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Articoli pubblicati nella categoria "Occupazione"

Appelli e Lettere, Occupazione, Politiche del lavoro »

| 27 marzo 2012 | 8 COMMENTI | LETTO: 690 VOLTE | SHORT URL |

Elsa ForneroSiamo felici di leggere sul Corriere della Sera di oggi la risposta del ministro Elsa Fornero alla lettera di Dario Di Vico che richiamava l’attenzione sugli effetti della riforma del lavoro, così come oggi formulata, per i professionisti autonomi.

Speriamo sia l’inizio di un percorso di conoscenza e riconoscimento da parte del legislatore. Siamo ovviamente più che disponibili a spiegare e portare le nostre ragioni. Questa è la lettera:

Partite Iva, rispettiamo il lavoro autonomo
Il ministro risponde

Partite Iva, rispettiamo il lavoro autonomo

Caro Direttore,
la riforma del mercato del lavoro è stata oggetto di profonda e attenta riflessione. Ha impegnato intensamente il governo, per il quale una delle principali linee guida è stata l’individuazione e la correzione delle numerose distorsioni e degli abusi oggi esistenti. In quest’ottica, abbiamo affrontato il tema delle partite Iva con l’occhio rivolto proprio alla più seria e profonda valorizzazione della componente «professionale» di uno strumento che, purtroppo, ha perso almeno in parte la sua natura originale.

«La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita» è il titolo del documento che contiene le linee guida sulla base delle quali stiamo dando gli ultimi ritocchi al testo del disegno di legge che presenteremo in Parlamento entro tempi molto brevi. Nel testo, consultabile sul sito del ministero del Lavoro e su quello del governo, sono presenti evidenti indicatori della nostra volontà di combattere seriamente la tendenza a utilizzare la partita Iva non già come libera manifestazione di lavoro autonomo – e quindi come uno dei «volani» dello sviluppo e della crescita – bensì come percorso elusivo per ridurre il costo della manodopera e per evadere gli obblighi contributivi.

Le suggestioni avanzate da Dario Di Vico nella sua lettera sono molte e tutte di grande interesse. Richiedono però, per essere affrontate con serietà e concretezza, analisi relativamente approfondite che saranno definitivamente messe a punto entro pochi giorni. Sarà mia cura far avere a Lei, e soprattutto ai lettori del Corriere della Sera risposte, il più possibile esaustive e in tempi brevi.

Mi consenta intanto di sottolineare che pressoché tutte le questioni relative al mercato del lavoro implicano la ricerca di un difficile equilibrio tra opposti interessi; il che, nel caso indicato da Dario Di Vico, significa contenere gli abusi, valorizzando il lavoro autonomo.

Elsa Fornero – Ministro del Lavoro


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Diritti, Occupazione, Politiche del lavoro, Rappresentanza, Sindacati »

| 21 marzo 2012 | 8 COMMENTI | LETTO: 656 VOLTE | SHORT URL |

Ieri sera (ahimè) non ho resistito dal guardare un dibattito televisivo sul tema del lavoro, mi provocano sempre forti bruciori di stomaco, ma a volte è più forte di me…
Ho assistito alle prime battute di Ballarò in cui il segretario Uil Luigi Angeletti parlava della Riforma del mercato del lavoro esponendo chiaramente tutte le sue certezze.
Ha spiegato dapprima l’importanza di identificare le “finte partite iva” e quando Floris ha segnalato che gli ordinisti restano esclusi da questa norma, Angeletti ha prontamente chiarito che

ovvio, quelli iscritti agli ordini è ovvio, quelli che fanno i professionisti veri….

Poi Floris è passato al tema degli ammortizzatori sociali chiedendo conferma dell’esclusione delle partite iva dai nuovi ammortizzatori sociali e Angeletti ha precisato:

C’erano due scelte: per esempio dobbiamo garantire l’indennità di disoccupazione a tutte le partite iva, il che significa che un professionista normale, che fa la partita iva nel caso in cui lavora di meno gli diamo l’indennità di disoccupazione?.. Io avrei qualche problema. Invece la scelta è stata che tutti quelli che sono dei lavoratori dipendenti vengono tolti dalla partita iva e a quel punto gli si da l’indennità di disoccupazione.

Perchè?

