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Freelance e rider: due facce del contingent work

4 luglio 2018 News

La nostra analisi a partire dai risultati della ricerca europea I-WIRE e le nostre proposte al nuovo Governo.

Ieri mattina abbiamo tenuto una conferenza presso la Sala Conferenze della Camera dei Deputati dal titolo I-WIRE: I LAVORATORI INDIPENDENTI, CHI SONO E COSA VOGLIONO. Per chi l’avesse persa, la registrazione dell’evento è disponibile qui.

La presentazione è stata preceduta da un’apertura dell’Onorevole Tiziana Ciprini, che ci ha ospitato e ha riportato alcuni dati di una ricerca previsionale sul lavoro nei prossimi dieci anni, condotta dal suo gruppo parlamentare, che forniva proiezioni coerenti con i nostri dati, sulla crescita del lavoro non dipendente.

Obiettivo della conferenza stampa era la presentazione dei risultati definitivi della ricerca internazionale sui freelance (Progetto I-WIRE) e con l’occasione rilanciare il confronto politico sul lavoro autonomo in riferimento ai temi che sono al centro del dibattito in corso, dal “contratto” al “decreto dignità” alla piattaforma sui riders.

Freelance e rider: due facce del contingent work

Ma quale collegamento esiste tra freelance e rider? Fanno entrambi parte di ciò che è stato definito “contingent work”, ovvero di quell’insieme di lavori caratterizzati da flessibilità e frammentarietà, che stanno velocemente crescendo, anche in seguito alla diffusione delle nuove tecnologie digitali.

Si tratta però di lavori molto eterogenei e sarebbe pericoloso definire delle regolamentazioni per i rider ed estenderle poi a tutto il lavoro intermediato dalle piattaforme o addirittura a tutto il lavoro autonomo. D’altra parte, la centralità assunta dalla questione riders può essere l’occasione per ripensare il sistema delle tutele per tutto il nuovo lavoro autonomo.

I problemi dei nuovi lavoratori autonomi

I dati dell’ISTAT e la survey I-WIRE restituiscono una fotografia coerente di lavoratori realmente autonomi e abbastanza soddisfatti del proprio lavoro, ma non con riferimento ai redditi, alla stabilità e alle tutele. L’abbinamento bassi compensi (non contrastati da tariffe minime e in genere non difendibili dalla contrattazione collettiva) e discontinuità del lavoro si riflette inesorabilmente sui redditi, che nella grande maggioranza dei casi si collocano sotto i 30.000 euro annui. In questa situazione un evento avverso come una malattia o un periodo di disoccupazione, ma anche un evento lieto come una gravidanza, possono mettere a rischio la capacità di mantenersi. Il tutto perché il nostro sistema di welfare è rimasto ancorato al modello novecentesco in cui la forma normale di lavoro era quello dipendente (e a tempo indeterminato).

Obiettivi della proposta ACTA

La nostra proposta, che si collega ad alcune idee programmatiche contenute nel contratto del nuovo governo e agli ultimi provvedimenti approvati sul lavoro autonomo, ha i seguenti obiettivi:

  • coprire gli esclusi,
  • ridurre le disparità tra diversi lavori e diverse generazioni,
  • ammortizzare la discontinuità,
  • dare valore al lavoro.

Coprire gli esclusi

La tutela del lavoro autonomo non è mai “piena”, esclude la disoccupazione e nelle situazioni di malattia non garantisce una copertura adeguata (per alcune tipologie di lavoratori autonomi non esiste alcuna indennità). Ma anche la maternità non è davvero garantita, essa è esclusa per chi ha appena iniziato a lavorare o ha appena lasciato un lavoro dipendente o per chi ha più lavori che afferiscono a casse diverse o infine per chi ha un reddito molto basso.

La proposta di «reddito di cittadinanza» potrebbe essere finalizzata a garantire i lavoratori esclusi dal sistema di welfare attuale nelle situazioni di disoccupazione, malattia grave e maternità.

Ridurre le disparità tra diversi lavori e diverse generazioni

La riduzione delle disparità tra lavoratori e tra generazioni richiede interventi lungo diverse direzioni. È urgente eliminare la distinzione tra autonomi e dipendenti nella definizione della no tax area (attualmente pari a 4800 euro per gli autonomi, contro gli 8000 dei dipendenti), e nell’accesso alla formazione: l’assegno di ricollocazione è riservato ai soli dipendenti e raramente gli autonomi possono accedere alla formazione continua gratuita, anche quando è finanziata dalla comunità europea.

Occorre potenziare il welfare familiare (più nidi e altri servizi alle famiglie), a vantaggio di tutti i cittadini, e ridurre gli incentivi pubblici (e come tali pagati da tutti) al welfare aziendale, che vanno a stimolare la pioggia sul bagnato, ad avvantaggiare i lavoratori dipendenti già tutelati dal welfare pubblico.

Sul fronte generazionale sarà presto sempre più evidente la disparità tra chi ricade in un regime prevalentemente retributivo e chi invece afferisce al sistema contributivo puro, tra cui soprattutto i giovani, sfavoriti anche da carriere lavorative tardive e discontinue. Per prevenire un futuro di pensionati molto poveri occorre stimolare e valorizzare l’investimento pensionistico.

Ammortizzare la discontinuità

Alcune misure potrebbero essere adottate già nell’immediato per ridurre le difficoltà connesse ai cambiamenti di contratto e ridurre l’impatto della transizione verso il regime pensionistico contributivo.

Sul primo fronte si propone di mantenere la copertura del welfare per un anno ai dipendenti che diventano autonomi. Sul fronte pensionistico alcuni accorgimenti potrebbero permettere di superare le attuali restrizioni che ritardano ingiustificatamente l’accesso alla pensione a molti lavoratori autonomi. Si propone di:

  • Togliere il vincolo che impedisce il pensionamento se non si è maturata una pensione pari ad almeno una volta e mezza l’importo dell’assegno sociale.
  • Consentire il riscatto degli anni lavorati prima del 1995, quando ancora non esisteva la gestione separata e i periodi di discontinuità per non lavoro.
  • Computare tutti gli anni lavorati, anche quando il versamento contributivo è stato inferiore al minimale, ai fini del raggiungimento della soglia del numero di anni necessario per il pensionamento.

Dare valore al lavoro

Per contrastare il dilagare del lavoro gratuito e semigratuito riteniamo sia necessario introdurre un salario legale minimo orario ed abbandonare completamente lo strumento dello stage extra curriculare. In parallelo occorre intervenire a sostegno del lavoro professionale dando seguito al provvedimento sull’equo compenso approvato alla fine del 2017. La nostra proposta è che la PA diventi elemento di traino in positivo nella definizione di equi compensi e nel controllo della catena di subfornitura, per verificare che i compensi siano rispettati anche da parte dei committenti.

ACTA

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