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Perché la sentenza della Corte Costituzionale è una #SceltaInConsulta

| 11 maggio 2015 | LETTO: 397 VOLTE | 6 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Chi ne è favorito?

I pensionati con una pensione superiore a tre volte il minimo, quindi lontani dalla soglia di povertà. Inoltre, come osserva Chiara Saraceno su Repubblica del 7 maggio “non sono stati certo i pensionati appena sopra tre volte il minimo a ricorrere alla Corte, ma le associazioni dei dirigenti, il cui livello pensionistico è certamente, come il mio, ben sopra a quel minimo

Da ricordare che la crisi ha peggiorato la condizione economica dei lavoratori e dei disoccupati, non dei pensionati, la cui situazione è addirittura migliorata (Banca d’Italia, I bilanci delle famiglie italiane, risultati sul 2012, 27 gennaio 2014)

Chi paga?

In tanti hanno plaudito alla sentenza della Corte Costituzionale con l’idea che ci sia un Principe, costretto ad estrarre il maltolto dal suo forziere. Ma non è così, non c’è un Principe. Così come non c’è stato un appropriarsi del capitale accumulato dai pensionati, perché il nostro non è un sistema a capitalizzazione, ma a ripartizione. I nostri contributi non sono investiti per pagare le nostre future pensioni, ma sono utilizzati per pagare le pensioni in essere. I 10 miliardi e più necessari per pagare la rivalutazione a chi ha pensioni superiori a tre volte il minimo dovranno essere trovati o aumentando i nostri contributi (la minaccia dell’aumento dei contributi degli iscritti alla gestione separata non è ancora stata disinnescata) o aumentando il prelievo fiscale o riducendo altre spese. In ogni caso non sarà un Principe a pagare.

E’ equo?

E’ davvero la restituzione del maltolto, considerato che le pensioni toccate dal provvedimento erano tutte calcolate interamente con il sistema retributivo, e nella grandissima maggioranza dei casi, soprattutto quelle più alte, non coperte dai contributi effettivamente versati?

Rappresentano “diritti acquisiti” pensioni definite con un sistema non più sostenibile per il paese, ma la cui sostenibilità viene garantita a scapito delle generazioni più giovani? Giovani che non solo non potranno contare su un sistema altrettanto generoso, ma in più sconteranno un brusco innalzamento dell’età pensionabile.

E’ un diritto acquisito o la tutela di un privilegio la salvaguardia del potere d’acquisto di queste pensioni? Chi sostiene che il non riconoscimento dell’adeguamento al costo della vita a tutte le pensioni costituisca una rottura di un patto sociale, dimentica che questo patto è stato firmato solo dalle generazioni che rientrano nel regime retributivo.

E’ una priorità per la nostra previdenza?

Quando si parla di pensioni si continua a concentrare l’attenzione sui pensionati attuali o sui pensionandi. Ma le situazioni più problematiche riguarderanno i futuri pensionati che ricadranno interamente nel sistema contributivo

Aspettiamo con ansia la busta arancione, che mostrerà con chiarezza che pensioni tre volte il minimo sono per noi un miraggio. Costretti a lavorare molto più a lungo degli attuali pensionati, non potremo contare neppure sull’adeguamento al minimo (circa 500 euro), scomparso con la riforma Dini.

Va a sanare qualche squilibrio?

Tutt’altro. Nel bilancio previdenziale tra le principali voci in attivo la Gestione Separata, tra i cui iscritti nessuno beneficerà dell’applicazione della sentenza.

Tra quelle in passivo alcuni fondi che riuniscono i principali beneficiari della sentenza, come la cassa dei dirigenti, che (insieme ad altri enti privilegiati, come i fondi trasporti o elettrici) ha potuto garantire rendimenti più alti in corrispondenza di versamenti più bassi, scaricando il proprio disavanzo sull’INPS.

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