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Apprendiamo dal verbale notturno della Commissione Lavoro del Senato che sono stati votati stanotte alcuni emendamenti al DDL sul lavoro (N° 3249), tra cui quelli all’articolo 36 che prevede l’aumento dei contributi agli iscritti alla Gestione Separata dell’Inps. Il DDL pertanto va avanti così, nella direzione degli aumenti, per la votazione al Senato e poi alla Camera.
Non eravamo affatti sicuri che il ministro Fornero e i membri della Commissione accogliessero le considerazioni che abbiamo espresso finora, con i nostri documenti e anche con il confronto diretto, e ora ne abbiamo la deludente conferma.
Siamo però sicuri di cosa succederà ai freelance italiani, alle partite iva genuine e produttive di questo paese nel caso in cui il DDL divenisse legge. Davanti all’ipotesi di una contribuzione insostenibile, ci sarà l’unica difesa possibile: la fuga di massa dalla Gestione Separata, attualmente – è il caso di ricordarlo – l’unica cassa dell’Inps in attivo.
I modi per attuarla potranno essere diversi, a seconda della condizione di partenza. Questi i maggiori:
- Adesione alla Cassa Commercianti o alla Cassa Artigiani: si diventa Ditta Individuale o una S.a.s e si versano i contributi Inps al 21% (e non al 27% attuale, nè al 33% futuro). A seconda del settore e dell’attività che si esercita, il passaggio può essere molto semplice.
- Emigrazione: si scappa dall’Italia e si porta la propria competenza e il proprio fatturato, nonchè gettito fiscale, in altri paesi. Chiunque lavori fornendo servizi immateriali e adoperando mezzi telematici, non ha grossi problemi e anzi tutti gli incentivi.
- Immersione: per chi lavora per il settore privato, ulteriori aumenti sono purtroppo una spinta a uscire dalla regolarità contributiva e darsi al nero appassionatamente! Finalmente il governo riuscirà a ridurre anche gli onesti più tenaci alla stregua degli evasori. Un bel vantaggio per le casse dello stato!
- Estinzione: tanti non ce la faranno a sostenere il peso contributivo, che come abbiamo spiegato molte volte è già il più alto tra tutte le categorie di lavoratori, in particolare quanti sono in difficoltà per via della crisi. Chiuderanno la partita iva e nei casi peggiori andranno a ingrossare le fila, al momento fin troppo nutrite, dei disoccupati. Una sconfitta della politica, prima che del singolo, e un problema economico e sociale sia nell’attualità che pensando alle condizioni future della previdenza italiana.
Questi gli scenari che purtroppo abbiamo davanti grazie a un DDL che invece di portare equilibrio e crescita vuole di fatto eliminare il lavoro professionale autonomo.
In ognuna di queste ipotesi per lo stato e per l’Inps il risultato sarà solo uno: il fallimento dell’obiettivo. Se con questo DDL si sperava di raccogliere dei fondi, è meglio chiarire che sarà vero piuttosto il contrario: di anno in anno, con queste condizioni, i professionisti iscritti alla Gestione Separata Inps potranno soltanto diminuire.
Autore: ACTA
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Gentile Ministro,
sono un webmaster autonomo con partita iva, iscritto alla Gestione Separata. Volevo informarla che il disegno di legge redatto dal suo ministero mi ha fatto perdere un lavoro.
Da tre anni, prima dell’estate, offro i miei servizi ad un’agenzia di marketing che si dedica a campagne pubblicitarie per villaggi turistici. Quest’anno, mi è stato detto che la collaborazione non sarà rinnovata: non per questioni di prezzo, non per qualità dei prodotti, ma per l’intenzione del mio committente di non voler incorrere in un eventuale abuso nei miei confronti!
Le scrivo qui un passo della mail ricevuta:
“preferiamo adottare quest’anno una soluzione interna nostra, perché ancora non ci è chiara la nostra posizione nei tuoi confronti come partita iva in merito al disegno di legge sul lavoro del governo Monti”.
