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Le avventure di Astolfa, biofreelance – 7a puntata

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Dalla penna di bulander alle pagine di Actainrete.it.
Un inedito racconto a puntate, ogni venerdì, per sorridere e prepararsi al meritato weekend.
Cover di Marilena Nardi.

Settima puntata

[Se te la sei persa o vuoi rileggerla, qui trovi la sesta puntata.]

Era uscita soddisfatta dalla clinica. Mangiavetri l’aspettava nell’atrio fumando nervosamente, sul sarto non aveva cambiato idea: “Io quello schifoso non voglio neanche vederlo. 25% sugli utili? Ma ti rendi conto che mi hai umiliato? Io prendo il 15%, te ne sei scordata? Come tutti gli uomini d’affari non hai sensibilità umana, Astolfa.”

“Ripeti ancora una volta le parole ‘uomini d‘affari” e ti porto allo 0,5%”

“Donne, donne, donne d’affari…scusami!”

Astolfa qual mattino s’era alzata di pessimo umore. La sera prima la madre, voce rotta dall’emozione, le aveva telefonato che il figliolo era stato promosso assistente dell’Amministratore Delegato ed adesso aveva un ufficio megagalattico nel Matitone.

“Quel deficiente di un bocconiano”, continuava a mormorare Astolfa sotto la doccia, mentre ripassava a mente tutto quello che avrebbe dovuto dire a Hollandér, “assistente dell’AD, lui che avrebbe bisogno di una badante…”

Concluso l’affare con il sarto suicida fallito, i due soci dovevano recarsi a vedere un po’ di cagne-modella dalla famosa Agenzia Olympic Bau Bau. Il proprietario, Crostos Sputakis, originario di Santorini, aveva insistito tanto.

“Deve vedere quella femmina di Podenco Ibicenco dal Pelo Corto che eleganza!”

In effetti Nefertiti II, così si chiamava quello stupendo esemplare di razza canina, aveva un portamento da sultana, seducente e maestoso al tempo stesso. Il proprietario, mezzo imparentato con l’emiro del Kuweit, aveva voluto essere presente all’incontro. Nefertiti II sfilava a prezzi da capogiro. Astolfa la squadrò con occhio esperto, la esaminò sopra e sotto.

“Ma non vede che le manca il pelo dietro l’orecchio destro? La faccia visitare, forse ha la scabies guttata… mi faccia vedere qualcosa di meglio…”

In quei casi Mangiavetri sudava e chiedeva urgentemente di poter usare i bagni. Uscirono un’ora dopo, Astolfa aveva in tasca il contratto di esclusiva di Nefertiti II. Durata sei mesi, un prezzo stracciato.

“Capirà, debbo comperarle pure la pomata! Sono costi…” aveva detto in faccia al Greco e all’Arabo trasformati in statue di cera.

Adesso si trattava solo di trovare i documenti falsi per François. Per Astolfa, un gioco da ragazzi, per Mangiavetri un altro incubo e altre corse alla toilette. C’era stato qualche problema a far partire Hollandér. Lui poveretto voleva portarsi via le mille cose a cui ognuno è attaccato, a parte l’enorme guardaroba c’erano i tappeti, i quadri, i dischi, i dvd, i libri, il tagliacocomeri, le ventisette teiere, il vaso cinese che gli aveva regalato il rettore della Zoological School per avergli vestito il bastardino che si portava sempre appresso, anche alle sedute di laurea. E così via, tanta roba da riempire venti valigie extralarge.

“François tu devi passare inosservato, hai capito? Ci sono almeno tre frontiere da attraversare. Uno zainetto e via andare, ok?”, gli aveva detto Astolfa con il solito tono che non ammette obiezioni (erano passati già al tu).
Ma lui era stato irremovibile: va bene i bagagli, ma gli animali no. Non poteva staccarsi dalla sua gatta Grey Rose e dal suo pappagallo Glen-gul.

L’uscita dal Canada andò liscia e pure l’ingresso in Svizzera. Le guardie di frontiera restavano imbambolate a sentire Glen-gul recitare versi di Salman Rushdie e si dimenticavano di controllare i documenti. Per entrare in Italia Astolfa aveva pensato ai vecchi passaggi dei contrabbandieri, sopra il lago di Como. Quando stava sull’Appennino aveva conosciuto un tipo, pronipote del famoso “Tracolla”, che aveva portato di qua tonnellate di sigarette. Pare che per ricordo gli ultimi spalloni avessero lasciato un buco nella rete, lo sapevano anche le guardie svizzere, e non ci facevano caso. Dalle sigarette si era passati ai clandestini, ai rifugiati, i “passatori” costavano un bel po’, non battevano più i vecchi sentieri, usavano i SUV, i sociologi li chiamavano post-spalloni. Per
essere tranquilla Astolfa ne reclutò tre e li pagò il doppio, a condizione che passassero per il buco. Secondo il suo fiuto, ritenuto infallibile, era più sicuro. Tanto più che, subito sotto, attraversato un tratto di bosco, c’era la strada per Argegno e lì avrebbe dovuto aspettarli in macchina Mangiavetri.

Era l’imbrunire, i quattro procedevano in fila indiana, davanti il passatore-guida, dietro François “Pet” Hollandér, una gabbia per mano, che sussurrava parole dolci al pappagallo per farlo star zitto, dietro ancora, a qualche passo di distanza, gli altri due “passatori”, un po’ perplessi.

“Ueh, Gino, era così comodo il SUV, che gli è venuto in mente a quella di farci passare per i bricchi?”

“La gente che ha tanti soldi è sempre un po’ originale, Tunìn, pensa che ci possiamo fare una vacanza a Miami piuttosto…”.

Il buco nella rete era bello grande, ma qui sorse un problema: Hollandér, per le sue solite fisime, voleva passare per ultimo.

[to be continued]

 

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