Acta l'associazione dei freelance

Le avventure di Astolfa, biofreelance - 3a puntata

| 25 marzo 2016 | LETTO: 238 VOLTE | 2 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

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Dalla penna di bulander alle pagine di Actainrete.it.
Un inedito racconto a puntate, ogni venerdì, per sorridere e prepararsi al meritato weekend.
Cover di Marilena Nardi.

Terza puntata

[Se te la sei persa o vuoi rileggerla, qui trovi la seconda puntata.]

Tese l’orecchio, suoni e canti s’avvicinavano inesorabilmente, c’era un unico sentiero là sotto e portava al container. Quando la piccola processione apparve ai margini della radura, Astolfa per poco non sviene. Erano monaci buddisti vestiti arancione e venivano proprio da lei.
“No, non siamo monaci, signorina, siamo seguaci della scuola del maestro… prego, legga il nostro dépliant… portiamo il messaggio della nostra fede a tutti i nuovi coloni dell’Appennino… guardi qui, prego, abbiamo una convenzione con l’AIA. Siamo qui per darvi il benvenuto e chiedervi come possiamo aiutarvi… ci basta una piccola offerta… una mela matura, un bicchiere della vostra acqua purissima…”

Astolfa riprese padronanza di sé: “Bene” dice “sono senza provviste, questa è la lista della spesa. Eccovi 50 euro, tenetevi il resto, ce la fate a portarmi tutto prima di pranzo?”

Gli pseudo-monaci si consultarono parlando sottovoce, alla fine: “Bene, prima dell’una avrete le vostre provviste”.

I due più giovani, di malavoglia, presero i 50 euro e si avviarono verso il sentiero, gli altri, con gli strumenti, si sedettero a gambe incrociate davanti alla porta del container. Astolfa capì che si erano invitati a pranzo.

“Lei è molto ospitale”, fece l’anziano che aveva sempre parlato, “per questo le insegneremo alcuni dei nostri metodi segreti di apicoltura e le daremo alcune nostre ricette per dolci. Ma acqua in bocca con l’AIA, mi raccomando. Che Budda volga lo sguardo benigno su di lei.”

I due ragazzotti tornarono puntuali con le provviste, tutti mangiarono allegramente.

“E adesso”, pensò Astolfa, “mi farò dare questi metodi segreti. Avrò un vantaggio competitivo sul mercato.”

Il secondo giorno non finiva poi così male. Chi l’avrebbe detto? I metodi segreti dei tipi in arancione funzionavano a meraviglia. Il miele di Astolfa era il migliore di tutti, vinceva tutti i premi alle fiere della degustazione. Ma lei non era soddisfatta. Voleva un marchio tutto suo.

Il programma AIA, è bene saperlo, era stato introdotto dall’ONU verso gli anni 40 del 2000, quando nei paesi europei la miseria e la disoccupazione avevano raggiunto livelli di guardia. Per aiutare la gente, soprattutto i giovani, si era deciso di riportarli alla terra, ripopolando i milioni di ettari incolti o abbandonati dell’Appennino. L’Agenzia gestiva migliaia di lotti di terreno, che avevano bisogno solo di braccia che li mettessero a frutto, con l’allevamento, la frutticoltura, la vigna, l’apicoltura, le erbe medicinali o magari semplicemente coltivando patate. I nuovi coloni dovevano pulire il bosco e procurare la legna per gli impianti a riscaldamento di nuova generazione. Ospitati in container, godevano di assistenza tecnica da parte dell’AIA, che prelevava l’80% dei loro prodotti e li vendeva con il suo marchio, il resto potevano commerciarlo privatamente.

Astolfa aveva cominciato a frequentare le fiere, a fare il giro dei supermercati dove i prodotti AIA avevano scaffali riservati. Aveva notato che i prezzi erano bassissimi.

“Se li vendo direttamente con il mio marchio, posso alzare i prezzi e puntare alla ‘fascia alta’ del mercato”.

La trattativa con l’AIA fu lunga, in pratica lei passava dal contratto di colono a quello di affittuario. Finalmente un accordo fu raggiunto, la famiglia le fece un prestito per reggere l’affitto i primi due anni. Ormai era, a modo suo, una freelance. Anzi, una startupper. Le poche volte che tornava dai suoi li faceva felici: era bianca e rossa, in piena salute, scattante, senza un filo di grasso.

”Lassù si respira, l’aria è pura. Guardate com’è pallido quello zombie di un bocconiano!”

“Non dire così”, la implorava la madre, “ha appena firmato il contratto per un anno.”

Quando lei ripartiva, il fratello le rendeva la pariglia.

“Cosa ha detto di essere quella, una startupper? Ne resiste uno su diecimila. Il mercato non perdona. Chissà come vive, ne sappiamo qualcosa noi? Una startupper, puah!”

Al che la madre, non conoscendo l’inglese, capì che la figlia faceva il mestiere più antico del mondo e non si dette pace finché, in una
sessione concitata di skype, Astolfa non riuscì a convincerla del contrario.

Dieci giorni dopo aver firmato l’affitto con AIA, un SUV ansimante e un po’ scassato raggiunse la radura di Astolfa. Erano quelli dell’Agenzia delle Entrate.

Rifiutarono il caffè, non vollero sedersi.

“Secondo le nostre valutazioni, il suo reddito presunto è di 20 mila euro quest’anno, di 30 mila l’anno prossimo e di 40 mila nel 2048. Dunque lei supera l’aliquota delle startup esenti e dovrà versare in anticipo ogni anno il 30% del suo reddito presunto… ma si può anche negoziare, vero bellezza?”

L’ammiccante sorriso di quel tipo losco, spalleggiato subito dal compare, fece correre per un istante il pensiero di Astolfa alla carabina con cannocchiale che l’ASL (l’Agenzia per lo Sterminio dei Lupi) le aveva lasciato in comodato d’uso, ma d’improvviso il cellulare e gli allarmi sparsi per il container cominciarono a fare “bip bip!” come impazziti.

[to be continued]

 

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