Ho provato a spiegare che nell’eventualità, sarò io a dichiarare di non lavorare solo per loro, ma nulla, non se la sentono.
Mi dica, cosa devo fare? Lo sa che con il suo disegno di legge, piuttosto che modernizzare il paese e il mercato del lavoro, ci sta facendo compiere un passo indietro gigante?
Per tre anni ho lavorato in questo periodo con tale agenzia, e devo dire che era il mio migliore cliente in quest’anno di particolare crisi; non avrebbe comunque superato il 75% del mio fatturato e vi avrei lavorato 5 mesi e dal mio ufficio. Pertanto avrei soddisfatto i tre requisiti, ma come faccio a rassicurare il mio cliente?
Devo mostrargli le mie fatture già emesse e quelle che emetterò? E se lavoro anche per concorrenti suoi? E’ libertà di lavoro e mercato, questa? Può spiegare a noi autonomi, quale sia il senso di questa legge?
Perché una concessione fatta ai sindacati per la discussione sull’articolo 18 deve finire con il porre regole assurde per i freelance?
Qual è il vantaggio per noi? E la nostra colpa?
Si rende conto dell’illogicità di questa norma? Ci dica, come possiamo far presente ai clienti che non incorreranno in un eventuale abuso? L’esempio indicato dimostra che al cliente le rassicurazioni non bastano, preferiscono non dover pensare minimamente di incorrere in un abuso e di fidarsi quindi delle affermazioni di chi gli fornisce un servizio.“Una soluzione interna nostra”, questa la loro scelta. Saranno contenti i sindacati in quanto si aprirà una posizione di lavoro. Un lavoro che fino ad ora era mio e che ho difeso da una concorrenza spietata, nonostante un’imposizione fiscale altissima.
Cosa ho sbagliato io per perdere questo lavoro? Ho perso un cliente, il mio miglior cliente, per un disegno di legge che per far credere che si agisce a difesa dei lavoratori dipendenti, rischia di far chiudere la totalità delle partite iva italiane, con conseguenze dirette sul gettito fiscale, diffondendo una diffidenza tra le imprese nel rivolgersi ai prestatori di servizi con partita iva.Non voglio di certo spiegare a voi come si fanno le regole, ma se si parla di abuso di mono-committenza, non sarebbe stato più semplice organizzare uno sportello al quale avrebbe potuto rivolgersi il lavoratore che volesse denunciare un abuso?
In questo modo, invece, farete diffidare i clienti dall’acquistare un servizio di una partita iva. “Una soluzione interna nostra” sarà la decisione di moltissimi altri clienti nei confronti di moltissimi altri freelance.
L’economia già è quella che è, così si dà il colpo di grazia a tante e dinamiche attività del terziario avanzato.
Consideri il mio come lo sfogo di chi dopo aver perso questo cliente per una ragione che mai si sarebbe aspettato, si è subito attivato per cessare la sua attività e emigrare, nulla di che.
Ma se vuole, ci sono ancora migliaia di freelance che aspettano di capire come poter dimostrare ai loro clienti che non ci sarà mono-committenza. Mi auguro che nessuno stia pensando che sia normale far vedere le fatture, magari di concorrenti, ai clienti. E poi a febbraio, o un primo periodo dell’anno, chi lo rassicura il cliente che quello non sarà l’unico lavoro effettuato fino alla fine dell’anno, perché c’è crisi e non si lavora, e quindi può incorrere in mono-committenza?
Può fare tutte le distinzioni che vuole, tra partite iva vere e partite iva false, l’unico risultato è quello già raggiunto: aver creato diffidenza tra chi ha intenzione di acquistare un servizio.
Ci dà un patentino di partita iva vera? Un bel passo in avanti nella modernizzazione dell’Italia!
Quanti sono i precari che hanno subito abusi di dipendenza spacciata per partita iva? Conti anche noi, che siamo molti di più: per soddisfare i sindacati e dargli qualcosa in cambio, state rovinando uno dei settori più dinamici e contribuenti di Pil d’Italia. Quando la diffidenza tra chi aveva intenzione di acquistare un servizio sarà definitivamente diffusa, non ci sarà lavoro per gli autonomi, a quel punto faccia un po’ di conti di quanto gettito fiscale ci ha perso l’erario.
