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“Compreso Iva se dovuta”: breve storia di una partita iva

| 23 maggio 2017 | LETTO: 432 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Per gli Enti Pubblici l'IVA non è una partita di giro ma un costo. Poiché hanno la necessità di impegnarsi in maniera certa sulle spese che hanno preventivato, gli incarichi pubblici sono ormai quasi sempre accompagnati dalla dicitura "comprensivo di IVA, se dovuta". Un incarico di 1.000 euro da parte di un Ente pubblico, per chi è in regime "normale" (il semplificato) significa in realtà un incarico di 819,67 euro.

Se invece uno è in regime agevolato (dei minimi o forfettario), poiché si è esentati dal pagamento dell'IVA l'incarico è effettivamente di 1.000 euro.

Una nostra socia in regime forfettario ci ha però segnalato che un Ente Pubblico, a fronte di un incarico "comprensivo di IVA, se dovuta", le ha comunque chiesto lo scorporo dell'IVA, in violazione del contratto stesso. Noi vogliamo capire, con lei, se esistono altri casi come questo tra PA e partite iva forfettarie. Di seguito il racconto della nostra socia.

Passare dal regime ordinario al forfettario non è stata una scelta completamente indolore per me. Quando ne ho parlato con il mio commercialista e mi ha fatto due calcoli veloci per vedere se mi conveniva o meno, ho subito compreso che il risparmio che avrei avuto era di poche centinaia di euro. Avendo ogni anno molte spese, lavorative e personali, questo nuovo regime non mi avrebbe cambiato la vita ma, speravo, me l’avrebbe almeno un po’ semplificata. Se da una parte non avrei più potuto scaricare le spese mediche, l’asilo della bambina, le attrezzature, la cancelleria, la benzina (ed io consumo parecchia benzina…) dall’altra non avrei più dovuto conservare carte e scartoffie con la stessa precisione e il mio commercialista lo avrei visto solo un paio di volte all’anno. In verità, il boccone più duro da accettare era il significato profondo del regime forfettario: non avrei guadagnato più di 30.000 euro in un anno. Insomma era come rivedere una volta per tutte le mie aspettative al ribasso, dire che in futuro non mi sarebbe accaduto niente di eccezionale e che l’ambizione sfrenata dei primi tempi era davvero, infine, andata a farsi friggere.

Così, guardata in faccia la realtà e presa la decisione, sono diventata forfettaria, aggiungendo un’ennesima etichetta alla mia vita.

Tutto sommato nel nostro primo anno insieme, questo regime non mi ha delusa. Poi, però, è arrivato il giorno in cui, un committente di cui non farò il nome, mi ha chiesto di rifargli la fattura.

Il mio incarico parlava chiaro: una sommetta di denaro stabilita in cambio del mio lavoro, “comprensiva di iva, se dovuta”. Non essendo soggetta ad iva, mi ero limitata a fatturare il totale del mio compenso come tutte le altre volte, inserendo in calce gli articoli di legge per i quali il regime in questione mi esonera dalla fastidiosa imposta.

Non ero nuova al fatto che una fattura poteva essere rifiutata dal temutissimo sistema della fatturazione elettronica: ogni volta pare venga rispedita al mittente da chissà quale galassia lontana senza umanità, fatta di codici sconosciuti e senza significato che però, per fortuna, basta “googlare” per trovarne traduzione e rimedio. Questa volta invece, non solo il rifiuto non portava con sé una motivazione ma neppure un codice di errore da correggere.

Per interposte persone, il committente mi fa sapere che “lo sbaglio” consisteva nel non aver sottratto l’iva al mio compenso. Ma come, di nuovo l’IVA? Credevo che non ne avrei più sentito parlare… Mi armo di pazienza e scrivo al mio ufficio di riferimento chiedendo aiuto rispetto ad una ragioneria che, evidentemente, non conosce il mio regime fiscale. Perché avrei dovuto togliermi da sola il 22% del mio compenso? In base a quale legge?

La risposta definitiva e apparentemente irrevocabile è stata che se l’IVA non è dovuta, rimane pur sempre una somma accantonata per pagare l’IVA stessa, e non altro, per questo avrei dovuto sottrarla senza se e senza ma.

Se scrivo questo post non è per quel 22% che secondo me mi spetta (perché in verità si tratta del 22% di poco) ma per capire se ci sono altri casi come il mio e se si tratta di una prassi che le pubbliche amministrazioni stanno adottando nei confronti delle partite iva forfettarie. In questo caso sarebbe il 22% di più persone e forse ne varrebbe davvero la pena venirne a capo.

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È accaduto anche ad altri? Segnalatecelo.

P.S.: la nostra socia ha deciso di ignorare l'invito a decurtare la sua fattura dall'importo dell'IVA e, GIUSTAMENTE, fatturare l'intero importo ed eventualmente seguire le vie legali necessarie al riconoscimento del suo diritto.

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