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Occupazione »

| 19 febbraio 2012 | 2 COMMENTI | LETTO: 567 VOLTE | SHORT URL |

Qualche giorno fa, sulla pagina d’apertura di Libero.it era apparsa la notizia di un giovane ingegnere che aveva detto a un giornalista di star bene senza posto fisso e di cavarsela in mille modi. A questo punto si è scatenata sul blog di Libero (o di Affaritaliani il giornale online) una vera e propria canea contro il poveretto, con insulti, minacce, volgarità, sproloqui firmati da sedicenti precarie/i. Nessuno mette in dubbio che dietro quelle esplosioni di rancore e di frustrazione ci fossero storie di sofferenze e di delusioni. Ma questo fatto mi ha posto un interrogativo: noi di ACTA che spesso siamo fieri di essere indipendenti, senza un salario e senza un padrone, e lo diciamo in giro come per dire “guardate, si può vivere anche così” e pensiamo di attirarci simpatie, non è che invece suscitiamo sentimenti di odio in quella maggioranza silenziosa che cova la sua impotenza standosene seduta davanti al computer? Precari sì, con tante ragioni. Ma veramente hanno fatto qualcosa per uscire da quella situazione? Hanno protestato, tutti insieme, hanno lottato, hanno mostrato la faccia oppure da anni mandano in giro cv ed aspettano la telefonata? Perché se questo Paese è ridotto come sappiamo, sarà colpa della politica, del padronato, della stampa, dei sindacati ecc. ecc . ma è anche il risultato di una passività sociale, di una viltà diffusa, di chi non vuol rischiare nulla e non s’azzarda nemmeno a una protesta pacifica. Giocosa magari, come la nostra alla Triennale.

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Eventi, Occupazione »

| 3 ottobre 2011 | 8 COMMENTI | LETTO: 780 VOLTE | SHORT URL |

La trasmissione “Presadiretta” di ieri 2 ottobre 2011 parte con una scena che è ormai un cult: lo show di Brunetta che parla della “peggiore Italia”. Seguono servizi sulle finte partite Iva (archeologi, architetti, giornalisti…), ma anche su altre tipologie di contratto usate a sproposito e con molti abusi (collaborazioni a progetto, associazione in partecipazione, stage) per finire con un “approfondimento” sulla fuga degli italiani all’estero.

Nel complesso il servizio ha avuto la capacità di evidenziare il disastro del mercato del lavoro in Italia, con il proliferare di contratti che hanno l’unico obiettivo di pagare sempre meno, di rendere evidente l’uso vergognoso degli stage e più in generale di dare spazio al grandissimo disagio giovanile. Da segnalare un’intervista davvero da collezione a Michele Tiraboschi. Interpellato per aver certificato come collaborazioni a progetto contratti di lavoro per l’esecuzione di numerose consegne di giornali entro orari ben definiti, il giuslavorista difende il suo operato cercando di dimostrare che si tratta di lavoro effettivamente autonomo.

Tuttavia ci sono state alcune “stonature”.

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Occupazione, Ricerche e Indagini »

| 28 settembre 2011 | 3 COMMENTI | LETTO: 880 VOLTE | SHORT URL |

E’ una domanda ricorrente. La risposta è difficile. I dati esistenti non sono coerenti, in più non esiste una definizione unica e condivisa di lavoro autonomo professionale. 

Le stime più citate sono quelle del CNEL di alcuni anni fa, che fanno riferimento a 3,5 milioni di professionisti, ma includono anche professionisti dipendenti. I dati dell’Istat ci dicono che i lavoratori autonomi professionisti sono circa 1 milione nel 2009, 1,5 milioni se includiamo anche collaboratori a progetto e collaboratori occasionali . Ma all’INPS risultano iscritti, sempre nel 2009, circa 900.000 collaboratori: i conti non tornano.

Abbiamo provato a fare un nuovo calcolo a partire dalle statistiche pubblicate dal Ministero delle Finanze per il 2009  ( analisi_dati_2009_irpef   PDF in download). Secondo questi dati i professionisti autonomi in Italia sono 1.300.000 .

 Chi rientra in tale numero? I dati  includono i titolari di partita Iva, ma escludono quelli che hanno avviato o cessato l’attività nell’anno in esame.  Inoltre non identificano i collaboratori a progetto e occasionali.  Sottostimano perciò il lavoro autonomo professionale in senso  ampio, ma hanno il pregio di essere molto affidabili perchè derivano da una fonte universale (e non campionaria come l’ISTAT forze lavoro)  e aggiornata (chi ha interrotto l’attività certamente non compare tra i contribuenti), oltre che di riferirsi distintamente  ai professionisti autonomi (non confusi coi dipendenti, come nelle stime del CNEL) .
Le statistiche sono disaggregate per i principali settori economici, entro i quali occorre individuare le attività professionali.  Oltre alle “attività professionali scientifiche e tecniche”, possiamo includere le “attività di informazione e comunicazione”, “attività finanziarie e assicurative”, “attività artistiche” e “istruzione e sanità”.
Il Ministero delle Finanze, inoltre, distingue i contribuenti per regime fiscale (lavoro autonomo, contribuenti minimi, regime imprenditoriale semplificato e ordinario) . Quali di questi sono riferiti ai professionisti autonomi? 