Complimenti, grazie e addio.Un freelance.
Autore: ACTA
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Caro Ministro,
durante l’incontro organizzato ieri dal Corriere della Sera, ci ha spiegato che il motivo per cui si è deciso di aumentare i contributi é quello di assicurarci una pensione più elevata.
Perché solo a noi? Perché questa preoccupazione non riguarda tutti gli altri autonomi che versano molto di meno , ovvero il 14-16% se professionisti, il 21% se artigiani o commercianti? O anche i dipendenti, che versano meno, se utilizziamo la stessa base di riferimento: sia esso il costo del lavoro (25,6% contro il nostro 27%), l’imponibile irpef (36,3% contro 37,4%) o il reddito netto (46,6% contro 50,9%), come si evince dalla tavola successiva, che confronta lo schema dei costi per un lavoratore dipendente e un professionista autonomo iscritto alla gestione separata, smentendo la vulgata secondo cui l’aumento al 33% parificherebbe la nostra contribuzione a quella dei dipendenti.
No, la spiegazione non ci convince.
Autore: Anna Soru
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| mag |
| 10 |
| 15:00 |
In un forum online organizzato dal Corriere della Sera si parlerà del lavoro professionale con partita Iva.
All’incontro, moderato dal giornalista Dario Di Vico, parteciperanno il Ministro Elsa Fornero, Costanzo Ranci, sociologo e professore al Politecnico di Milano, Anna Soru, Presidente ACTA, e Giuseppe Lupoi, Presidente COLAP.
L’incontro potrà essere seguito in diretta via Web dal sito del Corriere della Sera.
Autore: ACTA
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Nei prossimi giorni saranno discussi gli emendamenti al DDL lavoro (N° 3249). Di seguito uno schema sugli emendamenti che ci sembrano più interessanti relativi agli articoli 9 (individuazione “finte partite iva”) e 36 (aumento contributivo lavoratori iscritti alla gestione separata).
Articolo 9
Articolo 36
Autore: ACTA
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E’ ufficiale! L’aumento al 33% delle aliquote contributive della Gestione Separata contenuto nel DDL per la riforma del mercato del lavoro andrà a finanziare gli oneri aggiuntivi per nuova ASPI, lavoratori dipendenti esodati e apprendistato: tutte tutele dalle quali i lavoratori indipendenti sono esclusi!
Dove sta l’equità? Dove stanno i nostri diritti di cittadini lavoratori?
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, recita il primo articolo della Costituzione. Di tutto il lavoro, ribadiamo noi, senza alcuna esclusione. Senza discriminazioni fra cittadini di serie A e di serie B, particolarmente odiose in un momento di crisi economica così profonda.
Un’iniziativa di ACTA per bloccare l’aumento e modificare il DDL.
Per contrastare il DDL abbiamo subito contattato la Presidenza della Commissione Lavoro e Previdenza Sociale del Senato della Repubblica che ci ha chiesto di depositare una nostra Memoria, che sarà a disposizione della Commissione e pubblicata sul suo sito. Un’iniziativa che ha bisogno di essere sostenuta da una grande mobilitazione.
In questa Memoria chiediamo:
1) Articolo 9: modifica radicale dell’articolo per tutelare chi in regime di partita IVA svolge realmente attività di lavoro autonomo. E vuole continuare a svolgerla!
2) Articolo 36: allineamento della contribuzione pensionistica delle partite IVA che svolgono attività di lavoro autonomo a quella di commercianti e artigiani: quindi non solo blocco degli aumenti delle aliquote, ma equiparazione al 21%!
Leggi e diffondi la Memoria presentata da ACTA!
Leggi e diffondi il comunicato stampa ACTA!
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Autore: ACTA
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Fortunatamente aumentano le voci critiche sulle misure del DDL sul lavoro che decreterebbero la morte del lavoro professionale autonomo.
