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4 regole per un mutuo da freelance

15 maggio 2018 Vita da freelance

Storia e peripezie di una lavoratrice freelance che voleva un mutuo per acquistare la prima casa.

 

Per quanto strano possa sembrare, nei tempi della sharing economy e dell’addio al posto fisso, può capitare che anche un lavoratore con partita IVA voglia comprare casa; e che, come i dipendenti, debba chiedere a una banca di concedergli un mutuo. È quello che è successo a me lo scorso anno: dopo dieci anni di vita in comune e in affitto, io e il mio compagno abbiamo deciso di comprare casa. Il momento sembrava davvero propizio: tassi dei mutui ai minimi storici e due quartieri in fermento immobiliare a poche centinaia di metri da casa. La strada più lunga è stata effettivamente quella per ottenere il mutuo.

1. LA RATA DEL MUTUO NON PUÒ SUPERARE UN TERZO DEL REDDITO MENSILE (PIÙ O MENO)

monete mutuo freelance partita ivaDato che siamo personcine responsabili e che non vogliono perdere tempo, prima ancora di metterci a guardare gli annunci delle case in vendita siamo andati nella nostra banca – CheBanca!, ex Barclays, in cui avevamo un conto cointestato da cinque anni – a chiedere quanto avremmo potuto avere di mutuo. Una giovane e gentilissima impiegata ha guardato la busta paga del mio compagno (lavoratore dipendente) e la mia dichiarazione dell’anno precedente, si è rammaricata per il mio reddito basso “sicuramente perché hai appena iniziato!” (avevo aperto partita IVA da tre anni e non sono certamente ricca, ma secondo il sondaggio europeo I-WIRE, a cui ha collaborato Acta, sono nella parte di mezzo della classifica) e ha sentenziato che comunque il consiglio della banca, che si riunisce una volta al mese per deliberare sulle richieste di mutuo, avrebbe tenuto conto delle mie entrate, anche se non al 100% dato che non si trattava di lavoro dipendente. Quella banca nello specifico concede mutui la cui rata può arrivare al 40% del reddito mensile: mettendo insieme le forze (le mie non al 100%) e puntando a un prestito a 30 anni, avremmo potuto ottenere una buona cifra. La rata sarebbe stata addirittura inferiore all’affitto che pagavamo ogni mese. Siamo usciti dalla banca piuttosto soddisfatti.

2. IL REDDITO DI UN FREELANCE, SOPRATTUTTO SE È NEL REGIME DEI MINIMI O FORFETTARIO, NON È UN VERO REDDITO

Per avere una seconda opinione, ci siamo rivolti a una banca famosa per i suoi mutui, pubblicizzati persino sui cartelloni pubblicitari. Banca Intesa Sanpaolo è così organizzata nel concedere mutui che ho potuto prendere un appuntamento direttamente dal sito, senza neanche dover telefonare. Ci siamo quindi recati lì pronti a rispondere a tutte le domande su quantità e tipologia di reddito, come era stato nella prima banca. Ma non è andata così. Entrati nel pratico open space, ci siamo seduti davanti alla scrivania di un impiegato di mezza età, che ci ha salutato. Poi si è messo a digitare al computer.
Per un quarto d’ora.
L’unica interruzione: “Per favore, non tocchi il touch screen”. (Il mio compagno, annoiandosi, si era messo a giocherellare con il touch screen per le firme. Sembrava brutto metterci a parlare fra noi, così da quel momento abbiamo passato il tempo guardando i telefoni.)
Poi l’impiegato si è alzato ed è andato a prendere dei fogli appena stampati. Aveva già preparato una previsione per un mutuo a 30 o 25 anni, identica a quella che avevo ottenuto io dal sito internet qualche giorno prima. “Ma scusi, non ha bisogno di sapere qual è il nostro reddito?”
“Be’, arriverete a 2000€ in due!”
“Sì, ma io sono una freelance. Ho portato la dichiarazione dello scorso anno, controlli lei per favore.”
I miei redditi, in particolare, sono suddivisi in due quadri del modello UNICO: in uno appaiono quelli da lavoratrice indipendente nel regime dei minimi, mentre nel quadro dei lavori dipendenti e assimilati appaiono i redditi da diritto d’autore. L’anno precedente con il diritto d’autore non avevo guadagnato molto, ma avevo compensato con le fatture. Ho cercato di spiegarlo all’impiegato, che però ha dichiarato che avrebbe preso in considerazione solo i dati del quadro RN. Quello con i diritti d’autore. E con una voce che mi è sembrata incredibilmente alta, soprattutto se confrontata con il silenzio del quarto d’ora precedente, ha dichiarato a tutto l’ufficio: “LEI IN UN ANNO HA GUADAGNATO SOLO MILLESEICENTO EURO?”
Ho tentato di spiegare di nuovo la faccenda del secondo quadro, ma a quel punto riuscivo solo a balbettare. È arrivata un’altra impiegata che evidentemente aveva qualcosa di urgente da dire al nostro referente, e quindi siamo fuggiti con la coda fra le gambe.

