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Blocco del 33% INPS e nuovo regime dei minimi: sembrerebbe che…

| 6 ottobre 2015 | LETTO: 1.257 VOLTE | UN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Questa volta sembra che il governo voglia affrontare in tempo le questioni poste dal lavoro autonomo professionale, per evitare i pasticci dello scorso anno.

Domenica prossima ci sarà un incontro a Roma, proprio per raccogliere suggerimenti e proposte, dal titolo “parliamone, posso cambiare”. E se non fosse chiaro, la presentazione dell’evento recita “Agli errori si pone rimedio. Giornata di confronto con le partite Iva prima della legge di stabilità”.

possiamo cambiare

A parte il persistere nell’uso improprio del termine partite Iva per indicare il lavoro autonomo professionale, è chiaro che quest’anno si vuole procedere in modo diverso.

Nel frattempo ci sono state alcune indiscrezioni sulle misure che il Governo intende adottare. Si parla di un nuovo intervento per bloccare l’aliquota previdenziale degli iscritti alla gestione separata INPS, che altrimenti sarebbe destinata ad aumentare già con il 2016 e poi gradualmente negli anni successivi sino a raggiungere il 33%, secondo quanto previsto dalla legge Fornero. Ci auguriamo che dopo 3 anni di sospensione dell’applicazione di questa norma, ottenuta con una serie di iniziative fantasiose e crescentemente partecipate, si decida di correggere la legge una volta per tutte! Anche perché ci sentiamo presi in giro, costretti ogni anno a protestare per non peggiorare la situazione, ma restando esclusi da interventi che finalmente riequilibrino il dare e l’avere del nostro sistema previdenziale, che ha la non invidiabile caratteristica di essere estremamente esoso sui contributi e avaro nelle prestazioni. Ci aspettiamo inoltre che al più presto sia avviato un processo di equiparazione della nostra contribuzione a quella di tutti gli altri lavoratori autonomi, cioè il 24%, e che si provveda ad alcune modifiche nel sistema delle prestazioni che assicurino alcune tutele di base, in particolare con riferimento alle malattie gravi. A questo proposito riteniamo urgente la sospensione dei versamenti degli oneri previdenziali e fiscali per l’intera durata del periodo di malattia.

Un’altra misura che viene data per certa è la modifica del regime forfettario introdotta lo scorso anno, attraverso un innalzamento della soglia di fatturato annuo che ne definisce l’applicabilità dagli attuali 15.000 euro a 25.000 o a 30.000 euro. Il nuovo regime resterebbe applicabile a tutti con un’aliquota del 15% e  con una aliquota del 5-10% per chi avvia l’attività.

Sicuramente giudichiamo positiva l’applicazione del regime a tutti e non solo a chi apre una nuova attività, perché non è corretto ritenere che, una volta superate le difficoltà di avvio, il percorso dell’attività professionale sia in discesa. Stare sul mercato è sempre più complicato anche per chi lavora da tanti anni, e infatti sono moltissimi coloro che rientrerebbero nella soglia dei 30.000 euro di fatturato annuo (che in assenza di agevolazioni, significano un reddito netto non certo elevato, tra i 14.000 e i 16.000 euro l’anno, a seconda dei costi sostenuti).

Un allargamento che sarà salutato con grande soddisfazione soprattutto da coloro che sono costretti a uscire dal regime dei minimi, la cui applicazione è limitata ai primi 5 anni di attività e sono spaventatissimi da ciò che li attenderebbe.

I regimi agevolati hanno sempre incontrato grande favore, già con la prima versione del 2007. Come mai tanto successo? Certamente c’è il vantaggio fiscale, ma questo è evidente con l’ultima versione del regime dei minimi (aliquota del 5% in sostituzione di Irpef, Irap e addizionali locali e assenza di Iva), non ad esempio della prima versione che aveva un’aliquota sostitutiva del 20%.

Un merito innegabile dei regimi agevolati è anche la semplificazione burocratica, un alleggerimento di adempimenti e rischi che costano (in termini di tempo, ma anche monetario perché è necessario un commercialista) e spaventano il professionista, tradizionalmente orientato a volersi occupare della propria professione e non “buttare il suo tempo” nella contabilità, oltre che terrorizzato da studi di settore e altre amenità del genere. Capita così che il regime agevolato sia spesso scelto anche quando potrebbe non essere realmente conveniente e soprattutto c’è una forte resistenza ad uscirne (anche a costo di tarpare le possibilità di crescita!), rafforzata dal commercialista che fa intravedere gli scenari apocalittici che ne seguirebbero.

Tuttavia è ormai dal 2007 che il regime agevolato (nelle sue diverse versioni) costituisce l’unico intervento di alleggerimento fiscale contemplato dai governi che si sono succeduti nel tempo. Questa scarsa fantasia è giustificata dall’ampio gradimento dei contribuenti, ma non è funzionale a dare stimolo reale al lavoro autonomo.

Solo un intervento organico su tutto il sistema fiscale, che si estenda al di là degli stretti binari dei regimi agevolati, potrà favorire la crescita del lavoro autonomo professionale e la piena realizzazione delle sue potenzialità in termini di contributo alla crescita e al rinnovamento del paese.

Per andare in questa direzione è importante riconoscere che il lavoro professionale è anche esso lavoro, seppure diverso da quello considerato tipico, e che non è impresa. E che è
un tipo di lavoro basato principalmente sulle competenze. La sua incentivazione passa attraverso l’applicazione delle stesse agevolazioni fiscali riconosciute al lavoro dipendente (equiparazione no tax area e “bonus 80 euro”), la semplificazione della burocrazia, il riequilibrio del rapporto tra il contribuente e il fisco, l’eliminazione di penalizzanti appesantimenti nati per le imprese (sistema di anticipi, Irap ancora poco chiaramente definita, la maggiorazione a titolo di interesse sulla dichiarazione trimestrale dell’Iva),  la revisione dei costi deducibili (soprattutto la piena deducibilità dei costi di formazione, senza vincoli di accreditamento, perché spesso l’aggiornamento è possibile solo uscendo dalla propria regione o all’estero ) che alleggerisca una pressione fiscale insostenibile e disincentivante.

In sintesi ciò che ci attendiamo dal Governo è una nuova politica per stimolare e garantire il nuovo lavoro autonomo, dimenticato dal Jobs Act. A questo fine abbiamo predisposto un Jobs Acta articolato in 10 punti. Ne parleremo nei prossimi incontri, incluso quello di domenica prossima a Roma.

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