Segnaliamo in particolare due articoli dell’8 aprile che citano Acta: ”Partite IVA un altro rischio boomerang“ di Aldo Bonomi sul Sole 24 ore e “False partite Iva. Non basta alle imprese il rinvio di un anno“ di Antonella Baccaro sul Corriere della Sera.
E iniziano a esprimere la loro contrarietà anche i politici, come Giuliano Cazzola, vice presidente della commissione Lavoro alla Camera che, in un articolo sul Corriere della Sera di Riccardo Bagnoli (Partite Iva e contratti. Pressing al Senato) parla di cambiamenti necessari per quanto riguarda i titolari di partite Iva e i collaboratori, al fine di salvaguardarne le effettive professionalità.
Autore: ACTA
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“Il Disegno di Legge recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” … decreta la morte dei lavoratori indipendenti con partita IVA.
E’ stato reso pubblico in queste ore il testo integrale del DDL sulla riforma del mercato del lavoro e le paure sono ormai una certezza: un’impostazione che riconosce solo il lavoro dipendente e quello “atipico” cancella la realtà del lavoro indipendente e lo condanna alla morte. Almeno per due motivi.
Contribuzione pensionistica INPS dal 27 al 33% entro il 2018!
Il DDL prevede un incremento annuo di 1 punto percentuale, dall’attuale 27% al 33% nel 2018, per tutti i soggetti che versano nella Gestione Separata dell’INPS. Quindi anche per i lavoratori indipendenti con partita IVA: quelli che per intendersi si confrontano sul mercato con altri professionisti con casse indipendenti che pagano una contribuzione che si aggira mediamente intorno al 14% e molto più dei dipendenti (che teoricamente versano il 33% ma a partire da una diversa base di calcolo; nella realtà la loro contribuzione pensionistica è intorno al 25%).
Una palese violazione dell’equità, tanto sbandierata.
Ancora una volta si fa cassa con i nostri contributi, per pagare tutele (la nuova indennità di disoccupazione AsPI) da cui siamo esclusi.
Tre condizioni che cancellano la nostra condizione!
Nel DDL c’è poi un dispositivo che formalmente è contro le “false” partite IVA, ma che nei fatti rischia di cancellare i veri lavoratori indipendenti con partita IVA. Si stabiliscono infatti tre condizioni: (1) durata della collaborazione superiore a sei mesi; (2) valore della collaborazione superiore al 75% del reddito annuo; (3) postazione di lavoro presso il committente. Se ricorrono almeno due di queste condizioni il rapporto non è più indipendente e regolato da partita IVA, ma diventa di collaborazione coordinata e continuativa. Ciò significa ad esempio che se all’inizio dell’anno ti viene proposta una consulenza annuale importante e tu ritieni che potrebbe rappresentare per te oltre il 75% del tuo reddito annuale non puoi accettarla e devi chiedere una collaborazione coordinata e continuativa.
La verità di questo DDL è che non guarda affatto allo sviluppo, ma rendere ancora più fragili e precarie le tutele e le condizioni del lavoro. Nel caso del lavoro indipendente ha un valore ancora più tragico: ne decreta la fine! Perché lo vessa con una tassazione cui nessun altro tipo di lavoro è soggetto e non lo riconosce come motore di sviluppo.
Vogliamo credere che ci sia ancora spazio per un ripensamento e possibilità di dialogo. Ma siamo anche consapevoli che se così non sarà dovremo intraprendere altre strade, per affermare il nostro diritto di esistere.
Chiediamo immediata udienza al Ministro Fornero per un confronto.
Chiediamo solidarietà a tutti i lavoratori dell’informazione per diffondere queste notizie.
Chiamiamo alla mobilitazione tutti i lavoratori indipendenti con partita IVA: la nostra sopravvivenza è nelle nostre mani!
Il Consiglio Direttivo ACTA
[ Scarica il comunicato stampa ]
Autore: ACTA
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Segnaliamo due contributi che denunciano l’esclusione dei professionisti autonomi dal tavolo della consultazione/concertazione e un’impostazione della riforma ancorato allo schema fordista, alla contrapposizione lavoratori dipendenti/ imprese.