3. A VOLTE NON LO È NEANCHE QUELLO DA LAVORO DIPENDENTE

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Comunque CheBanca! ci aveva dato buone speranze, così dopo aver individuato la casa dei nostri desideri e dopo che il proprietario aveva accettato la proposta di acquisto – è necessario avere fatto la proposta, che comprende la data entro cui deve svolgersi il rogito, per procedere con la domanda per il mutuo – abbiamo presentato formale richiesta. La giovane e solerte impiegata era molto positiva, lei aveva ottenuto un mutuo proprio l’anno precedente, ovviamente presso la stessa banca.
Dopo due settimane, ci ha chiamato per dirci che c’era un problema. Il consiglio aveva deciso di non tenere conto per nulla del mio reddito. Dovevamo ridimensionare la richiesta, per far rientrare la rata nel famigerato 40%. Abbiamo consultato i parenti e stabilito che avremmo potuto farcela comunque. Quindi abbiamo presentato una nuova richiesta con la cifra ridotta.
Dopo due settimane, la giovane impiegata ha richiamato, perché c’era un altro problema. Il datore di lavoro del mio compagno, una grande struttura alberghiera nel centro di Milano aperta da un paio di anni, non risultava affidabile. E per qualche insondabile motivo, questo rendeva inaffidabili anche noi. Avevamo bisogno di un garante. Nessuno di noi due è figlio unico (un garante non può accollarsi troppi mutui), nessuno dei nostri genitori è particolarmente giovane (alla chiusura del mutuo il garante non avrebbe dovuto avere più di 85 anni). Quindi abbiamo iniziato a cercare una nuova banca.
Il datore di lavoro del mio compagno, forse punto sul vivo dal sentirsi dichiarare inaffidabile, ci ha consigliato di rivolgerci alla Banca Popolare di Milano, che gestisce i conti della struttura alberghiera. Ma lì l’impiegata è stata chiarissima: la rata del mutuo non poteva superare il 30% del reddito mensile, e il mio reddito non valeva niente. Almeno non avevamo dovuto perdere tempo con una nuova richiesta.

4. SE TROVI LA BANCA GIUSTA, TUTTI GLI SCOGLI DIVENTANO CIOTTOLI SU UN COMODO SENTIERO

Eravamo ancora alla ricerca di una banca, e il tempo iniziava a stringere. Per fortuna è arrivato un nuovo consiglio, e siamo approdati alla quarta banca, mai presa in considerazione perché non compare nei classici comparatori disponibili online: Banca Etica. Appuntamento preso via mail, cartellina con buste paga, dichiarazione degli anni precedenti, certificato di residenza e tutte le documentazioni che avevamo imparato essere indispensabili pronta in mano. L’impiegata ha guardato e dichiarato che non avremmo dovuto avere particolari problemi. Abbiamo compilato subito la richiesta. L’impiegata ha inserito il reddito mensile del mio compagno e mi ha chiesto quale cifra doveva inserire nel mio caso.
“Ehm, non lo so, ha visto che sono una freelance e non ho una busta paga mensile…”
“Prenda il reddito annuale e lo divida per dodici.” Mai frase pronunciata in banca mi aveva commosso a tal punto. Il mio lavoro valeva qualcosa. Ho dovuto fornire anche i nomi dei miei principali committenti, e abbiamo avuto il mutuo. Certo, in seguito la stessa banca si è rifiutata di considerarmi una persona fisica (“Questo conto corrente che vuole aprire è solo per le persone fisiche, non per le società.” “Ma io sono una persona, anche se ho la partita IVA!”), ma questa è un’altra storia.

 

Maria-Angela Silleni

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