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Equo compenso? Si ma non da solo.

| 10 luglio 2017 | LETTO: 251 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Per tanto tempo si è sostenuto che le norme europee sull’antitrust impedissero la fissazione di tariffe per il lavoro professionale.
Una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea sembra smentire questo assioma e ha dato il via libera ad una proposta che le ripristina.
A dire il vero non si parla di tariffe, bensì di parametri per l’equo compenso, utilizzando una terminologia già usata in un provvedimento diretto ai giornalisti, che però non è riuscito a garantire alcuna equità dei compensi. Speriamo che questa proposta abbia un esito migliore!

Una nuova proposta

La proposta sull’equo compenso per i professionisti è il Disegno di legge 2858 , presentato su iniziativa dell’on. Sacconi.

Essa ha il merito di affrontare il drammatico problema dei bassi compensi del lavoro autonomo professionale, ha il limite di affrontarlo in maniera parziale, con un intervento che, proprio per questa parzialità rischia di non garantire l’obiettivo di un equo compenso per tutti ed acquista uno sgradevole retrogusto corporativo.

Il problema

Il problema è reale, da anni assistiamo ad un gioco al ribasso, un gioco lose-lose: perdono i professionisti mal pagati, perdono i committenti che acquistano servizi scadenti, perde il paese che non cresce…

La crescita dei working poor tra i liberi professionisti certifica che molto spesso il lavoro professionale non soddisfa le condizioni individuate dall’ ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) per poter essere definito decent work.

Cosa dice la proposta

Secondo il disegno di legge saranno nulli i contratti che applicano compensi inferiori ai minimi stabiliti dai parametri per la liquidazione dei compensi dei professionisti iscritti agli ordini o collegi definiti dai decreti ministeriali.

La proposta è rivolta ai professionisti iscritti agli ordini, ma in prospettiva potrebbe applicarsi anche ai non ordinisti, anche se per questi ultimi al momento non esistono parametri definiti con decreti ministeriali.

E’ corretto?

Il lavoro non è una merce il cui prezzo può essere lasciato al mercato, specialmente se le due parti contraenti hanno un potere contrattuale fortemente asimmetrico, come avviene in un rapporto di lavoro tra un lavoratore e un’impresa, indipendentemente dal fatto che il lavoratore sia un dipendente o autonomo.

La fissazione di paletti di difesa, di parametri o tariffe è quindi lecita ed opportuna.

E’ efficace?

Difficile però che possa davvero essere efficace se resta l’unica misura adottata.

Da una parte occorre ricordare che Il calo dei compensi era già iniziato prima dell’eliminazione delle tariffe, la concorrenza crescente spingeva moltissimi professionisti a sconti sistematici che di fatto avevano reso poco funzionanti i meccanismi tariffari; dall’altra parte la sempre più elevata pressione derivante dall’eccesso di offerta di molti servizi e l’allargamento internazionale dei mercati introduce ulteriori elementi di difficoltà al suo funzionamento.

La fissazione dei parametri sarebbe però vincolante nei confronti della Pubblica Amministrazione, rispetto a cui andrebbero definiti anche dei massimi tariffari, in un’ottica di standardizzazione e controllo e della spesa pubblica.

Nel settore privato, al di là della loro effettiva applicazione, i parametri fornirebbero un utile orientamento anche ai professionisti, soprattutto ai nuovi entranti, non sempre consapevoli essi stessi della necessità di farsi pagare adeguatamente per le proprie prestazioni.

Ma la misura è parziale, insufficiente e da sola non è davvero equa.

