Acta l'associazione dei freelance

Valorizzare i veri autonomi: una risposta a Tiziano Treu.

| 7 maggio 2015 | LETTO: 422 VOLTE | 6 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Sul sole 24 ore del 6 maggio un interessante contributo del senatore Tiziano Treu (“Ora vanno valorizzati i veri autonomi”), che testimonia un’attenzione crescente al lavoro autonomo, il riconoscimento del suo ruolo per il funzionamento dell’economia moderna e l’accettazione della sua specifica identità, non più lavoro atipico da riportare entro gli schemi del lavoro subordinato.

Nell’articolo Treu sostiene la necessità di interventi sostanziali.
Innanzitutto sul fronte previdenziale dove auspica una riduzione della contribuzione alla gestione separata (non solo il blocco alla situazione attuale) e “l’integrazione delle pensioni contributive, a condizioni definite, con prestazioni ulteriori finanziate dal fisco” con cui sembra richiamare  un suo vecchio disegno di legge ( del 2009 a firma anche di Giuliano Cazzola) , che come Acta abbiamo subito apprezzato e che prevedeva una pensione di base, equiparabile all’assegno sociale, aggiuntiva rispetto a quanto garantito dal sistema contributivo. Una meccanismo che aiuterebbe a riequilibrare il divario che separa il sistema contributivo da quello retributivo e che incentiverebbe l’investimento pensionistico.
Treu cita inoltre una serie di misure che accolgono molte delle proposte che fanno parte della “piattaforma” Acta: tutele nelle situazioni di malattia e disoccupazione, congedi parentali, detassazione della formazione, garanzia dei tempi di pagamento.

Allo stesso tempo tuttavia, l’articolo contiene alcuni punti che ci preoccupano, laddove menziona una proposta di legge (più volte rivista) per uno Statuto del lavoro autonomo e dove sottolinea, peraltro in coerenza con il citato Statuto,  la necessità di configurare tutele specifiche per i lavoratori economicamente dipendenti, identificati principalmente sulla base della monocommittenza, eventualmente con un parametro aggiuntivo legato al reddito[1].

Questo della monocommittenza è un vecchio refrain.  Rispetto alle interpretazioni dominanti degli ultimi anni osserviamo un’evoluzione: la monocommittenza non è più considerata necessariamente dimostrazione di subordinazione[2] , ma la monocommittenza rappresenta comunque una situazione che deve essere trattata in maniera diversa. In sostanza chi è monocommittente ha minori possibilità concrete di reperire sul mercato adeguate alternative, è più debole e perciò deve fruire di alcune tutele essenziali relative al contratto, al welfare e alle politiche attive.
Tutto ciò in coerenza con i pareri del Comitato economico e sociale europeo (CESE) e con quanto avviene in altri paesi europei, ed in particolare in Spagna, che ha introdotto uno Statuto del lavoro autonomo che prevede la figura del lavoratore economicamente dipendente (TRADE).
La scelta di agire a favore esclusivamente dei freelance monocommittenti è però un modo per continuare a legare il sistema di tutele alla posizione lavorativa. Come Acta sosteniamo invece la necessità di strumenti universalistici, che prescindano dalla specifica posizione lavorativa, per più motivi.

  1. L’esigenza di tutele essenziali interessa tutti i freelance, non solo quelli monocommittenti. Anche un pluricommittente può essere economicamente debole, perché pur avendo più clienti il suo fatturato complessivo è esiguo. Anche un pluricommittente con elevato fatturato può essere messo in crisi da clienti che non pagano o da una situazione di malattia che gli impedisce di lavorare per lunghi periodi. Tutto il lavoro autonomo per le imprese non può essere abbandonato alla regolamentazione del mercato, ma richiede un quadro di nuove garanzie.
  2. L’adozione di un sistema di tutele specifico per il lavoro economicamente dipendente prevede oneri a carico del committente, che sarà perciò incentivato a trovare fornitori non monocommittenti, in modo da ridurre i propri impegni.
  3. Il lavoratore monocommittente può non voler rendere nota questa situazione al proprio committente, in modo da non indebolire il proprio potere contrattuale.

Quindi non solo non è risolutivo per tutti i freelance, ma è anche di difficile applicazione per resistenze che possono riguardare sia il lavoratore sia il committente, tanto è vero che l’esperienza spagnola non può certo dirsi di successo[3].

Lo statuto del lavoro autonomo tuttavia non tratta solo del lavoro economicamente dipendente. Esso ha il merito di affermare la centralità di tutto il lavoro autonomo e contiene alcune novità interessanti, come ad esempio l’estensione anche agli autonomi dello stesso diritto concesso ai dipendenti di prelazione in caso di fallimento del committente, l’introduzione  di linee guida per la determinazione di equi compensi da parte della pubblica amministrazione e la definizione di tempi certi di pagamento.
Ma nel complesso  è una proposta pasticciata, che rivela l’inadeguatezza di un approccio che non riconosce le specificità dei freelance, del lavoro autonomo di seconda generazione.  Esso si rivolge a tutto il lavoro autonomo – imprenditoriale ed usa una logica additiva. Alle tradizionali politiche per l’imprenditorialità (incentivi ai primi anni di attività, politiche per imprenditorialità femminile, sostegno alle riconversioni , interventi in situazioni di crisi, sostegno alla Ricerca e sviluppo, fondi di garanzia) aggiunge strumenti che provengono dal lavoro dipendente (contrattazione collettiva[4] e sportelli informativi e per l’incrocio tra domanda e offerta,  servizi pubblici e privati accreditati che offrano consulenza e bilanci delle competenze[5]), il tutto condito con misure volute per dare sostanza alla legge 4/2013 sul riconoscimento delle professioni, per regolare e limitare l’accesso alla professione[6].  Un mix che è ben lontano dal fornire un quadro coerente per il lavoro autonomo, come si richiederebbe ad uno statuto, e che insospettisce perché molte parti sono dirette a rafforzare le rappresentanze più che i lavoratori autonomi[7]. Infatti, con lo Statuto l’iscrizione ad un’associazione riconosciuta diventerebbe necessaria ad esercitare una professione, e più in generale le organizzazioni di rappresentanza potrebbero partecipare all’erogazione di nuovi servizi, come gli sportelli informativi, di incontro domanda e offerta, di consulenza, per il bilancio delle competenze…, e avere un ruolo chiave nella formazione,  che sarà incentivata (attraverso la totale deducibilità dei costi) solo se svolta entro enti accreditati o se funzionale all’acquisizione di crediti formativi. Con quali conseguenze per i freelance? Di sicuro maggiori costi (iscrizione obbligatoria ad una associazione rappresentata) e limitazioni, in particolare con riferimento alla formazione, dove la presenza di vincoli è spesso funzionale agli interessi degli enti formativi. La formazione è uno dei principali canali di finanziamento per molte organizzazioni di rappresentanza ed è la prova tangibile del crescente divario tra i propri interessi e quelli dei soggetti che dovrebbero essere rappresentati.

