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Statuto del Lavoro autonomo: la carica dei 300 emendamenti

23 febbraio 2017 Lavoro

Abbiamo finito di esaminare i quasi 300 emendamenti al Disegno di legge sul Lavoro autonomo.
Un panorama utile a capire orientamenti e priorità.

Molti emendamenti, presentati da esponenti di più partiti, sono il risultato di pressioni corporative, in gran parte con l’obiettivo di favorire i professionisti ordinisti e le associazioni riconosciute dalla legge 4/2013.
Ma ci sono anche piacevoli sorprese: numerosi emendamenti, anche questi trasversali ai diversi partiti, testimoniano una attenzione inedita a temi che sino ad ora avevano lasciato piuttosto indifferente il mondo politico: il calo dei compensi e la disoccupazione.

La forza delle corporazioni

Come sempre, gli interessi di parte riescono a fare breccia. Possiamo individuare più spinte:
a) A beneficio degli ordini professionali e o delle associazioni riconosciute sulla base della legge 4/2013. Sono questi i più numerosi e articolati.
b) Per dare un ruolo aggiuntivo al sistema camerale con (emendamento 1.7) l’obbligatorietà per i professionisti senza ordini ad iscriversi alla Camera di commercio (a che pro???)
c) A vantaggio di una formazione non libera sul mercato, ma controllata: l’emendamento 8.12 se approvato consentirebbe la deducibilità al 100% delle spese di formazione solo per corsi “finanziati da fondi intercassa o erogati dagli organismi accreditati”. Un modo per continuare a pensare la formazione in funzione degli interessi di chi la eroga e non delle esigenze di chi la riceve.

Gli emendamenti pro ordini e associazioni. #NoLegge4gatti

Già nel passaggio al Senato le spinte corporative erano state massicce ed avevano lasciato qualche strascico, evidente soprattutto nell’articolo 5. Gli ordini professionali avevano ottenuto il riconoscimento per i propri iscritti di una funzione sussidiaria nell’esecuzione di alcuni atti delle amministrazioni pubbliche.

In questo  passaggio alla Camera molti emendamenti mirano giustamente ad eliminare (5.16, 5.20, 5.28) o almeno a depotenziare tale articolo (5.2, 5.21, 5.23). Altri, invece, usano una strada diversa: anziché abbattere le nuove barriere, propongono di aggiungere ai “favoriti” anche i professionisti iscritti ad una associazione riconosciuta dalla legge 4/2013 (5.19, 5.27). Della serie i privilegi degli altri non mi piacciono, i miei sì.

Come Acta denunciamo tutte le norme corporative e quindi accanto all’approvazione di norme che correggano l’articolo 5, chiediamo che siano bocciati tutti gli emendamenti (ben 18!!!) che discriminano in base alla legge 4/2013, con la creazione di nuove barriere entro i professionisti non ordinisti.
Emblematico è l’emendamento 6.15 in cui il comma b) recita:

Definizione di prestazioni sociali finalizzate a sostenere il reddito degli aderenti alle associazioni professionali di cui all’articolo 2 della legge 14 gennaio 2013, n. 4, iscritti alla gestione separata ai sensi dell’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, in ragione di cause non dipendenti dalla propria volontà o a seguito di gravi patologie, finanziate da apposita contribuzione.

Come dire che i dipendenti possono accedere alle tutele solo se iscritti al sindacato o i commercianti solo se iscritti alla Confcommercio o alla Confesercenti. Una norma assurda e anticostituzionale!

Il contrasto al calo dei compensi

Da anni in totale isolamento sosteniamo la necessità di interventi a sostegno dei compensi, fortemente crollati in mercati sovraffollati ed in un contesto di crisi prolungata .

L’abbiamo ripetuto in tutte le audizioni alle commissioni parlamentari, in eventi pubblici e in tavoli ristretti. La reazione è sempre stata di stupore e di incomprensione, qualche volta di scetticismo.

