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Regime forfettario: stare a galla o crescere?

24 ottobre 2018 Fisco, Vita da freelance

Il regime forfettario è davvero un paradiso per noi freelance? Il racconto di una socia.

Sono una socia attiva di Acta, ho quasi 45 anni e lavoro come traduttrice. Alle soglie del 2000 ho iniziato la mia attività professionale come interprete di simultanea e traduttrice e in seguito ho avuto un’esperienza imprenditoriale nel settore degli eventi promozionali, dei congressi e linguistico. Da circa dieci anni ho deciso di rallentare i ritmi lavorativi e sono tornata con piacere a dedicarmi alle traduzioni.

Dal punto di vista dei regimi fiscali, in questi anni non mi sono fatta mancare quasi niente:

  • sono stata freelance con partita IVA nel regime ordinario
  • ho avuto una ditta individuale in seguito diventata Srl
  • sono tornata freelance nel regime ordinario

Anche a livello contributivo ho fatto un bel viaggio: sono partita nella gestione separata, ho transitato per quella commercianti e infine sono riapprodata alla gestione separata.

Quasi tre anni fa, dal momento che stavo dedicando una parte del mio tempo allo sviluppo di nuove attività in ambito creativo e agricolo, ho pensato che il regime forfettario potesse rappresentare una valida opportunità: mi avrebbe infatti permesso di snellire la gestione della contabilità e di ottenere alcuni benefici fiscali.

Regime forfettario: stare a galla…

La prima sensazione che ho avuto dopo qualche mese nel regime forfettario è stata quella di comodità. Un po’ come quando al mare si fa il morto a galla guardando le nuvole.

Oggettivamente avevo una serie di vantaggi, fra i quali:

  • aliquota IRPEF più bassa
  • niente IVA, niente ritenuta d’acconto
  • meno spese per il commercialista
  • gestione della contabilità annuale e non più trimestrale
  • non era più necessario archiviare e inviare al commercialista i giustificativi dei costi sostenuti
  • ero in grado di calcolare con più precisione il mio reddito netto

Eh sì, mi dicevo ho fatto proprio bene. Risparmio tempo, noie e un po’ di soldini.

… e fare il morto.

Malgrado questi innegabili benefici, dopo qualche tempo di galleggiamento nel nuovo regime ho iniziato a intravedere alcuni rischi:

  • la soglia di fatturato che mi avrebbe fatta uscire dal regime agevolato in qualche modo rappresentava un freno alla mia crescita
  • non ero incentivata a effettuare spese relative all’attività professionale (corsi di aggiornamento e specializzazione, acquisto di hardware, software, ecc.) poiché i vantaggi fiscali li avevo già acquisiti con l’imposta sostitutiva
  • avrei potuto essere tentata di abbassare leggermente le tariffe dal momento che avevo un carico fiscale più basso
  • non potevo usufruire delle detrazioni per spese mediche, ristrutturazioni, ecc.
  • non è un approccio che mi appartiene, ma se un giorno avessi battuto la testa, non avendo più diritto alle detrazioni, avrei potuto decidere di non esigere più le fatture per alcune prestazioni (mediche o di altro genere) beneficiando così dello ‘sconto’ che taluni applicano se si accetta di pagare la prestazione senza richiedere la fattura

I rischi c’erano ma che importa, tanto posso decidere di fare inversione di marcia quando voglio, pensavo fra me e me.

Forfettario o ordinario? Questo è il dilemma.

Poi, fortunatamente, è scattato l’allarme. Fermi tutti! Cosa sta succedendo?

Sto prendendo il peggio del lavoro autonomo (tutele esigue, mancanza di sicurezze, ecc.) e il peggio di un lavoro dipendente con scarse possibilità di crescita (limitate opportunità di iniziativa, inerzia, ecc.).

Ho deciso di consultare l’oracolo. Ho smesso di fare il morto a galla e sono andata a prendere il mio fido dizionario cartaceo di italiano del 1990, un po’ datato ma i concetti di base restano invariati.

D, E, F, Fa, FI… Freelance:

loc. ingl. propr. ‘soldato di ventura’ (alla lettera lancia libera, indipendente). Chi, specie nel campo della pubblicità, dello spettacolo, dell’editoria o della moda, presta la propria opera professionale a varie aziende senza contratti esclusivi con nessuna di esse.

Libera e indipendente: mumble mumble, c’è qualcosa che non va.

Quello che sembrava un innocuo regime fiscale, rischiava di condizionare eccessivamente la mia crescita e le mie scelte, trasformandomi in un “lavoratore autonomo ma non troppo”.

Ci ho riflettuto un po’ su e, approfittando anche della possibilità di usufruire di alcune detrazioni, della necessità di rinnovare le mie dotazioni informatiche e di tenermi costantemente aggiornata, non senza fatica ho abbandonato il mio comodo guscio e, dopo soli due anni, sono tornata al regime ordinario.

Convinta e felice di essere freelance.

Certamente, la fase di stallo lavorativo che avevo attraversato non dipendeva interamente dal regime forfettario, ma in ogni caso per me aveva rappresentato una discreta zavorra.

Da “lavoratrice autonoma ma non troppo”, gradualmente ho riassunto le sembianze di “freelance convinta”. Ho ricominciato ad acquisire nuovi clienti, sto dedicando più tempo alla formazione, investo di più negli strumenti necessari per il mio lavoro, il fatturato sta di nuovo salendo, ho tante idee per il futuro e soprattutto sono spinta dall’entusiasmo che da sempre mi porta a confermare la mia scelta di lavorare in proprio.

Non so se si possa essere lavoratori dipendenti a metà perché non sono mai stata dipendente. Ma ho la certezza che non si possa essere freelance a metà.

Bisogna avere ben chiara la rotta, tenere stretto il timone e avventurarsi ogni giorno in mare aperto, con entusiasmo ed energia. Magari con l’aiuto dei colleghi e delle associazioni come ACTA.

Non diamo forfait… siamo freelance.

Ma non è tutto qui. A pensarci bene, il motivo che mi ha spinta a scrivere questo post è quello di rilanciare una riflessione e un confronto costruttivi sulla crescita dei freelance, senza farsi abbagliare da facili semplificazioni.

A qualche mese di distanza dalla mia decisione, avverto la netta sensazione che la scelta di aderire ai regimi fiscali agevolati vada valutata con molta più attenzione.

Ritengo inoltre che la formula “incentivi per i freelance = regimi agevolati” sia incompleta e fuorviante.

A questa formula, sarebbe forse necessario aggiungere molti altri elementi, in grado di accompagnare i giovani e meno giovani freelance nel corso della loro vita professionale, in particolare durante le fasi iniziali, di difficoltà e di cambiamento.

Penso ad esempio all’estensione della no tax area e alle lotte per l’equità contributiva e le prestazioni assistenziali sulle quali ACTA punta da tempo, alla necessità di compensi più equi, agli incentivi alla formazione continua, all’importanza delle specializzazioni. O ancora all’affiancamento e al confronto con altri colleghi, allo sviluppo delle competenze trasversali, alle strategie di autopromozione, alla coscienza dei propri limiti e dei propri punti di forza.

E perché no, penso anche al piacere di contribuire con il proprio lavoro al buon funzionamento della società in cui viviamo. In modo diretto, poiché presto un servizio di qualità. E in modo indiretto poiché le imposte che verso vengono convertite in servizi per la comunità.

L’equilibrio fra semplificazione e appiattimento è molto sottile: credo che esserne coscienti sia il primo passo per poter operare scelte redditizie e vantaggiose.

ACTA

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