Se vogliamo utilizzare una defnizione ristretta di lavoro professionale non imprenditoriale, possiamo considerare i percettori di reddito da lavoro autonomo e  i contribuenti minimi che operano nelle “attività professionali scientifiche e tecniche”. Rispondono a queste caratteristiche 725.000 professionisti. Se aggiungiamo chi opera nelle altre attività del terziario avanzato di cui sopra, il numero dei professionisti autonomi diventa 1.140.000 (distribuzione nella “torta” successiva).

Professionisti percettori di lavoro autonomo (inclusi i contribuenti minimi) per area di attività 

Fonte: elaborazioni ACTA su dati MEF

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Occupazione, Politiche del lavoro »

| 26 settembre 2011 | LASCIA UN COMMENTO | LETTO: 457 VOLTE | SHORT URL |

Negli USA Obama sta tentando il tutto per tutto presentando l’American Job Act, un vero e proprio piano per l’occupazione da 450 miliardi di dollari (negli States il tasso di disoccupazione è al 9%), con agevolazioni fiscali per le imprese che assumono creando nuovi posti di lavoro, assunzioni nei settori delle costruzioni e dell’educazione e altro. Il piano Usa per il fenomeno della disoccupazione, potrebbe servire per la crescita economica Italia? Dove la previsione è non più dello 0,7% di crescita economica per il 2012?
Se il governo italiano ricorresse a interventi mirati nell’immediato futuro sarebbe in grado di migliorare le stime sulla crescita economica Italia ed Europa 2011-2012? Domanda difficile, bisognerebbe rivolgerla a qualche premio Nobel.
La massiccia perdita di posti di lavoro nel triennio 2008-2010, quindi le misure di contrasto alla disoccupazione, continuano a impegnare i diversi governi planetari. Sarà per questo fatto che il Nobel per l’economia nel 2010 è andato a tre personalità che si sono distinte per i loro studi sul mercato del lavoro: a causa della crisi economica la disoccupazione a livello globale coinvolge 210 milioni di persone (Fonte Fmi).
La Reale accademia delle scienze svedese ha premiato gli americani Peter Diamond e Dale Mortensen e il britannico-cipriota Christopher Pissarides. Il lavoro dei tre economisti ha permesso di capire meglio perché quando l’offerta di nuovi lavori è alta la percentuale di persone disoccupate talvolta non si riduce. La domanda dalla quale l’Accademia partiva era infatti questa: perché nonostante le nuove opportunità di lavoro ci sono così tanti disoccupati? Cosa può fare la politica per ridurre il tasso di disoccupazione? E le risposte sono arrivate con le analisi dei tre, utilizzate anche per studiare nuove politiche economiche per stimolare l’occupazione e per valutare l’andamento del mercato del lavoro. Diamond, Mortensen e Pissarides hanno elaborato alcuni modelli economici per comprendere come avvengono le frizioni nei mercati, così da comprendere meglio le dinamiche che causano la disoccupazione, la disponibilità di nuovi lavori, l’andamento dei mercati e le fluttuazioni nelle paghe. Le loro analisi hanno, per esempio, dimostrato che i sussidi di disoccupazione possono aumentare le frizioni e dunque rendere più lunga e onerosa la ricerca di un nuovo lavoro. Insomma, tanto più sono generosi tanto più possono portare a disoccupazione e tempi più lunghi nella ricerca di un’occupazione.
Interessante.

Ma di quale lavoro si parla negli studi economici e nelle agende governative?

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Condividi Invia per E-mailStampaCrea PDF Autore: Elsa Bettella

Libri Articoli Approfondimenti, Occupazione »

| 22 luglio 2011 | 2 COMMENTI | LETTO: 1.093 VOLTE | SHORT URL |

Se ne parla con sempre più enfasi, soprattutto dopo che il Rapporto annuale ISTAT 2011 ha certificato la loro crescita. I giovani che non studiano, non lavorano e non fanno formazione (NEET sta infatti per not in education, employment or training) in Italia nel 2010 sono 2.110.000 tra i 15 e i 29 anni, 134.000 più dello scorso anno (+6,8%). Un numero elevatissimo se si considera che gli occupati sotto i 30 anni sono 3.274.000.

Dentro la definizione NEET convivono due tipologie: i disoccupati che in Italia hanno un’incidenza analoga a quella UE, e gli inattivi, che invece sono molto più numerosi (13,5% in Italia, contro il 7,7% UE) . Su questi in particolare è stato lanciato l’allarme.

