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Quando ti svegli una mattina nella Cassa sbagliata…

12 dicembre 2017 Malattia

La mia carriera lavorativa è iniziata nel secolo scorso (ho quasi 52 anni), quando non esisteva ancora un riconoscimento chiaro della figura dei freelance. Mi ricordo che i primi anni pagai una cosa chiamata “tassa sulla salute”, pari al 5% dell’imponibile. Era una prima forma di contributo al welfare imposta ai freelance. Ricordo che la pagai quasi emozionata, perché per me era il segno che ero ormai una professionista.

Poi inventarono la gestione separata, con un’aliquota del 10%. In sostituzione della Tassa della salute. Non sapevo neanche a cosa servisse, ma la pagavo. Un po’ come professionista, avendo aperto la partita iva, un po’ perché nella mia attività di volontaria femminista in un centro antiviolenza, venivo retribuita per curare l’amministrazione. E quindi avevo una specie di contratto co.co.co. Ho pagato per anni. Ovviamente senza l’emozione delle prime volte. Tanto più che quell’iniziale 10% iniziò ad aumentare vertiginosamente. Ricordo che un anno fece un balzo di 5 punti percentuali, atterrando al 23%, per poi proseguire al rialzo. In quel periodo la mia vita lavorativa, da professionista, si svolgeva nell’ambito di una società cooperativa. Ed è andata avanti per parecchi anni. Ho avuto un figlio, a un certo punto, e la gestione separata dell’INPS mi riconobbe l’assegno di maternità. La sorte volle che partorii quando ancora i legislatori non avevano introdotto l’obbligo di astensione dal lavoro per le lavoratrici autonome.

Nel frattempo incontrai Acta, l’associazione dei freelance, e iniziai a condividere le numerose battaglie a favore dei diritti dei lavoratori indipendenti.
Per anni insieme alle mie tante compagne e compagni di strada abbiamo lottato per rendere ragionevoli i contributi pensionistici per gli iscritti alla gestione separata, per eliminare l’obbligo di astensione per avere l’assegno di maternità, e grazie alla battaglia personale di Daniela Fregosi, alias AfroditeK, per far avere maggiori tutele, coperture, sostegno ai freelance colpiti da malattia.

Qualche anno fa la mia cooperativa chiuse i battenti perché gli altri soci scelsero altre strade, ma poiché i servizi (di traduzione) che offrivamo non erano coperti solo da me, decisi che la forma più corretta per me di operare era quella di aprire una piccola società di persone, che raccogliesse le redini della cooperativa. E così facendo mi sono ritrovata catapultata improvvisamente nella categoria degli imprenditori. Cioè, svolgendo lo stesso identico lavoro di prima, non ero più considerata una traduttrice professionista, ma una imprenditrice. E di conseguenza non ero più iscritta alla gestione separata dell’INPS, ma alla gestione commercianti e artigiani, sempre dell’INPS.

In tutti questi anni di activismo, la gestione separata era considerata la sorella povera dei fondi pensione: tutti guardavamo alle casse degli ordini professionali come il paradiso del welfare in terra. Meno obblighi, più diritti, più coperture.
Le battaglie che Acta, insieme ad altri, ha portato avanti in questi anni ha prodotto però un ribaltamento della situazione. A dimostrazione che combattere per i propri diritti ha senso. Ora, dopo tanti successi, la gestione separata non è certo diventata il paradiso, ma è una realtà piuttosto sostenibile, al di là del fatto che l’intero sistema pensionistico italiano produrrà generazioni di poveri. Nel frattempo le casse degli ordini hanno iniziato a tagliare le coperture e i diritti, ma solo per i più giovani, non togliendo i diritti (privilegi) acquisiti ai più “anziani”, aumentando di converso i costi. Mentre la gestione commercianti credo non sia cambiata di una virgola.

E così ci ritroviamo nel 2017 in una situazione in cui se partorisci un bambino sei “premiata” in modo diverso a seconda di quale fondo pensione hai: se ti trovi iscritta nella gestione separata l’assegno sarà parametrato al tuo reddito dell’anno precedente, se sei iscritta alla gestione commercianti è una cifra fissa, mentre ogni cassa degli ordini ha regole proprie.
La cassa commercianti sostiene le donne per il parto, ma se si ammalano le abbandona. Deduco che le rappresentanze di commercianti e artigiani (le tante Confederazioni e Associazioni che da anni si riempiono la bocca con la rappresentanza dei lavoratori autonomi) propongano assicurazioni private ai propri iscritti e mi viene il dubbio che sia un’attività piuttosto remunerativa. Altrimenti per quale motivo non hanno lottato per dare una copertura agli artigiani e ai commercianti (oltre che a tutti gli altri che finiscono per obbligo nella loro cassa, come nel mio caso)? Un falegname che si ammala di tumore: come vive durante i mesi in cui ha difficoltà o impossibilità a svolgere la propria attività? Sto scrivendo banalità, cose scontate. Mi rendo conto. Tutti le sanno queste cose, o no?

Eppure io faccio fatica ad accettare che oggi che ho un tumore e che non so se e quanto riuscirò a lavorare nei prossimi mesi, dovrò pesare sulla mia famiglia, perché i contributi versati in oltre 20 anni non mi coprono affatto. E che avrei dovuto pensarci prima di cambiare Cassa.
Effettivamente, sto pensando di iniziare ad offrire servizi di consulenza su come sfruttare al meglio, in modo opportunistico, le decine di casse e di regole esistenti nel mondo del lavoro autonomo e freelance. Che sono l’immagine lampante e triste di come le scelte politiche siano avvenute sulla base delle spinte delle diverse lobby e categorie, e non perché valide ed eque.
Al motto di

“Non fatevi trovare nella cassa sbagliata al momento sbagliato: non lasciate decidere la sorte. Prendete voi in mano la vostra vita previdenziale! Per partorire, meglio trovarsi nella cassa xy, per ammalarsi meglio quell’altra, mentre per andare in pensione è meglio ancora la tal altra.”

O non sarebbe forse il caso di farla finita tutti di tenersi stretti i risultati acquisiti, e di lottare tutti insieme per far approvare misure universali che coprano tutti i lavoratori e le lavoratrici autonome e permettere loro di vivere con dignità? E che governo e parlamento la smettessero di cercare di dividerci per non trovarsi costretti a risolvere il problema per tutti?

Mesi fa ho condiviso sui social media la campagna di crowdfunding lanciata dai freelance croati per raccogliere fondi necessari per curare ma anche per coprire le spese di affitto, vitto, etc. di Matija, il loro giovanissimo e fantastico presidente, ammalato di tumore al colon. Quando i miei colleghi europei hanno saputo della mia malattia, mi hanno chiesto se avevo bisogno anche io di aiuto, offrendosi di organizzare una campagna analoga anche per me. Risposi ringraziando, spiegando che l’Italia non è la Croazia. E infatti fino ad ora ho avuto pochissime spese mediche. Credo siano tutte coperte (sono solo agli inizi, quindi non sono certa, ma ci conto). Eppure resta il fatto che se a causa della malattia avrò difficoltà a lavorare, l’unico welfare su cui potrò contare è quello familiare. E sono super-fortunata ad avere una famiglia che se lo può permettere. Ma gli altri? Come fanno? Temo che Italia e Croazia siano molto più vicine di quanto pensassi…

Francesca Pesce
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