Acta l'associazione dei freelance

ACTA a New York

| 25 novembre 2015 | LETTO: 76 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Approfittando di un’occasione di famiglia, sono stato una decina di giorni nella Grande Mela. Ci mancavo da molto tempo e le cose da vedere erano tante ma l’interesse maggiore era quello di andare a trovare i nostri soci di Freelancers Union. Volevo rivedere Sara Horowitz, che era stata a casa mia a Milano qualche anno fa, volevo capire meglio il loro stile di lavoro, vedere da vicino la loro struttura. Sara, impegnatissima e spesso in viaggio, ha potuto darmi appuntamento solo il giorno prima del mio volo di ritorno. Mi sono recato quindi al loro quartier generale di 408, Jay Street a Brooklyn alle 11 del mattino dell’8 ottobre. Al secondo piano dello stabile occupano un grande spazio dove lavorano a tempo pieno un quarantina di persone tutte salariate e dove si trova l’ufficio di Presidenza.

Nella pausa pranzo ci siamo riuniti tutti nello spazio ristoro, io ho presentato l’attività di ACTA e ho espresso la curiosità di sapere come si sono organizzati in concreto per rispondere alle esigenze dei freelance, per tenere i rapporti coi soci e i rapporti con le istituzioni. In parte mi hanno risposto subito, in parte, poiché la Horowitz dopo tre quarti d’ora ha dovuto assentarsi e gli altri dovevano riprendere il lavoro, mi hanno messo a disposizione una saletta dove, a turno, avrei incontrato nelle tre/quatto ore successive, i diversi team di lavoro: quello che si occupa dell’assicurazione sanitaria, quello che si occupa del sito e della tecnologia in genere, quello che si occupa dei rapporti coi soci, quello che si occupa della comunicazione. Poiché di tecnologie ne capisco assai poco, le mie domande si sarebbero concentrate soprattutto sulla questione dei rapporti sociali fisici e non solo virtuali. Se tutto passa via Internet, dov’è che avviene l’incontro face-to-face con il socio, con il semplice freelance?

Ecco in sintesi le risposte alle mie domande. L’organizzazione si regge materialmente sui proventi dei servizi che rende nell’ambito dell’assicurazione sanitaria, la quale prevede una lunga lista di opzioni con versamenti proporzionati al servizio reso. Dopo la riforma cosiddetta “Obamacare” hanno perduto molti clienti ma quelli che rimangono chiedono servizi sempre più personalizzati. Le persone che si occupano di questo aspetto provengono in parte dal settore sanitario stesso, qualcuna è venuta dall’interno dell’organizzazione, altre hanno semplicemente risposto a una domanda di lavoro, in grande maggioranza donne. Tra queste c’erano ragazze che mi sono sembrate estremamente competenti, motivate e con le idee chiarissime per la lucidità con cui esponevano i problemi.

I rapporti con i soci e con l’esterno hanno diversi canali, il principale ovviamente è quello dei mail, che sono centralizzati e vengono smistati ai vari reparti se contengono domande tecniche specifiche, altrimenti ricevono una risposta rapida. In linea di principio si risponde ad ogni genere di mail, tranne quelle offensive ovviamente o chiaramente pretestuose.

Il secondo canale è quello delle campagne. Ora è in corso la campagna “Freelance isn’t free” (v. il loro sito), che s’inserisce in quella di Obama sui bassi redditi, sul “furto salariale” e simili, e che è focalizzata sul problema dei ritardati pagamenti ai freelance. Su questa problematica la FU intende presentare anche un progetto di legge (N.d.A. se ne parla da anni, se non ricordo male). Nel corso della campagna si organizzano eventi pubblici, comizi, manifestazioni, dove le persone si possono incontrare.

Il terzo canale è quello dei seminari SPARK, che vengono organizzati ogni primo mercoledì del mese in tutta l’America con ingresso libero su temi specifici. Il 7 era il primo mercoledì di ottobre a New York ed io, per anticipare l’incontro con i colleghi della FU, avendo letto sul sito che uno dei seminari era organizzato sul tema del contratto in un coworking del circuito Impact Hub situato in fondo alla Broadway, zona a me familiare per esserci vissuto un po’, mi ci sono iscritto. Così mettevo il naso in un cowo americano. Grandissimo spazio, su due piani, gestito secondo la formula tradizionale dell’abbonamento o dell’associazione, dove ho trovato una quarantina di persone convenute, tre attiviste della FU con le loro magliette rosse come animatrici, una giovane avvocatessa per rispondere alle domande. Mi ha colpito l’età media dei presenti, quasi tutti sopra i 40 mi è parso, persone con esperienza di lavoro che hanno martellato di domande precise l’avvocatessa. Qui ho avuto qualche difficoltà perché si entrava spesso in questioni per le quali occorre avere dimestichezza delle norme, della fiscalità, degli usi nei rapporti contrattuali ecc.. Mi è bastato comunque avere conferma che i freelance soffrono (o godono) della stessa situazione sotto tutte le latitudini.

Per quanto riguarda il rapporto con le istituzioni, penso che siamo in un certo senso più vicini noi alle istituzioni di loro, innanzitutto perché ho avuto l’impressione che il rapporto sia molto centralizzato attorno alla figura di Sara Horowitz e poi perché la loro forza finanziaria e il loro costume molto “americano” consentono di infischiarsene un po’ dello Stato e, come dice la Horowitz nel video che ci ha mandato questa estate, preferiscono che il governo capisca quel che fanno loro e li aiuti a farlo meglio piuttosto che farlo come servizio pubblico. Chiarissimo e insistito è il loro messaggio di totale indipendenza dai circuiti politici e sindacali (unaffiliated) e sempre più frequente l’uso del termine power, come se la prospettiva fosse di costituire un possibile nucleo d’aggregazione o di consenso per una nuova forza politica. Ma sono sensazioni soggettive, non ne ho parlato con nessuno di loro di questo.

In sostanza non ho trovato grandi novità, se avessimo le loro risorse finanziarie faremmo le stesse cose. Resta l’abisso tra il volontariato e la struttura professionale.

In definitiva l’insegnamento che ne ho tratto è che ormai si sia creato un circuito specifico, un sentiero segnato che può orientare i freelance in tutto il mondo, ovunque sai come incontrare dei colleghi e da questo punto di vista, bene o male, i coworking sono una grande risorsa, si è creato un universo simbolico comune, un linguaggio comune. Ci siamo creati uno spazio, uno spazio aperto, non una riserva, sappiamo dove i nostri simili sono riconoscibili. Non è una cosa da poco. Quindi è il termine community quello che prevale, quelli che continuano a parlare di competitività, piccola impresa, affermazione professionale, mi sembrano sempre più fuori tempo, vecchi, noiosi. Ed anche fuori mercato.

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