ha deciso di parteciparvi con la performance Lo Stato del Quinto Stato.
Il Premio destinato a programmi, servizi e documentari radiofonici dedicati al tema del lavoro e patrocinato dalla Federazione Nazionale Stampa italiana, è alla sua terza edizione e vuole essere un riconoscimento al tentativo di raccontare un tema tanto vasto e complesso e spesso oscurato dai grandi media: il lavoro come fatica, identità, realizzazione, dignità; il lavoro a tempo indeterminato, in nero, in affitto, la precarietà e il non lavoro; il lavoro di cura, nelle sue molteplici implicazioni sulla vita individuale e sociale delle donne e degli uomini.
Il Premio è suddiviso in tre categorie:
a. Servizi d’informazione (giornali radio, corrispondenze, della durata massima di 5 minuti)
b. Approfondimenti (rubriche, speciali, trasmissioni in studio della durata massima di 20 minuti)
c. Documentari, inchieste e reportage (senza limiti di durata).
Vista la durata della nostra rappresentazione (circa 45 min.) e considerato l’obiettivo della stessa di voler documentare in maniera originale la nostra realtà, dando voce e corpo al Manifesto dei lavoratori autonomi di seconda generazione e alle nostre rivendicazioni, abbiamo pensato di partecipare nella categoria c. In palio ci sono premi fino a 500 € e la premiazione è prevista per la terza decade di settembre 2012. Al di là della retribuzione, sarebbe bello ottenere questo ulteriore riconoscimento…
Autore: Samanta Boni
Comunicazione, In evidenza, Storie personali e testimonianze »
Benedetta Tobagi nominata nel Consiglio di Amministrazione RAI.
Siamo molto felici per la tua nomina al Consiglio di Amministrazione della RAI, conosciamo la tua onestà intellettuale e sappiamo che porterai un punto di vista nuovo che aiuterà il nostro servizio televisivo pubblico a leggere meglio la realtà attuale.
Tanti auguri per il lavoro che ti attende!
Autore: ACTA
Comunicazione, Diritti, Fisco, Storie personali e testimonianze »
Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza firmata di un giornalista RAI, che per ovvi motivi preferisce rimanere anonimo.
La situazione delle partite IVA in Rai è tra le più assurde.
In larga parte questo tipo di contratto viene applicato alla maggior parte dei giornalisti professionisti che lavorano per le trasmissioni delle Reti. Il Contratto giornalistico è infatti riservato ai colleghi che lavorano solo per i Tg e per le rubriche ad essi collegati. Gli unici colleghi tra l’altro tutelati dal sindacato USIGRAI. Gli altri devono obtorto collo. accettare questo tipo di contratto (regista/autore testi) pur svolgendo le mansioni di inviati o di redattori nelle principali trasmissioni di informazione della Rai. Devono essere a disposizione 24 ore su 24, lavorare se richiesto a Pasqua o a Natale senza la minima maggiorazione di retribuzione, senza orari. Devono rispettare i turni al montaggio e devono rispondere del loro operato ai vertici dei programmi e ai capistruttura Rai.
Un costume che si è rapidamente diffuso anche a Mediaset e La 7.
Le mansioni che vengono richieste sono identiche a quelle dei colleghi inviati dei telegiornali, ma con ritmi assolutamente più pesanti, senza la minima tutela assicurativa. Se accade un incidente, o se qualcuno gli spara addosso, il giornalista a partita Iva non ha la minima copertura. Forse dobbiamo aspettare che qualcuno di noi ci lasci la pelle perché il problema esploda.
Ovviamente non vi è la minima copertura neppure per quanto riguarda la continuità di lavoro o la giusta causa di licenziamento. Basta semplicemente risultare invisi all’autore di turno o non accettare di scrivere quello che vogliono i capi, per non vedersi rinnovare il contratto e restare alla fame, visto che non esistono ammortizzatori sociali. Inutile dire che grazie a ciò la libertà e la dignità professionale dei giornalisti a partita Iva va a farsi benedire. Il risultato è un appiattimento totale.
La maggiore retribuzione (lorda) è un’altra colossale bufala. Ai giornalisti a partita Iva si impone di pagare tutto, quindi la retribuzione risulta alla fine al netto assolutamente bassa.
