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Articoli pubblicati nella categoria "Libri Articoli Approfondimenti"

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| 13 maggio 2013 | 2 COMMENTI | LETTO: 547 VOLTE | SHORT URL |

Stamattina sulla metropolitana, sfogliando Affari e Finanza, l’inserto del lunedì del Corriere della Sera, sono stata attratta da due articoli sul tema social media, di cui sono un’utilizzatrice primitiva e un po’ diffidente.
Il primo articolo, a firma Maria Teresa Cometto, dal titolo “I social media? Paghino”, riporta le critiche emerse recentemente rispetto ad una versione utopica del web. Tra le altre, quelle dello scienziato Jaron Lanier, uno dei profeti dell’era digitale, che nel libro “Who owns the future?” rivede molte delle sue precedenti convinzioni . Come riporta l’articolo, egli sostiene che

noi diamo gratis il nostro cervello a Twitter, Facebook, Instagram, Google, loro ci fanno i profitti

L’autore denuncia la cultura del non pagamento, il fatto che solo pochissimi di color che creano i contenuti arrivano a ricchezza e successo, la maggior parte regala la sua creatività a vantaggio di qualcun altro che ci lucra.
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Libri Articoli Approfondimenti »

| 16 aprile 2013 | 3 COMMENTI | LETTO: 987 VOLTE | SHORT URL |

Pubblichiamo il testo di un intervista di Giovanna Guercilena ad Anna Soru per Impresa e management del Sole 24 ore.

Recentemente l’Inps ha riconosciuto la legittimità dei congedi parentali anche per le professioniste iscritte alla cosiddetta gestione separata. Un risultato a cui Acta teneva molto. Siete soddisfatti?
Oltre un anno fa, il decreto cosiddetto Salva Italia ci riconosceva congedi parentali e malattia domiciliare, diritto che per inciso avrebbe dovuto partire sin dal 2008 in concomitanza con un aumento della nostra contribuzione proprio così finalizzata. Dopo una nostra raccolta firme, l’Inps ha finalmente cambiato i contenuti informativi del sito per quanto concerne i congedi parentali, ma non ancora per la malattia domiciliare. In più, non si è ancora attrezzata per permettere concretamente la richiesta dell’indennità, anche se ci aspettiamo chiarezza in tempi brevi (alla data dell’intervista l’Inps non aveva ancora provveduto, ndr). Infine, manca ancora il riconoscimento dei congedi parentali ai professionisti papà, un’assenza che quasi vanifica lo spirito della stessa legge sui congedi parentali.

Chi sono le moderne partite Iva?

Un popolo molto eterogeneo. Negli ultimi decenni, il lavoro autonomo non è complessivamente cresciuto molto, ma si è modificato profondamente: è diminuito il lavoro autonomo tradizionale di commercianti e artigiani, è cresciuto quello nei servizi rivolti a imprese e pubblica amministrazione e tutto il lavoro orientato alle funzioni della conoscenza e delle relazioni sociali. I dati del Ministero dell’economia ci dicono che nel 2012 c’è stato un sensibile aumento delle partite Iva, soprattutto per i giovani sino ai 35 anni. Sono perlopiù interessati i settori come servizi professionali, sanità e intrattenimento. Probabilmente l’aumento delle partite Iva dei giovani è il risultato congiunto delle difficoltà a trovare lavoro come dipendenti e dei forti incentivi all’avvio di nuove attività.

L’Isfol calcola in 400mila le false partite Iva. Vi risulta un fenomeno così rilevante?
Sicuramente il fenomeno esiste ed è importante, ciò nondimeno è minoritario, forse il 13-15% del totale. Il problema va affrontato, ma non con le modalità solite. Sino a ora, nel tentativo di riportare in automatico verso il lavoro dipendente, si sono praticamente solo elevati i contributi e i valori soglia, ma l’unico effetto misurabile è stato di rendere la vita difficile a chi è realmente autonomo.