In definitiva ci sembra che la situazione non sia ancora matura per proporre uno Statuto del lavoro autonomo, e ancor meno uno Statuto dei lavori. Più pragmaticamente siamo interessati a discutere singole misure, a partire dai temi prioritari richiamati nell’articolo di Treu: riduzione dei contributi alla gestione separata (attualmente al 27,72%)  e pensioni contributive adeguate (a fine maggio Boeri ha promesso la busta arancione con le proiezioni pensionistiche anche agli iscritti alla Gestione Separata e allora sarà chiaro a tutti l’abisso tra il sistema contributivo e quello retributivo), tutele nelle situazioni di malattia grave, accogliendo la battaglia che stiamo conducendo a supporto di Afrodite K [8], e di disoccupazione, norme sulla conciliazione che favoriscano anche la partecipazione dei papà ai compiti di cura, detassazione totale della formazione (senza vincoli corporativi), abbandono delle gare pubbliche al massimo ribasso, a vantaggio di una valorizzazione delle competenze, interventi per garantire l’effettivo rispetto dei tempi di pagamento e porre così un argine ad un problema drammatico per molti freelance…

 


 

[1] Nello statuto il parametro del reddito è alternativo, non aggiuntivo.

[2] Si veda un recente articolo (Un jobs act per il lavoro autonomo: verso una disciplina della dipendenza economica, 2015) di Adalberto Perulli, in cui l’autore contesta che la monocommittenza nasconda necessariamente una finta partita Iva. Egli sottolinea che lavorare per un’impresa non significa subordinazione, il sistema economico post fordista richiede in misura crescente prestazioni professionali indipendenti, ma integrate con l’impresa. Se sussistono condizioni di effettiva autonomia nell’organizzazione dei lavori, e se il lavoratore possiede i mezzi di produzione,  il lavoro in monocommittenza è a tutti gli effetti un lavoro autonomo.  Sulla base di questo ragionamento, accolto anche dal Jobs Act, Perulli contesta le tecniche presuntive usate dalla legge Fornero (definite irrazionali) per ricondurre il lavoro monocommittente entro i confini del lavoro subordinato.

[3] La qualifica di TRADE è stata riconosciuta a solo 15.000 freelance, una piccola percentuale  rispetto al totale dei freelance monocommittenti (260.000 secondo stime di El Pais pubblicate il 24 agosto 2014)

[4] In sostanza viene proposta l’applicazione della contrattazione collettiva a tutti i lavoratori: le organizzazioni sindacali contratterebbero i compensi anche per i lavoratori autonomi, o in assenza di contrattazione collettiva specifica, si rinvierebbe a quanto previsto dai contratti collettivi nazionali. Difficile capire come potrebbe essere applicata la contrattazione collettiva ad un freelance che lavora con più committenti appartenenti a settori diversi.

[5] Strumenti che peraltro non sono stati proficui neppure per il lavoro dipendente. . La loro implementazione richiederebbe la costruzione di impianti molto costosi, pensiamo che sia più efficace usare diversamente le già scarse risorse pubbliche.

[6] l’art. 5 dello statuto (riconoscimento e semplificazione degli adempimenti, un titolo che suona ironico) dice che l’avvio di una attività autonoma richiederà una dichiarazione del lavoratore autonomo indicante l’oggetto dell’impresa e i requisiti o titoli professionali necessari al suo svolgimento e che le camere di commercio dovranno verificare la sussistenza di tali condizioni ai fini del conseguente riconoscimento delle attività di lavoro autonomo e professionale. Questo significa che:

a)       L’ingresso nelle professioni non sarà libero, ma subordinato al possesso di requisiti che non è chiaro da chi e come saranno definiti; in sostanza occorrerà iscriversi ad una associazione riconosciuta: mentre la legge di riforma delle professioni parla di volontarietà dell’iscrizione, si configura il passaggio ad un’obbligatorietà, con conseguenti oneri.

b)       sarà necessaria l’iscrizione alle camere di commercio, con conseguente tassa di registro.

[7] Tra l’altro con una definizione di rappresentanza che, sulla base della legge 4/2013, include le sole associazioni di secondo livello (sindacati, Colap, Confassociazioni), ed esclude quelle di rappresentanza diretta, come ACTA.

[8] Daniela Fregosi, alias Afrodite K, con il supporto di Acta ha lanciato una petizione per chiedere una effettiva indennità di  malattia per i freelance ed ha raccolto oltre 80.000 firme.

 

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