Il primo è del 26 marzo, pubblicato nel blog Agorà del Sole24ore. A cura di Vincenzo Scuccimarra si intitola “Una riforma per i lavoratori del futuro” . L’articolo si sofferma sui rischi della riforma per il futuro del lavoro autonomo (e non solo).
Volta a ridurre le distanze tra lavoratori garantiti e lavoratori precari la riforma sembra improntata a confermare il lavoro dipendente subordinato come fulcro del sistema, facendone l’obiettivo ideale a cui ogni lavoratore deve tendere, quello che garantisce maggiore equità sociale ed efficienza economica all’intero sistema.
Questo porta a non considerare adeguatamente le esigenze e le potenzialità dei lavoratori indipendenti. Adottando delle misure che, nel tentativo di disincentivare l’uso dei contratti a progetto o il ricorso a consulenti con partita Iva, discriminano di fatto centinaia di migliaia di lavoratori.
I lavoratori parasubordinati o indipendenti non solo non si ritrovano considerati nelle tutele previste per la disoccupazione ma vengono gravati da contributi previdenziali crescenti che, ironia della sorte, andranno a coprire le indennità di disoccupazione dei dipendenti. (…)
Il secondo contributo, “Popolo delle partite Iva: il declino di un mito ambiguo”, è stato pubblicato su la Stampa il 30 marzo. L’autore è Francesco Bogliari, che da fondatore del Giornale delle Partite Iva ha avuto modo di approfondire i temi che ci riguardano.
L’articolo fa un’analisi dell’evoluzione del “mito delle partite Iva”. In estrema sintesi, secondo Bogliari, nei primi anni ’90 eravamo percepiti come un mondo di vincenti, mentre ora saremmo percepiti come un mondo di “sfigati”. Si sofferma inoltre sull’invisibilità dovuta alla nostra incapacità di creare una rappresentanza ampia, non frammentata e litigiosa.
(…)l’associazionismo di questo mondo è quanto di più frammentato, litigioso, isolazionista e “atomico” (sempre nel senso delle dimensioni…) che si possa immaginare. La maggior parte del tempo la passano a litigare tra “ordinisti” (avvocati, notai, architetti, medici ecc., in difesa delle loro medievali fortezze) e “non ordinisti”, cioè le professioni moderne non riconosciute. Se i primi hanno gli Ordini e fanno Casta, i secondi sono tragicamente figli di nessuno. Sono tanti ma non fanno massa, e così la nuova concertazione rosa Fornero-Camusso-Marcegaglia (litigano tra loro, ma intanto si legittimano a vicenda) conferma la loro desolante, disperante marginalità dal mondo del lavoro cosiddetto “vero”: quello delle fabbriche e degli uffici che sotto un unico capannone o un unico tetto riuniscono centinaia, migliaia di lavoratori, mentre chi lavora da casa propria o nel proprio “studiolo” resta invisibile alla Nuova Triplice (Governo tecnico-Cgil-Confindustria).
Autore: ACTA
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Il testo del progetto di legge per la riforma del lavoro è cambiato, con grande preoccupazione di tutti noi.
Abbiamo ricevuto numerose mail che testimoniano uno stato di fibrillazione legato soprattutto a due aspetti:
1. I criteri per individuare i professionisti autonomi (che sembrano ora includere anche i professionisti con ordine) sono diventati molto rigidi e, se resteranno inalterati, potranno impedire la sopravvivenza professionale di molti di noi.
2. E’ previsto un aumento dei contributi previdenziali delle collaborazioni a progetto sino al 33% nel 2018. Si teme che la misura possa riguardare anche i professionisti autonomi, dal momento che nel passato l’evoluzione dei contributi si è sempre mossa contestualmente nei due ambiti.
Pubblichiamo la lettera di un professionista autonomo, indirizzata al Ministro, che evidenzia efficacemente i rischi della nuova norma.