La Rai impone agli inviati (per la natura stessa del loro ruolo) continui spostamento per seguire in Italia e all’estero gli argomenti su cui realizzare i servizi. Le spese devono essere anticipate, per poi averle rimborsate dopo la presentazione di ricevute e la compilazione di un modulo nel quale vengono dettagliate tali spese. La Rai quindi approva il rimborso e impone di emette fattura, ci si trova così a pagare più volte le tasse, non solo l’Iva. Su tali rimborsi (che sono alla fine dell’anno somme assai consistenti) viene imposta, essendo fatturate, il pagamento della previdenza, il pagamento dell’Irpef come se si trattasse di normali compensi, infine tutto ciò fa salire in maniera folle l’imponibile anche se in fattura viene specificato che si tratta di rimborsi di note spese, quindi non compenso, ma solo restituzione di somme anticipate. La Rai, anche di fronte alle evidenze di legge, impone pervicacemente questa prassi.
Chi non ci sta può solo scegliere di non lavorare.
Autore: ACTA
Comunicazione, Contratti, Internet e tecnologie, Pagamenti, Trovare Lavoro »
L’articolo di Giampietro Donatella apparso sul Corriere della Sera il 5 febbraio 2010, dal titolo: “Consumatori in gara per un impiego. Come funziona L’azienda affida a persone reclutate sul web il compito di trovare soluzioni per creare nuovi prodotti” – articolo la cui RIPRODUZIONE è RISERVATA – e la presentazione allo IULM con il lancio ufficiale di Rai Tre – trasmissione del programma NEAPOLIS di lunedì 9 febbraio 2010 dal titolo “Imprese aperte Anche l’impresa può essere “due punto zero”, per usare un’espressione ormai in voga, soprattutto se è di comunicazione che ci si occupa” – hanno portato a conoscenza di tutti ciò che, da circa un paio di anni, era già in atto: il crowdsourcing.
Le modalità del crowdsourcing variano secondo il gestore del sito web, ma possono così essere sintetizzate: un’azienda affida a motori di ricerca (siti web 2.0 = mediatori), il brief (descrizione di obiettivi, finalità e vincoli del progetto, formalizzata in un documento redatto dal committente) per la creazione/produzione – entro tempi stabiliti e dichiarando il “premio” in denaro – di materiale BTL (Below the line: creazione o restyling logo, video, grafica, banner, siti web etc.), ADV (Advertising: campagne stampa, radio e TV), DESIGN, PR…
Chiunque – anche eventuali minorenni di cui sono responsabili solo i genitori -, dopo essersi registrato, può partecipare al “Contest” (gara, concorso) creando il suo lavoro (un limite numerico alle proposte non c’è) e pubblicandolo – in forma anonima – nel sito.
Il lavoro può essere scelto dal committente, detto anche sponsor, oppure può essere votato e/o commentato e, sempre se il committente è d’accordo, il lavoro migliore VINCE IL PREMIO IN DENARO (da cui dovranno essere detratte tutte le tasse ed eventuali costi).
Non è chiaro il comportamento del crowdsourcing nei confronti del “diritto d’autore”, non lo nega, a volte però include nei regolamenti, l’impossibilità del partecipante a rivendicare l’utilizzo del proprio nome e quant’altro; altre volte, per i vincitori, include l’obbligo di trasferire il diritto d’autore al motore di ricerca. Poco chiaro ma, di fatto, il lavoro prodotto diventa proprietà (licenza esclusiva solo per i vincitori) del gestore del sito che ne può fare ciò che vuole. Chi lancia il “concorso”, acquisisce il diritto a utilizzare, rielaborare, declinare, adattare, riciclare, creare opere derivate…
ENTUSIASMANTE!
Sì, entusiasmo per questa grande innovazione in grado di dare modernità allo stantio mercato del lavoro in ambito ADV, BTL PR, DESIGN, etc., che permette: “ «creatività di pregio» a buon mercato e in tempi rapidi.”, un enorme aiuto per “ «i direttori R&S o marketing” per le aziende e… per le multinazionali della pubblicità.
Con il crowdsourcing, si afferma: “chiunque può guadagnare”, chiunque.
Grandioso!
Fino all’altro ieri, erano sempre state solo le agenzie – non tutte – a partecipare alle gare.
Si deve chiarire che la partecipazione alle “gare”, nell’ambito della comunicazione pubblicitaria, non consiste solo nel produrre un’eventuale linea strategica e preventivi – come accade in qualunque altro ambito lavorativo – ma nel produrre idee (normalmente almeno tre proposte) cioè, produrre lavoro vero gratuitamente.
La partecipazione alle “gare” è stata una delle cause della deprofessionalizzazione nell’ambito della creatività pubblicitaria, oggi, in caduta libera.
