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Le avventure di Astolfa, biofreelance – 2a puntata

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Dalla penna di bulander alle pagine di Actainrete.it.
Un inedito racconto a puntate, ogni venerdì, per sorridere e prepararsi al meritato weekend.
Cover di Marilena Nardi.

Seconda puntata

[Se te la sei persa o vuoi rileggerla, qui trovi la prima puntata.]

“C’è l’acqua! Come farebbe a vivere senz’acqua? C’è un pozzo, lo vede quel bel pozzo di pietra là, a due passi da casa? Lo sa quanti dei nostri insediamenti, essendo in zone impervie, sono senz’acqua e ci tocca rifornirli con cisterne?
Pensi che meraviglia: una donna che esce di casa al mattino e s’avvia coi suoi secchi al pozzo, come s’iscrive perfettamente nel paesaggio! Ha presente i quadri di Segantini? Lei sarà quella donna.”

Il tipo se n’era andato col suo SUV da un pezzo, scaricate le poche masserizie che Astolfa s’era portata dietro, in particolare il preziosissimo sacco a pelo in fibre speciali con radiosveglia incorporata, capace di proteggerti anche da temperature polari. Un pannello interno faceva da divisorio con i servizi, il resto era tutto: cucina, camera da letto, soggiorno. Su un ripiano aveva
sistemato il computer.

Si sentiva molto sola, chiamò la mamma su skype:
“Sì, è carino qui, c’è un’aria pura….Beh, la casa è ancora da sistemare.”

Per fortuna la connessione s’era interrotta, altrimenti come avrebbe fatto a rispondere a tutte le domande insistenti della mamma? Si mise a sfogliare il pesante libro delle istruzioni all’uso delle apparecchiature elettroniche in dotazione al container… pardon, alla casa. Poi uscì per perlustrare un po’ il luogo, era l’imbrunire, vide qualcosa muoversi ai limiti del bosco, degli animali:

“Gesummaria, i sensori non hanno funzionato! Che bestie saranno?”

Si precipitò in casa a consultare le istruzioni.

“Che cretina, non ho inserito il codice!”

Fatta l’operazione, ecco apparire sullo schermo l’immagine sempre più nitida dei visitatori:

“Sono dei caprioli, che carini! Deliziosi!”

Ma in quell’istante scattò la sirena dell’allarme con un fischio da spaccare i timpani, i deliziosi animaletti scomparvero all’istante.

“Come diavolo si ferma questa maledetta sirena!”, Astolfa si precipita sul manuale, finalmente trova l’istruzione giusta, s’era dimenticata d’impostare l’arresto automatico.

Basta, come prima giornata ne aveva abbastanza. Riscaldò di malavoglia la minestra precotta, s’infilò nel sacco a pelo, sorseggiò un po’ di quella broda, lesse due righe del noto “Come preparare e gestire un alveare” dell’AIA, le si chiusero gli occhi, spense la candela e cadde in un sonno profondo.

Il rumore di un motore, sempre più vicino, la risvegliò. Era mattina presto.
Sentì lo sferragliare del veicolo che s’arrestava davanti alla porta.

“I sensori individuano i caprioli ma non i carri armati”, pensò.
“C’è nessuno?”, una voce di donna.
“Un momento, arrivo!”

Erano dell’ARO (Agenzia Ripopolamento Orsi), in tuta mimetica, ben piantati, sia lui che lei.

“Per stavolta non le facciamo la multa, lei è nuova, ma la prossima guardi che sono 1.000 euro. Abbiamo registrato il suono della sua sirena ieri sera. Quelle di quel tipo lì le hanno proibite, provocano traumi negli orsi giovani; ne abbiamo un paio giù allo psichiatrico ursino, li vedesse…fanno una pena.”

Ma quello dell’AIA non le aveva detto nulla, protesta Astolfa. E dove si trovano le sirene regolamentari?
“Mandi un mail all’AIA e per conoscenza a noi, così se la fanno sotto quei lavativi… Gliela debbono fornire loro, la sirena giusta, ma ci provano sempre, con i nuovi… Per intanto disattivi il sistema d’allarme”.
“E se arriva un orso?”
“Ci mandi un mail, riempiendo il modulo che trova sul nostro sito. Vedremo di allontanarlo. Noi andiamo, buona giornata!”.

Il secondo giorno non cominciava bene.

“Coraggio Astolfa, come diceva mio nonno antifascista ‘scarpe rotte eppur bisogna andar’! Sistemiamo la casa intanto. E andiamo a fare la modella di Segantini.”

I secchi erano pesanti ma l’acqua del pozzo era buonissima, lavarsi con l’acqua gelata rimetteva il sangue in circolo, dopo colazione le tornò il buonumore e l’ottimismo. Era ora di occuparsi delle arnie e di gettare un occhio sugli alberi da frutto.
Da un’oretta stava in giro a fare questi lavori, un po’ dentro, un po’ fuori dal suo container, quando avvertì in lontananza dal fondo del bosco giungere dei suoni, come di pifferi, intervallati da colpi di gong. E voci che intonavano una cantilena.

“Oh mamma, sarà mica un’altra Agenzia?”.

[to be continued]

 

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