Con l’indagine demoscopica sulle famiglie, l’ISTAT ci dà anche qualche altra informazione: i NEET dedicano più tempo alle attività fisiologiche (dormire, mangiare e lavarsi) e al tempo libero (3 ore e 37 minuti più degli occupati e 1 ora e 57 minuti più degli studenti), ma vanno meno a teatro e al cinema, leggono di meno, navigano meno su internet, sono meno soddisfatti delle relazioni amicali, della famiglia e della situazione economica rispetto a studenti e occupati.

E a questo punto le analisi “sociologiche” sulla stampa si sprecano e ci restituiscono l’immagine di giovani apatici, fannulloni e bamboccioni. Così l’Espresso (14 luglio 2011) con l’articolo “Vita da NEET” di Sabina Minardi, il cui incipit è

Non studiano, non lavorano, non imparano un mestiere. Non fanno sport, non vanno al cinema, non leggono un libro. Dormono a lungo. Abitano a casa dei genitori. Vivacchiano rassegnati. Solo che a trascinarsi nella totale apatia, incapaci di immaginare oltre il presente, non sono gli inconcludenti protagonisti di tanti film o di romanzi sui “teenager per sempre”(…)

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Occupazione, Politiche del lavoro »

| 10 maggio 2011 | UN COMMENTO | LETTO: 820 VOLTE | SHORT URL |

Nella campagna elettorale per le amministrative di Milano ho letto diversi interventi che mi sono stati inviati. Quello che mi lascia perplesso è la scarsa messa a fuoco di una delle ragioni principali del disagio di chi vive in questa città, cioè la questione del lavoro, che non è soltanto una questione giovanile o dei giovani laureati, ma è in generale una questione delle famiglie con figli in età adulta.

Penso che tutti conosciamo i dati delle rilevazioni dell’Osservatorio Provinciale del Mercato del Lavoro e quelli delle ricerche Specula sugli sbocchi professionali dei laureati nelle 11 università lombarde. Ne esce veramente un quadro desolante. Non è tanto la crescente precarizzazione dei nuovi lavori che preoccupa – in futuro, secondo il maggiore studio di avvocati del lavoro USA, la percentuale di contigent workers sarà pari al 50% – quanto la sensazione che la qualità della domanda di forza lavoro espressa dalle imprese del settore terziario e manifatturiero si stia deteriorando sempre più e produca una massa informe di overeducated. Continua a leggere »


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Diritti, Formazione, Occupazione, Politiche del lavoro »

| 9 dicembre 2010 | 3 COMMENTI | LETTO: 1.158 VOLTE | SHORT URL |

Molti di noi hanno problemi a pagare l’anticipo (basato sul reddito presunto, ma tanti hanno avuto un netto calo rispetto al 2009). In pratica, succede che se uno deve pagare, poniamo, un anticipo di 4.000 euro, avendo guadagnato meno, potrebbe in realtà pagarne 2.000.

Se comunque non paga, il costo per il ritardato pagamento è intorno al 30% (così mi dice il commercialista), quindi ben superiore a un normale interesse sul capitale. Si tratta di una sanzione. In altre parole il lavoratore è multato per aver guadagnato meno, invece di accedere a degli ammortizzatori (ma già pagare i soli interessi sarebbe una cosa più decente). Nei prossimi mesi vedremo cosa succederà con gli studi di settore. Continua a leggere »


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Europa, Occupazione, Ricerche e Indagini »

| 29 ottobre 2010 | 4 COMMENTI | LETTO: 1.240 VOLTE | SHORT URL |

A proposito del lavoro autonomo, l’OCSE scrive:

“Self-employment may be seen either as a survival strategy for those who cannot find any other means of earning an income or as evidence of entrepreneurial spirit and a desire to be one’s own boss. The self-employment rates shown here reflect these various motives.”

OECD Factbook 2010L’Italia ha quasi il record europeo per il lavoro indipendente, se non fosse per la Grecia. Con una percentuale del 25.7 % di ‘autonomi’, rispetto al totale degli occupati, il nostro Paese mostra la media più elevata d’Europa (solo la Grecia segna il 35%). È quanto emerge dall’OECD Factbook 2010 – Economic, Environmental and Social Statistics. Secondo i dati OCSE (scarica il Capitolo del Factbook2010 in .PDF), nel 2008, la media italiana di lavoratori indipendenti è stata avvicinata solo dal Portogallo e dalla Polonia, realtà piuttosto diverse dalla nostra. Decisamente più basse le quote di altri partner europei quali la Germania (11,7%), la Francia (9%), il Regno Unito (13,4%). Come mai? Continua a leggere »


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