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| 7 aprile 2013 | LASCIA UN COMMENTO | LETTO: 848 VOLTE | SHORT URL |

Lo scorso 18 marzo si è tenuto a Milano il seminario “Professioni: riforma o controriforma,” organizzato dalla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università Statale in collaborazione con ACTA. Al centro del convegno l’analisi della legge, recentemente approvata, sulle professioni non regolamentate (l. n. 4/2013) e le sue implicazioni sul lavoro autonomo di seconda generazione. Riportiamo la sintesi preparata da Elena Sinibaldi, che ringraziamo.

Si sono confrontati sul tema esperti di diritto del lavoro, professionisti ordinisti e non, sostenitori e critici della legge.
Il seminario si è aperto con l’analisi giuridica di Adalberto Perulli, giuslavorista dell’Università Cà Foscari di Venezia, a cui hanno fatto seguito gli interventi di Potito Di Nunzio, rappresentante dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Milano, Giuseppe Lupoi, presidente di CoLAP (Libere Associazioni Professionali), e Romano Calvo, rappresentante di ACTA. Durante il dibattito conclusivo hanno preso la parola: Davide Imola, responsabile CGIL – Professioni, Ordini e Associazioni Professionali; Renato Turbati, rappresentante dell’Associazione italiana di valutazione; Gloria Mina, rappresentante di Assointerpreti; Sandra Bertolini, rappresentante dell’Associazione italiana interpreti; Maurizio Del Conte, giuslavorista dell’Università Bocconi di Milano; Anna Soru, presidente di ACTA; Sergio Bologna, storico del lavoro e rappresentante di ACTA.
I lavori del convegno sono stati coordinati da Renata Semenza, sociologa del lavoro dell’Università Statale di Milano.
Riprendendo gli stralci più significativi dalla trascrizione completa del seminario, si restituisce una sintesi dei passaggi principali della discussione.

La Prof.ssa Semenza avvia il dibattito interrogando i relatori su tre possibili scenari.

Come allora possiamo fare una riflessione su questa riforma e soprattutto sugli effetti che ci aspettiamo da questa riforma, oggetto della discussione di oggi? Ci sono tre ipotesi:

  1. che la riforma rappresenti un’opportunità, un’opportunità di rendere sostanzialmente visibili degli invisibili, di dare voce a questa categoria che non ha voce, di incentivare l’associazionismo e la rappresentanza di queste professioni e di riconoscere regole più trasparenti sulla certificazione professionale, sulla qualità del lavoro, sulle remunerazioni;
  2. che la riforma invece rappresenti un vincolo. Quindi, costituirà una barriera all’ingresso, ad esempio: nei rapporti di lavoro con la pubblica amministrazione, per l’accesso ai bandi ecc. (…)
  3. che la riforma non avrà nessun effetto. (…) Nel senso che l’impressione è che questa legge si limita a normare alcuni aspetti marginali (erogazione della formazione, la rappresentanza ecc.) e lascia scoperte le grandi questioni: del fisco, degli standard retributivi, delle tutele.

Il prof. Perulli, attraverso un’analisi sistematica dell’articolato normativo, sottolinea le ambiguità della stessa legge in merito ad alcuni punti: la nozione di “professione”, la ratio della legge, il ruolo delle associazioni professionali. Riconduce, inoltre, l’ambiguità al carattere volontaristico della normativa.

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Libri Articoli Approfondimenti »

