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Riforma della PA: l'impatto sui collaboratori, prime considerazioni

Riceviamo da un nostro socio, che preferisce non firmare, e volentieri pubblichiamo.

La riforma della Pubblica Amministrazione di cui si parla ormai da molti mesi sembrerebbe sul punto di trovare un suo reale sbocco normativo.

Chi scrive, chiariamolo subito, non ha affatto letto il progetto di legge: ciò a scanso di equivoci.

Aggiungere che forse non lo leggerà per partito preso  potrebbe avere un senso per alcuni, non per altri: per coloro per i quali un atteggiamento del genere ha senso, lo ha nella misura in cui si ritiene che le norme allo studio non hanno alcun serio intento riformatore.

Ma non è questo il punto.

Dal punto di vista di chi scrive, uno degli aspetti rilevanti del funzionamento della pubblica amministrazione è la modalità e la prassi attraverso la quale la PA ricorre al contributo di professionisti esterni alla stessa – i famosi e famigerati consulenti.

Modalità e prassi: già solo il fatto che di modalità e prassi si possa parlare dovrebbe far saltare sulla sedia. Ma così è. Infatti chi si è ricordato in questi decenni del terzo comma dell’Art. 97 della Costituzione (e chi scrive non intende qui riportarne il testo: una buona occasione per ripassare la Costituzione).

Ovviamente bisognerebbe distinguere. Ed a parere di chi scrive è di gran lunga più grave la situazione nel centro sud. Un’area del paese dove la PA et similia contribuisce al PIL per porzioni rilevantissime e dove, non è un caso, i tassi di disoccupazione sono i più elevati del paese.

La combinazione degli elementi sopra accennati, mancato rispetto dell’Art. 97 e sistematico ricorso a modalità e prassi che si caratterizzano per essere forme di aggiramento del dettato costituzionale (a parere di chi scrive, ovviamente), costituiscono una miscela esplosiva che è una tra le più importanti cause del sottosviluppo del Mezzogiorno.

Un cenno alle modalità e prassi.

Da lunghissimo tempo giovani e meno giovani vengono impiegati dalla PA anche e soprattutto sulla base di contratti che, peraltro non scalfiti dall’approvazione del d.lgs. n. 81/2015, alimentano sistematicamente quello che potremmo definire come il sub-precariato della PA.

Tralasciando di disquisire sulle competenze che la PA acquisisce al suo servizio, non sempre comunque qualificate, una delle modalità più “interessanti” è quella del ricorso (in alcuni casi massiccio) a procedure para-concorsuali avviate da strutture riconducibili alle amministrazioni centrali (per lo più) o regionali ed aventi natura e forma giuridica spesso di tipo privatistico (in taluni casi queste strutture, per il loro modo di operare e per il rapporto che le lega alle Amministrazioni beneficiarie dei loro servigi, potrebbero essere assimilate sostanzialmente a fornitori di lavoro interinale di natura privata).

Sulla scorta di tali procedure, giovani e meno giovani, finiscono per mettere insieme incarichi di svariata durata, ma di solito non superiore ai 12 mesi – più o meno reiterati, rinnovati, rimessi a bando. E, guarda un po’, in moltissimi casi tali giovani e meno giovani operano con partita IVA e sono per lo più iscritti alla gestione separata – con tutto ciò che ne consegue in materia di diritti (diritti?…).

Date queste premesse, ciò che è interessante notare è il fatto che, indipendentemente da ciò che dice il contratto, dal numero di giornate/uomo che vanno erogate e talvolta in barba anche alle più elementari norme in materia di lavoro, questi giovani e meno giovani si trovano a svolgere attività che non raramente implicano l’assolvimento di funzioni ed attività proprie degli uffici, ed al contempo, nonostante la precarietà della loro posizione, operano in condizioni che arrivano ad implicare il lavorare 12 ore al giorno (ovviamente la giornata pagata è 1, mica 1,5 – la notte poi…), l’obbligo di prestare il servizio pressoché esclusivamente presso i locali della PA, la necessità di dover concordare ferie o giorni di assenza (dal servizio?), per non parlare di forme di controllo che ovviamente se praticate su dipendenti della PA provocherebbero le ire funeste di sindacati storici.

Ma non è il caso di dilungarsi, anche se questo tipo di storie sono note a chi pratica la PA, molto meno note al grande pubblico.

A parere di chi scrive, in definitiva, una vera e seria riforma della PA dovrebbe comprendere come essenziale il ritorno al dettato costituzionale e, banalmente, il rispetto della legge applicabile ai rapporti di lavoro con la PA – con ciò implicando che funzioni ordinarie siano svolte da personale qualificato ed assunto su base concorsuale e che solo competenze specialistiche non disponibili siano alla base del ricorso al supporto esterno.

In fondo, si tratterebbe di ovvietà…in un paese serio, però.

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1 Commenti

  1. Andrea

    A me sembra che il problema di fondo che rilevo da questa lettera, non è tanto la riforma PA, ma la condizione e situazione lavorativa nel sud che da decenni si basa sul supporto Pubblico.
    Finche al sud il mondo del lavoro sarà questo puoi fare mille riforme alla PA ma non si risolverà mai il problema di fondo.
    Non sono d’accordo che la PA sia la più importante fonte di lavoro, perché no si può pretendere che di fatto lo stato si prenda in carico un intero pezzo di paese, perchè il rischio è quello di sprofondare tutti, e io non voglio sprofondare.
    Saluti.

    19 Set 2015

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