Acta l'associazione dei freelance

Sindacato e politici danno la parola ai freelance. Ci ascolteranno?

| 18 aprile 2015 | LETTO: 274 VOLTE | 3 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Giovedì 14 aprile, nella Sala Santi della CGIL, è accaduto qualcosa che nessuno di noi avrebbe immaginato possibile appena un paio di anni fa. La Consulta delle Professioni della CGIL ha organizzato un incontro tra i rappresentanti del lavoro autonomo e il segretario Susanna Camusso, in cui non si chiedeva di ascoltare proposte o analisi del sindacato e fornire pareri, come già fatto in numerose altre occasioni, ma si rovesciava il processo: questa volta erano i rappresentati del lavoro indipendente, nelle sue diverse accezioni, scomposizioni e ricomposizioni, a essere sollecitati a fornire al sindacato la loro visione di quello che potrebbe diventare il nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Uno Statuto che tenga conto di tutte le forme in cui il lavoro può essere svolto, senza esclusione alcuna. Un risultato del genere sarebbe stato impensabile senza gli anni di impegno della Consulta e soprattutto di Davide Imola, che della Consulta era l’artefice e l’anima.

Io ho partecipato in quanto rappresentante di ACTA. Alla riunione, che ha preceduto la presentazione della ricerca “Vita da Professionisti”, cui è stato dato ampio rilievo dalla stampa, erano davvero presenti quasi tutti i soggetti che in questi anni si sono occupati più attivamente di rappresentare il lavoro indipendente, ordinisti inclusi.

La cosa più interessante, e che mi ha davvero riscaldato il cuore, è che dappertutto è risuonata la parola “coalizione”, sicuramente senza riferimenti landiniani o landineschi, qualunque sia la nostra opinione in merito, ma nel senso più puro di coalizione tra lavoratori, la vera base dell’azione di Acta sin dalla sua nascita.

Coalizione contrapposta a conflitto, a divisione, a indebolimento di una categoria a vantaggio di un’altra. E nelle sue osservazioni conclusive Susanna Camusso (buffo sentirla chiamare affettuosamente “Susanna” dai suoi, specialmente per me, che continuavo a girarmi ogni volta) ha ben colto questo aspetto, e ha ripreso i temi che erano stati sollevati da noi, sottolineando la necessità di garantire attraverso lo Statuto “diritti universali” fondamentali, come la malattia, il diritto al riposo, la maternità, gli ammortizzatori sociali, che nella precedente versione dello Statuto non erano contemplati, perché si dava per scontato che della tutela di questi diritti si sarebbero occupati i contratti nazionali. Oggi la situazione è mutata, ed è necessario elaborare, attraverso una “ricerca che deve impegnare tutti” (a questo scopo sono previsti ulteriori incontri) uno strumento nuovo, una “legge di principi”. In altre parole, si riconosce implicitamente la necessità di non trasferire acriticamente istituti e strumenti dal mondo del lavoro dipendente a quello del lavoro indipendente, ma di stabilire principi validi per tutti, da declinare in maniera diversa nel dettaglio a secondo delle specificità di ogni categoria.

E i politici? Quale è stata la loro risposta?

Il seguito della storia vede un cambio di scena: sempre nella sede della CGIL, ma questa volta nella sala Di Vittorio, quella attrezzata per le proiezioni in audiovisivo. Il tema era la presentazione della ricerca elaborata dalla associazione Bruno Trentin e dalla Cgil, a partire da un questionario cui hanno risposto oltre 2200 interpellati. La prima osservazione, mi sia concessa questa manifestazione di orgoglio, è che tra i lavoratori che hanno risposto al questionario, l’associazione più rappresentata è stata proprio ACTA, come si può notare dal “word cloud” della presentazione, mentre la categoria che ha fornito il maggior numero di risposte erano i traduttori e gli interpreti (16,9% del totale).