  • È parziale perché considera solo il lavoro professionale ordinistico.
    Non è chiaro se ciò risponda ad una precisa scelta di marcare le differenze tra lavoro ordinistico e non ordinistico, parzialmente “annullate” dallo Statuto del lavoro autonomo, o se l’intervento sul lavoro ordinistico sia un primo step di un provvedimento che poi dovrebbe essere allargato a tutti i professionisti.
    In ogni caso, quali che siano le intenzioni di che ha redatto la proposta, la sua approvazione aprirebbe la strada ad interventi analoghi anche per i non ordinisti.
  • È insufficiente perché in un mercato del lavoro in cui abbonda il lavoro gratuito, la riedizione dei minimi tariffari può tappare una falla in una nave che ha molte falle, non basterebbe a tenerla a galla.
  • Infine assicurare un equo compenso alle prestazioni non garantisce che tutti siano pagati in maniera equa. Una grande società di professionisti potrebbe aumentare i propri profitti grazie alla combinazione dell’equo compenso delle prestazioni con l’iniquo compenso dei propri collaboratori.
    In questo modo la concorrenza dei grandi studi professionali o di società di servizi avanzati risulterebbe per i singoli professionisti e freelancer ancor più difficile da sostenere.

Per assicurare un equo compenso occorre contrastare il lavoro gratuito e cambiare le politiche per il lavoro autonomo

L’obiettivo dell’equo compenso per tutti richiede innanzitutto una forte azione di contrasto agli abusi e al lavoro gratuito e semigratuito: le tariffe molto basse praticate da grandi società di servizi sono possibili anche grazie al fatto che remunerano i propri collaboratori con la promessa di un lavoro (Bascetta, L’economia della promessa, Manifestolibri, Roma, 2015) . L’estensione e la durata del lavoro gratuito ne ha cambiato la fisionomia, non serve a preparare al lavoro retribuito, ma a sostituirlo. Il fenomeno non è più fisiologico, ma patologico e infetta tutto il mercato del lavoro. Difficile competere con il dumping di chi lavora gratis!

E’ urgente intervenire con:

  1. La fissazione di un salario orario minimo legale, che definisca un minimo retributivo per tutti i lavori misurabili sul tempo, da applicare ai lavori non coperti da contrattazione collettiva;
  2. Una fortissima riduzione del ricorso allo stage extra curriculare, da consentire solo in situazioni di effettive difficoltà di collocazione lavorativa, e anche di quello curriculare, la cui durata va commisurata al periodo di apprendimento strettamente necessario, altrimenti non è più formazione ma lavoro non pagato.

Due misure che sanerebbero una anomalia tutta italiana, dovuta alla combinazione negativa di tensioni corporative nel nostro sistema di rappresentanza: la prima misura è contrastata dal sindacato, che teme una riduzione del suo ruolo nella contrattazione collettiva; il secondo punto è invece contrastato dalle organizzazioni delle imprese, non disposte a rinunciare all’ampia riserva di lavoro gratuito, spacciato per intervento formativo e addirittura scandalosamente potenziato (il periodo dello stage è recentemente passato da 6 mesi a 12 mesi) e incentivato dalle politiche attive del lavoro (si veda l’altissimo peso di tirocini avviati entro il programma Garanzia Giovani).

E a proposito di politiche, è necessaria una riflessione anche sulle politiche dirette al lavoro autonomo. Da politiche per lo sviluppo dell’autonomia e dell’imprenditorialità si sono trasformate in politiche per stimolare l’autoimpiego in chi è disoccupato, in sostanza da politiche industriali a politiche occupazionali, basate quasi esclusivamente sul fisco e sui regimi agevolati. Hanno favorito il lavoro autonomo improvvisato, “povero” di competenze ed esperienze anche da parte di chi non ha le abilità per una attività autonoma, hanno contribuito ad un abbassamento della qualità dei servizi ed alla compressione dei prezzi. Di fatto il vantaggio fiscale è stato acquisito dai committenti che l’hanno sfruttato per offrire compensi lordi più bassi. E la fissazione del tetto di 30.000 euro di fatturato per fruire dell’agevolazione fiscale scoraggia la crescita ed crea una vera e propria trappola, da cui pochi riescono ad uscire.

Accompagnare la legge sull’equo compenso con le misure di contrasto al lavoro gratuito e con un ripensamento delle politiche sul lavoro e sull'autoimpiego andrebbe davvero nella direzione di equità e cambierebbe il senso di un’operazione che altrimenti appare il tentativo di un ritorno al passato , una lotta tutta rivolta all’indietro.

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