Acta l'associazione dei freelance

Le avventure di Astolfa, biofreelance - 4a puntata

| 1 aprile 2016 | LETTO: 277 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

astolfa_colori_W

Dalla penna di bulander alle pagine di Actainrete.it.
Un inedito racconto a puntate, ogni venerdì, per sorridere e prepararsi al meritato weekend.
Cover di Marilena Nardi.

Quarta puntata

[Se te la sei persa o vuoi rileggerla, qui trovi la terza puntata.]

Astolfa si fionda allo schermo del computer e lì, nitida, la sagoma di un orso che usciva dal bosco e s’avviava con passo sicuro verso le arnie, le appare. Un attimo dopo si sente chiamare su skype. È quella dell’Agenzia Ripopolamento Orsi, “Sappiamo che un esemplare maschio si sta avvicinando a casa sua, è il 7021B, lo monitoriamo da un pezzo. Mi raccomando, non lo disturbi.”

“Ma mi mangia tutto il miele, maledizione!”

“Sarà risarcita, faccia domanda seguendo il formulario che sta sul nostro sito”

“E per di più ho qui due dell’Agenzia delle Entrate che mi minacciano pagamenti anticipati, anzi ci parli lei….”

I due funzionari, interdetti e sconcertati, avevano perso la loro arroganza, non capivano bene cosa stesse succedendo.

“Venga un po’ qua, c’è qualcuno che vuol parlare con lei..” dice Astolfa a quello che le aveva fatto le avances.

Mentre costui s’avvicina come imbambolato allo schermo, il suo compare, approfittando della confusione, sgattaiola fuori della porta. Astolfa, lesta come un fulmine, gli chiude dietro la serratura a doppia mandata e l’imbecille si ritrova di fuori a tu per tu con l’orso.

”Aiuto! Aprite! Aiutooooo!”.

L’altro, intanto, appena la sua faccia s’inquadra nello schermo, viene riconosciuto: “Fancazzi, faccia da scemo, cosa ci fai in giro? La signorina è una startupper, hai capito, non la dovete toccare! Ti faccio subito rapporto, deficiente!”

Ma nella sala di controllo dell’ARO qualcun altro aveva inquadrato 7021B che stava mostrando interesse per il malcapitato funzionario. In questi casi la procedura diceva di mettere in azione il dispositivo di emergenza. Consisteva questo in una nota canzone di un rapper ucraino che, secondo prove di laboratorio e dal vivo, s’era osservato avere l’effetto, trasmessa a pieno
volume, di provocare in certi orsi vere e proprie crisi di panico, rendendoli innocui ma lasciando, ahimé, nella loro struttura psichica il pesante retaggio del trauma. La sala di controllo dell’ARO era collegata direttamente con i sistemi d’allarme dell’AIA. Lanciato il segnale, l’urlo del rapper lacera il silenzio della radura.

Dopo cinque minuti l’ordine è ristabilito, 7021B è fuggito nel
bosco, il malcapitato funzionario, pallido come un morto, giace accasciato con la schiena appoggiata al container. Astolfa aprì la porta girando due volte il chiavistello e, senza dire un parola, con un gesto per dire “Si accomodi”, fece capire al tipo rimasto dentro che era meglio se si toglieva subito dai piedi.

Fancazzi non se lo fece ripetere due volte. Astolfa tornò al computer per chiudere la sessione skype, dopo aver ringraziato quella dell’ARO, imbufalita perché aveva un orso problematico in più da curare. Sentì il motore del SUV che si allontanava e pensò: “Non avrò più problemi con le tasse, questo aumenta il mio vantaggio competitivo sul mercato”.

Il miele di Astolfa aveva vinto l’European Honey Award. Ormai era lei ad andare in giro per i coworking a insegnare come si diventa freelance. Quelli di Mocciosi Consulting pur di averla le offrivano cifre consistenti. Aveva restituito i soldi ai genitori, fino all’ultimo centesimo, anzi era lei che pagava la badante al papà, colpito da un ictus. I suoi redditi da consulente superavano assai quelli di
apicoltore. Dopo quella volta famosa, l’Agenzia delle Entrate non si era più fatta vedere. Aveva un collaboratore ora, che si occupava delle api e della frutta quando lei era in giro. Glielo avevano consigliato i buddisti, era uno della loro religione, un malese. Viveva in un container da 20 piedi ai margini del bosco. Parlava un discreto inglese, era molto riservato, eseguiva i suoi compiti
con scrupolo. Però s’era fissato che da quelle parti potevano vivere anche le tigri del Bengala, e voleva importarne una coppia.

“Ma fa troppo freddo!”, gli diceva Astolfa, “morirebbero”. E poi quelli dell’ARO glielo avrebbero permesso?

“Quelli no, ma quelli dell’AIA sarebbero contenti, signorina..”.

In effetti si era creato da un po’ di tempo un problema, i caprioli si erano riprodotti a ritmi esponenziali, provocando danni enormi ai coloni, tanto che alcuni avevano disdetto il contratto ed erano tornati in città, altri avevano presentato richieste di risarcimento milionarie. Un paio di tigri del Bengala li avrebbero fatti sparire in un attimo.

“Tòglitelo dalla testa, caro, se ci provi ti licenzio”, così Astolfa aveva chiuso la discussione. E il giovanotto non s’azzardò più a toccare l’argomento.

Quando lei era assente, lui amava starsene a tre/quattro metri dalle arnie per osservare il comportamento delle api. La meditazione buddista aveva affinato in lui la capacità di notare anche i minimi particolari di un fenomeno. Fu così che si accorse, dapprima con meraviglia e poi con sgomento, che nelle arnie stava succedendo qualcosa di molto strano.

[to be continued]

 

  • Facebook
  • Twitter
  • Google Plus
  • Add to favorites
  • Email

Commenti chiusi