| 20 marzo 2013 | LASCIA UN COMMENTO | LETTO: 718 VOLTE | SHORT URL |

L’outsourcing (esternalizzazione dei servizi) è un fenomeno che ha origine negli anni ’70, con la crisi il modello fordista, fondato sulla produzione in serie di beni di consumo di massa e di beni di investimento. Per reagire alla saturazione dei mercati e alle crisi petrolifere, le imprese si sono progressivamente concentrate sulle attività centrali, appaltando all’esterno molte funzioni secondarie. In questo modo si sono trasformate in strutture più snelle e flessibili, con limitati costi fissi. La grande fabbrica è stata sostituita da tante piccole imprese, molte delle quali nel terziario, con i principali asset nella conoscenza e nella creatività.
Questa tendenza è continuata, ma si è nel tempo trasformata e la crisi attuale ne ha definitivamente cambiato il carattere. Mentre i processi di outsourcing del secolo sorso hanno favorito lo sviluppo di attività cognitive e creative specializzate, quelli attuali rischiano di distruggere molte professionalità. Non si tratta più di concentrarsi nel core business e di cercare di volta in volta l’eccellenza delle competenze specialistiche. Il processo di frantumazione è più radicale, prevede la sostituzione di collaboratori interni con collaboratori esterni anche per funzioni chiave, nell’obiettivo principale, se non esclusivo, di risparmiare sui costi e spostare i rischi all’esterno.
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Libri Articoli Approfondimenti, Reddito »

| 5 marzo 2013 | 2 COMMENTI | LETTO: 1.317 VOLTE | SHORT URL |

Non c’è verso: o siamo finte partite iva, o siamo “upper class”.
Le ricerche e le analisi dovrebbero servire a capire ciò che accade, non ad interpretazioni fantasiose o peggio essere forzati a dare sostanza a pregiudizi.
Due esempi recenti che ci riguardano, il primo relativo alla crescita delle partite IVA e il secondo alla dinamica dei redditi.

Boom di finte partite iva?
Nel 2012 sono state aperte 549.015 partite iva, con un aumento del 2,6% rispetto al 2011 (+14.088). La crescita è stata trainata dai giovani fino a 35 anni, a cui si deve l’apertura di 211.581 aperture, + 23.921 rispetto al 2011, corrispondenti ad un +12,7% (dati MEF, Ministero Economia e Finanza).
In molti hanno interpretato queste dinamiche come effetto di una crescita delle finte partite iva. Secondo Bertolussi della CGIA di Mestre:

L’aumento del numero delle partite Iva in capo ai giovani lascia presagire, nonostante le misure restrittive introdotte dalla riforma del ministro Fornero, che questi nuovi autonomi stiano lavorando prevalentemente per un solo committente. Visto che questo boom di nuove iscrizioni ha interessato in particolar modo gli agenti di commercio/intermediari presenti nel settore del commercio all’ingrosso, le libere professioni e l’edilizia riteniamo che la nostra chiave di lettura non si discosti moltissimo dalla realtà.

Dice invece Ilaria Lani, responsabile per le Politiche giovanili della Cgil:

Il motivo per cui abbiamo ragione di ritenere che una parte consistente delle partite Iva sia falsa è proprio il fatto che i dati degli ultimi anni dimostrano che hanno un solo committente e in forma continuativa, e questo tradisce la possibilità di un abuso.

E infine leggiamo che secondo i Freelance Italiani, sulla base di dati ISFOL, le nuove finte partite IVA sarebbero 400.000!

In realtà i dati MEF non ci dicono nulla sul fatto che si tratti di finte o vere partite IVA.
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Campagne Acta, Libri Articoli Approfondimenti »

| 31 gennaio 2013 | LASCIA UN COMMENTO | LETTO: 1.694 VOLTE | SHORT URL |


In un ampio articolo dal titolo “La politica che fatica a capire i silenziati delle partite Iva“, Dario Di Vico richiama l’attenzione sul lavoro autonomo, i ignorato nell’attuale dibattito elettorale un po’ da tutte le parti politiche. Un silenzio incomprensibile perchè questo segmento potrà influenzare significativamente l’esito delle elezioni.
L’articolo richiama le nostre preoccupazioni per l’aumento dei contributi e sintetizza i contenuti delle nostre 5 proposte, riportati nel nostro programma per “L’altra faccia del lavoro


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| 30 ottobre 2012 | 4 COMMENTI | LETTO: 1.358 VOLTE | SHORT URL |

Forse ACTA ha fatto male a snobbare la riforma delle professioni non regolamentate, cavallo di battaglia del Colap e di altri organismi di rappresentanza. Il disegno di legge reca il numero 3270 e sta completando il suo iter parlamentare perché, approvato dalla Camera il 17 aprile 2012, è approdato alla X Commissione del Senato (Industria, Commercio, Turismo), relatrice la sen. Anna Rita Fioroni del PD. Il testo lo si può scaricare agevolmente da Internet.