Ora, con il crowdsourcing, il lavoro gratuito è a disposizione di chiunque, freelance professionisti della comunicazione pubblicitaria e d’impresa o no. Per cento o mille o milioni che lavoreranno gratuitamente, uno vincerà.
A questo punto mi domando perché si debba rivolgere questo grandioso utilizzo del web 2.0 solo agli art director, ai copywriter, ai molti ruoli professioni del web, ai grafici, ai designer…, in fondo, il crowdsourcing è una “specie di outsourcing”, quindi: perché non offrire questa gigantesca e innovativa possibilità anche, per esempio, agli architetti?
Per il committente è davvero una meraviglia: poter scegliere tra migliaia – forse milioni – di progetti architettonici fatti e finiti, pronti per essere edificati, progetti che possono essere rielaborati, modificati, spezzettati, riciclati… sai la soddisfazione?
Ah già, forse, per gli architetti la soddisfazione sarà un po’ più limitata, non si garantisce alcuna certezza di reddito, nel sito non ci sarà la loro firma, sì è vero, siamo nel mondo della flessibilità e dell’insicurezza… però, vuoi mettere la modernità?
E perché, cari editori, non usare il crowdsourcing anche per la produzione di quotidiani, settimanali, mensili… Perché no?
Certo, anche i giornalisti, tutti – non solo i giovani -, ma anche i non giornalisti, devono poter avere l’enorme opportunità di entrare nel fantastico mondo del crowdsourcing!
Pensate che bello, milioni di giornalisti di tutto il mondo che, quotidianamente, mettono in gara tutti i loro articoli, fantastico!
Beh, certo, esiste “l’irrilevante” problemino che gli articoli, nel sito, non saranno firmati…, e chissà se potrà comparire il nome dell’autore a fianco di: “RIPRODUZIONE RISERVATA”? L’editore acquisirà il diritto di tagliare, allungare, modificare, rielaborare e… riciclare qualunque articolo ma, in fondo, scrivere un articolo è una delle tante “attività semplici e ripetitive” e, in più, l’anonimato, dà alla lettura quel certo non so che di misterioso, di affascinante…
Ecco la grandiosa idea: ogni giorno della sua vita, il giornalista scriverà articoli e articoli e articoli sperando, un giorno, di poter VINCERE! Tanto, tanto lavoro gratis ma, chissà, un domani, potrebbe vincere! Non guadagnare, VINCERE!
E allora, perché NON offrire il crowdsourcing, questa enorme opportunità, questa gigantesca innovazione, questa grande rivoluzione del mondo del lavoro 2.0, a tutti i professionisti, a tutte le professioni del mondo?
Forse perché è la conoscenza a creare i professionisti.
Forse perché solo nella professionalità esiste il futuro.
Forse perché il lavoro e la fatica devono mantenere valore.
Forse perché la proprietà intellettuale deve essere difesa.
Forse perché si devono avere dei diritti.
Forse perché il lavoro deve essere riconosciuto, sempre.
Forse perché si deve avere la certezza di un reddito.
Forse perché la precarietà e l’insicurezza non devono diventare valori.
Forse perché…
Evviva il crowdsourcing, evviva il LAVORO a LOTTERIA!
intervento di Dilva Giannelli
L’intervento è leggibile anche su Generazione Pro Pro, Blog del Corriere della Sera.
Autore: ACTA
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Mercoledì 8 aprile Romano Calvo, consigliere di ACTA, interverrà a Torino al seminario “Quartieri che cambiano” che prende spunto da una ricerca sui fattori di successo e insuccesso delle attività produttive operanti nei quartieri culturali di Torino. Il seminario si terrà presso la Sala dei 200 di Eataly, in via Nizza, 230 int. 14, zona Torino Lingotto, alle ore 18:00.
Scarica il Programma (.PDF in download)
Autore: ACTA
Comunicazione, Design, Libri Articoli Approfondimenti, Moda, Ricerche e Indagini »
Sapere creare è un valore nel mondo della moda, ma quanto vale? A questa domanda risponde Giannino Malossi con il contributo “Il valore della creatività nelle professioni della moda” (.PDF in download), un lungo articolo sul valore economico della conoscenza e della creatività, liberamente scaricabile da questo sito o dal Canale Scribd di ACTA. Potete infine leggerlo direttamente qui di seguito, se desiderate.
La creatività nelle professioni della moda
Autore: ACTA