Siamo perciò ora piacevolmente stupiti di ritrovare più emendamenti che si propongono di arginare il ribasso dei compensi, anche se con formulazioni non facilmente applicabili. Si è aperto un varco che cercheremo di sfruttare.

Le tutele

Alcuni emendamenti prevedono una delega al governo per adottare decreti legislativi volti a prevedere ulteriori prestazioni sociali con particolare riferimento alla malattia grave o a situazioni di significativa riduzione del reddito professionale.
Questa delega, se approvata, potrà portare a rafforzare le tutele, oltre quanto già previsto dallo Statuto del lavoro autonomo.

L’ipotesi di una delega era nell’aria, ma la novità è che questa potrà interessare anche la definizione di provvedimenti di sostegno in caso di forte riduzione del reddito.

È molto importante che si parli di forte riduzione del reddito e non di disoccupazione, perché si è finalmente preso atto che nel lavoro autonomo la chiusura della partita iva è l’ultima spiaggia, avviene solo quando si è rinunciato alla possibilità di trovare lavoro.

Il nodo da sciogliere sarà il suo finanziamento. Se si resta in un sistema assicurativo (la prestazione è pagata dai contributi) , sarà difficile garantire una reale tutela. I freelance non possono sostenere un aumento contributivo per pagarsi la disoccupazione, e anche se lo potessero il problema non sarebbe risolto per tutte quelle persone che alternano o affiancano contratti di vario tipo e che sono i più fragili.
In un mondo del lavoro sempre più fluido è necessario un sistema davvero universale di copertura dalla disoccupazione e/o integrazione al reddito.

Anna Soru
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2 Commenti

  1. Paola Gatto

    C’era da aspettarselo che il governo avrebbe cercato di ricondurre il lavoro autonomo, anche le professioni più storicamente “liberali”, entro canali da esso direttamente controllabili. Da una parte, in quanto associativa, comprendo questo intento con il desiderio di garantire in ogni caso un sicuro livello qualitativo delle prestazioni, dall’altro non trovo che sia giusto obbligare tutti i freelance a seguire percorsi già battuti, soprattutto chi svolge le professioni del web nella più completa libertà di formazione (sempre dimostrabile) e snellezza (che caratterizza questi lavori). Ma la radice di questo intento ritengo sia da ricercare fra le fila di chi esercita una professione intellettuale che ricalca professioni ordinistiche già esistenti, perché in quelle sedi i muri costruiti a tutela del lavoro svolto dopo il percorso didattico “statale” sono più elevati. D’altro canto io personalmente avrei voluto veder avanzata una proposta di variazione delle aliquote previdenziali e fiscali in funzione della fascia di reddito. È proprio un brocardo della legge, infatti, a sancire che ognuno ha il dovere di contribuire in misura della sua capacità. Se traduciamo questo alla nostra capacità di reddito in confronto con quella contributiva, ne deriva un comportamento veramente ispirato all’equità sociale. Invece mi pare che in ogni luogo i più grandi – con o senza proposito – si facciano scudo dei piccoli quando si tratta di agire per ottenere un taglio delle aliquote e dare anche maggiore efficacia ai propri argomenti. Avrei voluto formulare questi pensieri con la dovuta forza al momento giusto. Per quanto riguarda la tutela del reddito, fra poco saranno in molti a doverla chiedere se il trend negativo degli ultimi mesi non si inverte, perché per alcuni lavori la concorrenza dei paesi in via di sviluppo e della tecnologia con il conseguente ribasso delle tariffe è diventata feroce.

    23 Feb 2017
  2. Alessandro

    Secondo me la cd tutela del reddito è qualcosa cmq di utopico. Non possiamo obbligare la gente, in particolar modo se straniera, a pagare, e tantomeno a pagare non meno di tot. Anche perché poi va a finire che il lavoro lo danno a cingalesi e vietnamiti.
    L’unica cosa su cui martellare è che in italia si deve poter lavorare (da autonomi e dipendenti) senza che nessuno rompa i coglioni.

    28 Feb 2017

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