Su questa riforma gli Ordini erano andati giù pesante. Nei documenti inviati alla Commissione della Camera incaricata di esaminare il testo, si poteva leggere in quello del CUP (Comitato Unitario Professioni), scritto a nome degli Ordini, che coloro i quali esercitano una delle professioni non regolamentate non hanno nemmeno diritto di chiamarsi professionisti, perché questo titolo spetta soltanto agli appartenenti agli Ordini, gli altri sono “prestatori di servizi intellettuali” e quella che esercitano non è una “professione” ma un’attività economica di servizi intellettuali a terzi. “Professionista” è quello che ha seguito un preciso percorso formativo ed è riconosciuto da un Ordine a sua volta riconosciuto dallo Stato. Quindi si faccia pure una legge ma questa non rientra nella riforma delle professioni.

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| 6 settembre 2012 | 3 COMMENTI | LETTO: 1.255 VOLTE | SHORT URL |

Testo dell’intervento tenuto da Sergio Bologna al convegno di Venezia “La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita?” del 15 giugno 2012.

Prendere la parola in un convegno di giuslavoristi per chi non ha studi di diritto alle spalle crea un certo imbarazzo. Tuttavia ho accettato il cortese invito del prof. Perulli di dire qualcosa sul lavoro indipendente (o autonomo) perché ritengo che alcuni elementi della realtà, che osserviamo tutti i giorni, possano offrire motivo di riflessione per chi ha il compito di formulare un nuovo ordinamento giuridico o d’interpretare
quello esistente.
Il mio osservatorio è dato
1) dalla partecipazione all’attività “sindacale” di un’Associazione di professionisti (ACTA, Associazione consulenti terziario avanzato) comprese le sue ramificazioni a livello internazionale (siamo membri dell’European Forum of Independent Professionals e gemellati con la Freelancers Union degli Stati Uniti)
2) da un’attività di ricerca sui problemi del lavoro che risale ai miei anni d’insegnamento universitario
3) dalla mia attività di professionista con partita Iva nel ramo della consulenza di organizzazione e direzione d’impresa e di pianificazione di pubblici interventi per il settore logistica e trasporti di merce (marittimi in particolare).

1. Per andare subito al centro della questione: il lavoro indipendente, dal punto di vista del suo inquadramento sociologico e culturale, si trova schiacciato tra due universi, tra due ordini simbolici, quello dell’attività mprenditoriale e quello del lavoro salariato (o dipendente), ai quali volta per volta viene assimilato con il risultato di cancellarne o deformarne la specificità. Dalla “ditta individuale” alla “finta Partita Iva” c’è tutto un gioco di rimandi, un vero ping pong, per far rientrare il lavoratore autonomo in universi che non gli appartengono.
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| 11 agosto 2012 | 2 COMMENTI | LETTO: 2.539 VOLTE | SHORT URL |

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione sul tempo nel lavoro post fordista, a cura di Benedetta Crippa, graphic designer, che su questo argomento ha sviluppato la sua tesi di laurea.

«Tutti gli uomini, di tutte le epoche, e ancora oggi, si dividono in schiavi e liberi perché chi non dispone di due terzi della sua giornata è uno schiavo, qualunque cosa sia per il resto: uomo di stato, commerciante, impiegato statale, studioso» — Friedrich Nietzsche

Nei Paesi sviluppati del contesto occidentale, circa il 40% dell’economia si basa, e si baserà sempre più, sui cosiddetti “lavoratori della conoscenza”. [1] Appartengono a questa categoria gli operatori delle attività intellettuali: quelle professioni che – producendo idee, informazione, conoscenza – costituiscono oggi il motore trainante di quella che fin dal 2000 è stata definita come “Economia creativa”.
Molti si possono riconoscere in questa fetta dell’Italia sempre più in espansione: architetti, designer, avvocati e giornalisti, ma anche scrittori, traduttori, docenti, e consulenti di vario genere.

