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7 punti per fotografare i freelance italiani

7 febbraio 2018 Lavoro

Freelance italiani: chi sono? La ricerca europea I-WIRE a cui ACTA ha partecipato fotografa i freelance in Italia ed evidenzia alcuni aspetti molto positivi: sono altamente scolarizzati e la maggior parte ha scelto di essere freelance. Ma anche aspetti fortemente critici, legati soprattutto al reddito e all’insicurezza. Emerge il problema dei bassi compensi e dell’inadeguatezza del welfare. Di seguito i principali risultati della ricerca su un campione di circa 900 freelance italiani.

1. Titoli di studio molto elevati

La grande maggioranza dei freelance italiani ha una laurea e continua a investire sulla propria formazione.
Il 76,5% dei rispondenti ha almeno la laurea, il 20,2% anche un dottorato. I dati del campione sono ancora più elevati rispetto a quanto rilevato dai dati Istat, dove i laureati sono il 55% ( a fronte del 21% degli occupati totali).

 2. Freelance per scelta

Le “finte partite iva” sono stimate tra il 10 e il 14%. La grande maggioranza ha scelto di essere freelance e vuole continuare ad essere freelance. L’individuazione dei “finti” è stata realizzata sulla base di fattori oggettivi (considerando le classiche variabili utilizzate dalla giurisprudenza per definire gli abusi: monocommitenza, autonomia organizzativa, uso strumenti del cliente, ecc.), ed è confermata dall’autopercezione degli intervistati. In una scala da 1 a 10 solo l’11,5% giudica il proprio livello di autonomia inferiore a 6. Interessante rilevare che “i finti autonomi” si ritrovano più frequentemente che altrove nei settori subcontractor per la pubblica amministrazione.

3. Autonomia al primo posto

Gli intervistati sono in genere divenuti autonomi per scelta, per essere indipendenti, per dare spazio alla propria creatività e per poter avere maggiore controllo sul proprio lavoro e sulla propria vita.

Questa forte spinta all’autonomia è confermata non solo per il gruppo minoritario di freelance che lavora con continuità e redditi dignitosi, ma anche dalla maggioranza di chi ha redditi bassi e lavori discontinui.

Emerge un nuovo tipo di freelance, guidato dall’aspirazione alla libertà e al controllo del proprio lavoro in tutte le sue dimensioni, dalla professionalità alla qualità, dalla formazione al tempo che si vuole dedicare ad esso, dagli orari alla scelta dei luoghi, e che non rinuncerebbe a questa autonomia per accrescere reddito e sicurezza.

Si diffonde una nuova tipologia di freelance, che mette l’autonomia al primo posto e sopporta il mancato riconoscimento del mercato come prezzo da pagare all’indipendenza.

4. Freelance italiani sempre più slash worker e fluidi

L’80% fa più lavori, non si definisce con una sola professione ma con più professioni separate da /: sono i cosiddetti slash worker. Ciò è in parte spiegato dalla continua evoluzione e dalla forte connessione tra molte professioni e quindi dalla difficoltà di individuare dei confini, ma anche dalla necessità di adattamento in un mercato in crisi che spinge ad accettare tutte le proposte che si presentano, oltre che, più banalmente, dal fatto che spesso un lavoro non basta a mantenersi. Non sono infatti rare le situazioni in cui accanto all’attività professionale si svolgono attività completamente slegate da essa, che nascono da altre passioni e competenze (artigianato, cucina…).

Questo può creare un rischio sistemico: perdita di specializzazione, deterioramento delle competenze e abbassamento ulteriore della qualità in un contesto di competizione al ribasso. Una spirale perversa da cui non sembra facile uscire se il mercato non è disposto a pagare la qualità.

Circa il 60% viene da un lavoro dipendente e il 15% ha rapporti da dipendente in parallelo all’attività autonoma, restituendo un’immagine di un mercato sempre più fluido.

5. Redditi bassissimi

I freelance italiani hanno redditi bassi e discontinui. I ¾ degli intervistati ha un reddito da freelance non superiore ai 30.000 annui lordi e ben il 23,4% ha un reddito lordo non superiore ai 10.000 euro l’anno!

Non sorprendentemente, il reddito è più basso per i più giovani e per le donne. Alla base dei bassi redditi ci sono due cause principali:

  • la scarsa continuità del lavoro: chi ha un reddito non superiore a 10.000 euro raramente lavora tutto l’anno e viceversa chi ha redditi più elevati in genere lavora con continuità;
  • i bassi compensi. Tra chi ha un reddito basso, la maggioranza ha indicato i bassi compensi come un problema frequente o costante.

6. Fisco pesante

Il problema percepito in maniera più diffusa è il carico fiscale e contributivo. Anche chi ha un regime agevolato non ritiene di essere agevolato. La pressione fiscale per il lavoro autonomo è effettivamente molto elevata in Italia ed è aggravata dal fatto che chi lavora in autonomia ha piena consapevolezza di quanto versa per contributi e tasse. È interessante che venga indicato anche da chi opera in regime di vantaggio fiscale (con flat tax al 5% o al 15%), ad indicare che tali regimi non sono risolutivi come si pensa.

7. Welfare insufficiente

I freelance italiani sentono di non essere tutelati: meno del 10% degli intervistati ritiene di sentirsi protetto in vista della pensione, in caso di malattia, maternità e infortunio. Con riferimento alla disoccupazione la tutela è pressoché inesistente.

E solo circa il 20% paga assicurazioni volontarie per malattia e infortuni e versa contributi per una pensione integrativa.

L’inadeguatezza del welfare è particolarmente evidente per lavoratori che sono flessibili anche nelle forme contrattuali.

L’uso di più modalità lavorative in contemporanea crea una dispersione dei versamenti che può impedire il raggiungimento dei minimi necessari ad accedere alle tutele, mentre nel passaggio da una condizione da lavoro dipendente ad una autonoma si crea un’area di non copertura perché non opera più la tutela del lavoro dipendente (legata alla condizione lavorativa attuale), ma non opera ancora la tutela del lavoro autonomo (legata al pregresso contributivo).

Conclusioni

I freelance italiani sono lavoratori con elevate competenze, più che disponibili alla flessibilità che chiede il mercato, ma sono totalmente esposti alle sue oscillazioni, senza un welfare che li possa proteggere nei momenti di difficoltà e ricevono compensi molto bassi. Per sopravvivere devono adattarsi e fare più lavori, anche a rischio di perdere specializzazione e competenza.

Il sistema di welfare è totalmente inadeguato a sostenere i freelance, che rappresentano la tipologia lavorativa più dinamica nel periodo iniziato con la grande crisi (come mostrano le elaborazioni Acta su dati ISTAT).

Occorre un ripensamento che vada nella direzione dell’unificazione e della semplificazione degli attuali sistemi e dell’adozione di sistemi di diritti legati al lavoratore e non al contratto di lavoro.

Per approfondire, scarica una sintesi dei risultati della ricerca.

A fine marzo sul sito I-WIRE saranno disponibili i rapporti completi per tutti i paesi. 

 

 

 

Anna Soru

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