Gentilissima Ministra Prof.ssa Fornero,
sono un consulente direzionale. Ho aperto la partita IVA nel 1997 desideroso di intraprendere la libera professione per fornire supporto alle aziende nelle aree del controllo qualità, dell’ambiente , della sicurezza sul lavoro e della responsabilità sociale.
Non ho mai voluto essere un dipendente e ho cercato da subito di costruirmi una base di clienti che mi consentisse di essere il datore di lavoro di me stesso.
Ebbene sì Gentilissima, faccio parte dei famosi iscritti alla Gestione Separata, confusi con i co.co.pro. (incredibile!!).
Il sottoscritto, invece, ha più di 15 aziende come clienti distribuiti nel territorio nazionale ed esercita la professione di lavoratore davvero autonomo.
Ho la “colpa” di non essere iscritto ad un ordine (perché non esiste un ordine dei consulenti direzionali). Sosteniamo contributi pesantissimi per la Gestione Separata (nessun autonomo arriverà a pagare il 33%!!!)
Con la Sua proposta Lei, mi perdoni Professoressa, sta invitando le aziende a non sottoscrivere contratti annuali con i lavoratori autonomi. Sta invitando, insomma , i miei clienti a non firmarmi più contratti!!!
Infatti, come si evince dal par. 2.7 del documento “ La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”: Sono introdotte norme rivolte a far presumere, salvo prova contraria (ferma restando, cioè, la possibilità del committente di provare che si tratti di lavoro genuinamente autonomo, il carattere coordinato e continuativo (e non autonomo ed occasionale) della collaborazione tutte le volte che essa duri complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno, da essa il collaboratore ricavi più del 75% dei corrispettivi (anche se fatturati a più soggetti riconducibili alla medesima attività imprenditoriale), e comporti la fruizione di una postazione di lavoro presso la sede istituzionale o le sedi operative del committente. Tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica.
Mi pare di capire che le aziende mie clienti (ovvero il committente che mi firma il contratto), dovendo provare che si tratti di lavoro genuinamente autonomo, poiché “….tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica” si guarderanno bene dal firmarmi contratti di oltre sei mesi.
Nonostante la mia sia una consulenza di carattere spiccatamente autonomo, perderò senz’altro delle consulenze, soprattutto quelle richiestemi dai miei clienti più importanti.
Perché un’azienda dovrebbe rischiare un’ispezione per dimostrare che io sono davvero autonomo? Alla faccia della flessibilità!!!!
Se le aziende committenti, mie clienti, subissero una verifica, emergerebbe che il sottoscritto:
1) Fornisce una consulenza che dura complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno (talvolta capita di fornire un servizio della durata di un anno),
2) Da essa il consulente direzionale non ricava più del 75% dei corrispettivi (ho più di 1 cliente grazie a Dio),
3) Il consulente direzionale non fruisce di una postazione di lavoro presso la sede istituzionale o le sedi operative del committente. Il mio posto di lavoro è il mio notebook con tanto di proiettore per la formazione e l’illustrazione dei progetti di consulenza.
Quindi, il punto 1 indica una posizione non compatibile con il lavoro autonomo, mentre la 2 e la 3 il contrario.
Ma perché le aziende dovrebbero firmarmi un contratto di consulenza con il rischio di incorrere in queste verifiche, visto e considerato che “(…..) tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica…” ????
Ho una famiglia (moglie e due figlie) e la mia professione, attualmente, è l’unico reddito che la può sostenere. Questo governo che tanto mi aveva ben impressionato ai suoi esordi, sta fornendo prova della distanza dal mondo reale.
Le partite IVA vere (e non pretestuose) sono vessate e la libera intrapresa soffocata!
Perché non ha invitato i rappresentanti delle libere professioni al tavolo delle riforme (per esempio ACTA: Associazione Consulenti Terziario Avanzato)?
Esistono solo la CGIL,CISL, UIL?
E noi? Non abbiamo diritti?
La prego, mi risponda!
In attesa di una Sua cortese replica, Le invio i miei migliori saluti
Alessandro Monti
Autore: ACTA