Le professioni intellettuali, o creative, sono accomunate da alcuni tratti fondamentali come la mancanza parziale o totale di fatica fisica, il ruolo fondamentale giocato dalle facoltà mentali della persona, la centralità della motivazione individuale, la predominanza dello scopo espressivo piuttosto che strumentale del lavoro, la necessità di un periodo di apprendimento medio-lungo (al contrario del periodo di apprendimento breve o molto breve occorrente alle professioni operative). Il lavoro intellettuale è inoltre scollegato da definite unità di tempo e di luogo, dal sincronismo e dalla compresenza fisica; non è in contrasto con il riposo fisico (come invece lo è, per sua natura, il lavoro operativo); ed in particolare, nel lavoro intellettuale il tempo perde la sua valenza quantitativa a vantaggio di quella qualitativa.
È proprio per tali caratteristiche peculiari che le professioni intellettuali necessitano oggi di una rivisitazione complessiva dei concetti di lavoro e di tempo.

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| 20 luglio 2012 | LASCIA UN COMMENTO | LETTO: 1.258 VOLTE | SHORT URL |

Per gentile concessione della rivista una città, pubblichiamo gran parte di un’interessante intervista di Barbara Bertoncin ad Alberto Brambilla, già Presidente del “Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale” presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali dal luglio 2008, con incarico di coordinamento dei Casellari degli Attivi e dei pensionati, attuale coordinatore del comitato tecnico scientifico di Itinerari Previdenziali

Avete da poco presentato il Rapporto del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale. Può spiegarci in che stato versa oggi il nostro sistema pensionistico?
Come nucleo di valutazione abbiamo fatto il monitoraggio e il controllo sugli ultimi bilanci consolidati che sono 2009-2010.
Diciamo che la situazione non è né disastrosa né rosea. Chi afferma che l’Inps ha un bilancio in forte attivo dice una cosa non corretta. In realtà la situazione del 2010 è che tra i contributi versati da noi tutti e dalla produzione e le prestazioni erogate c’è un disavanzo di 13 miliardi di euro. Nello specifico, le spese per pensioni (senza la quota assistenziale) sono circa 198 miliardi e i contributi sono circa 185 miliardi. I 13 miliardi non sono una cifra enorme per un sistema che nel totale eroga più di 230 miliardi, però rappresentano un certo passivo, soprattutto considerando che è crescente nel tempo perché passiamo dai due miliardi di qualche anno fa ad addirittura una situazione di pareggio di qualche anno prima.
C’è poi la quota di denaro che il governo ogni anno trasferisce all’Inps per la Gias, la gestione degli interventi di tipo assistenziale. Per il 2010 parliamo di 33 miliardi che, sommati ai 13, fanno 46 miliardi.
Ecco, quando noi ci lamentiamo per le tasse alte, dobbiamo ricordare che quello che non pagano i contributi deve essere pagato dalla fiscalità generale. Allora, la prima osservazione è che è vero che le pensioni non sono alte, però è altrettanto vero che noi per le pensioni spendiamo tanto. E non è finita qui. Perché poi ci sono le pensioni e gli assegni sociali, le pensioni di guerra (che ammontano a circa un miliardo e trecento milioni) e poi ci sono tutte le pensioncine di invalidità (circa 240 euro a testa) e gli accompagnamenti. Tutto questo costa ulteriori 22 miliardi e mezzo. Insomma, alla fine per mandare avanti questo baraccone che costa circa 260 miliardi l’anno, dalla fiscalità generale, da chi paga le tasse dobbiamo tirar fuori quasi 70 miliardi. Che è una cifra molto grossa.
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