Acta l'associazione dei freelance

Le avventure di Astolfa, biofreelance - 10a puntata

| 13 maggio 2016 | LETTO: 320 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

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Dalla penna di bulander alle pagine di Actainrete.it.
Un inedito racconto a puntate, ogni venerdì, per sorridere e prepararsi al meritato weekend.
Cover di Marilena Nardi.

Decima puntata

[Se te la sei persa o vuoi rileggerla, qui trovi la nona puntata.]

Astolfa pregustava l’accoglienza festosa della comunità di San Fido - così era stato battezzato il futuro laboratorio della sua casa di moda. Ma quando il fuoristrada, superato l’ultimo tornante, appare finalmente alla vista del borgo, non si vede anima viva. La macchina percorre gli ultimi metri, s’arresta con un rabbioso ruggito del motore, gli occupanti scendono. Intorno, un silenzio surreale. Astolfa, donna d’affari, fa un po’ di conti: settanta cani, dieci istruttori, quattro indiani, una modista, una mucca, un cuoco, fanno 87 esseri viventi, più un numero imprecisato di babbuini. Possibile che non si senta il minimo rumore? La spiegazione arriva quando Astolfa chiama la centrale dell’AIA. C’era stata un’improvvisa invasione di lupi, decine di branchi affamati avevano fatto strage di greggi, l’Agenzia aveva deciso quindi di evacuare molti insediamenti. San Fido aveva avuto la precedenza su tutti.

Glen-gul, il pappagallo, non si aspettava accoglienze festose, per lui era già una festa essere arrivato, poter svolazzare in lungo e in largo. Gli sembrò il caso d’intonare la Marsigliese che, a sua conoscenza, era una roba per occasioni importanti. Lanciò l’acuto “Aux armes citoyens!” planando sul tetto di uno dei canili abbandonati. D’un tratto tre figure spettrali emergono con passo incerto, tutte tremanti, dal buio del canile e lentamente avanzano sull’aia mostrandosi ai visitatori. Sono i tre levrieri azzoppati, che erano stati scartati dall’evacuazione perché considerati inutili, nemmeno i lupi li avevano presi in considerazione, dopo averli annusati. François, che fino a quel momento aveva dimostrato sangue freddo, alla vista di tre indossatrici (o modelli) così conciate, prorompe in una serie d’invettive all’indirizzo del popolo italiano, a suo avviso meritevole di ghigliottina per crudeltà sugli animali.

Astolfa, sangue surgelato, aveva capito al volo che la soluzione di San Fido ormai era impraticabile. Abituata a non indugiare, una volta presa una decisione, stava già attaccata al telefono con un’agenzia immobiliare di Milano perché le trovasse entro due giorni una location tra Cusago e Abbiategrasso, a qualunque prezzo. Tanto, a Mangiavetri si poteva togliere un altro 5%. Con una mano teneva incollato all’orecchio destro il cellulare, con l’altra copriva l’orecchio sinistro per non sentire le urla di François. Il quale era giunto alle battute conclusive della sua filippica: “Je m’en vais! Je rentre chez moi! Les Italiens sont des barbares, des sauvages, sans respect pour Dieu et pour ses créatures! Grey Rose, Glen-gul, venez!”

Astolfa il francese lo capiva ma non lo parlava, in compenso il suo inglese era perfetto e disse pressapoco così.

“Uehi, bello, sei un clandestino, te lo sei scordato? Se chiamo la polizia, in un quarto d’ora è qui. Le carceri italiane sono sovraffollate ma uno come te ci entra ancora, senza sforzo. Inoltre, gli animali domestici sono vietati là dentro, anzi all’ufficio matricola li sequestrano e li ammazzano. Mi sono spiegata?”

La spiegazione di Astolfa era stata convincente.

Nei primi tempi gli abitanti della zona tra Cusago e Abbiategrasso avevano dimostrato una curiosità morbosa per quel nuovo insediamento dove c’erano tanti cani che abbaiavano, ma la diplomazia di Astolfa verso i sindaci della zona, corredata da finanziamenti per asili nido, corali, squadre di hockey su ghiaccio, sponsorizzazioni di feste popolari e di maratone, era riuscita a ottenere la creazione di un cordone sanitario attorno al suo laboratorio, sorvegliato da solerti vigili urbani dei vari municipi circostanti. Chi si avvicinava troppo rischiava grosso. Felici i cittadini dei borghi perché, impegnati i vigili a proteggere la tenuta di Astolfa, non facevano più contravvenzioni e si posteggiava in qualunque buco.

Venne così il giorno della prima sfilata, la presentazione della collezione primavera. Astolfa aveva riorganizzato da capo a fondo il lay out dell’atelier. Gli istruttori scozzesi e gli informatici indiani erano stati licenziati, la modista di Poggibonsi era rimasta ma dopo aver rinunciato alla mucca, il cuoco di Matera per non perdere il posto si era riciclato vegano. Una rigida selezione aveva portato all’ingaggio d’istruttori quaccheri, astemi del tutto e moderatamente animalisti. L’organico era stato rinforzato con tre truccatrici provenienti dalla scuola russa del Bolscioi, un insegnante di lettere, filosofia e storia per Glengul, una cat sitter per Grey Rose e una decina di fotografi non residenti dotati di speciale badge elettronico. Non mancavano le guardie giurate fornite dall’Agenzia Mortesicura, equipaggiate di sofisticati dispositivi d’avvistamento e di dissuasione. Dava un tocco di carattere etnico il gusto esotico di Eros Mangiavetri che aveva importato due indiani maori vestiti dei loro tradizionali costumi con lance e micidiali frecce avvelenate. La security, prima di tutto.

Il ritorno segreto di Hollandér sulle passerelle era fissato per il 12 gennaio. Due giorni prima Astolfa riceve un sms dal fratello:

“Ciao sorellina! Tutto bene? Volevo dirti che sono io il nuovo Amministratore Delegato della banca. Se hai bisogno…a tua disposizione! Un bacio e in bocca al lupo per dopodomani!”

“Vuoi vedere che quel deficiente di bocconiano mi porta sfiga?”, pensò Astolfa.

[to be continued]

 

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