word cloud

I numerosi articoli citati in rassegna stampa forniscono un’analisi dettagliata dei risultati della ricerca. Io vorrei sottolineare soltanto che è stata smentita clamorosamente la vulgata delle “false partite IVA” come principale problema. I rispondenti (ops, il gergo da ricerche di mercato!) che si sono dichiarati “professionisti/lavoratori dipendenti non regolarizzati” sono risultati soltanto il 13,6% del totale e quelli che aspiravano a un contratto a tempo determinato appena il 15,1%. Non che si tratti di dati nuovi, ma per chi finora non aveva orecchie per sentire, adesso il fragore è diventato assordante. L’altro pregiudizio sfatato è che i lavoratori autonomi siano tutti benestanti, probabilmente perché evasori.  Il 15,8% dichiara di guadagnare meno di 5.000 euro lordi annui, il 14,2% fino a 10.000, il 15,7% fino a 15.000 e il 12,7% fino a 20.000. La categoria più “benestante” con redditi (lordi!) oltre 40.000 costituisce solo il 13,8%. Ora, pur tenendo conto della relativa rappresentatività del campione, questi dati, che peraltro rispecchiano precedenti dati ISTAT e INPS, offrono un quadro ben diverso da quello che si è cercato di fare credere per molti anni. La maggior parte dei commentatori sottolinea con una certa sorpresa (ma non ci hanno mai sentiti parlare, non hanno mai letto quello che scriviamo da anni?) che i lavoratori autonomi sono orgogliosi del loro status indipendente e non intendono modificarlo, ma pretendono maggiori tutele, anche alla luce del peso della contribuzione sostenuta.

E qui entra in ballo la risposta dei politici, rappresentati in questa occasione da Filippo Taddei, responsabile Economia e Lavoro del PD. Ignorando in maniera sconcertante quanto sostenuto dai lavoratori indipendenti, Taddei afferma che il governo metterà mano entro la fine dell’anno al problema, intervenendo su tre livelli:

1)      per la maternità e la malattia “si pensa di introdurre la sospensione del rapporto di lavoro con il fornitore della prestazione, per evitare la rescissione del contratto”

2)      per il problema della riscossione dei pagamenti si pensa di “istituire l’obbligo di pagamento della prestazione entro un limite di tempo prestabilito, ancora da definire”

3)      come forma di sostegno al reddito, “tutela fiscale” a favore dei redditi più bassi attraverso il regime dei minimi

Per quanto riguarda il problema delle pensioni insufficienti e della disparità integenerazionale, Taddei ha affermato che le attuali condizioni del paese non consentono di immaginare alcun intervento riequilibratore, ma che si dovrà fare affidamento sulla ripresa della crescita economica.

Parole ben diverse sono giunte invece dalla Camusso, che a proposito delle pensioni ha detto: “la ricerca dice che ci vuole una relazione tra i contributi versati e le prestazioni offerte. Ma senza una dimensione sociale il sistema non funziona, nè per la previdenza nè per nessun altro istituto. Bisogna creare un “minimo sindacale” necessario che corrisponda ai bisogni delle persone. Ci vuole una dimensione sociale del welfare che riguardi l'insieme del lavoro.”

In conclusione, ho trovato molto preoccupanti le affermazioni di Filippo Taddei, che pur cospargendosi il capo di cenere ma addossando sostanzialmente ad altri la responsabilità dello “scivolone” sul regime dei minimi, se ne esce candidamente parlando di “sospensione del contratto di fornitura” in caso di malattia e/o maternità (come se una prestazione si potesse “rimandare” a tempi migliori), di termini di pagamento fissati per legge (ma poi fatti valere con quali strumenti?) e della solita tiritera sui minimi (e tutti quelli che guadagnano più del limite stabilito?). In tutti i casi, il governo “pensa” di lavarsene le mani, scaricando il problema sul mercato, come se garantire tutele e diritti non fosse un compito dello Stato, almeno uno degno di questo nome.

Forse anche Taddei, come il nostro governo, ha urgente bisogno di una lezione di semantica (con verifica finale) sul significato della parola “ascoltare”. E noi, speriamo che ce la caviamo.

Rassegna stampa:

Repubblica.it - "Il popolo delle partite Iva tra le avances della Cgil e del Pd"
Il Manifesto - "Uno Statuto per tutti i lavoratori"
 
Risultati della ricerca CGIL "Vita Da Professionisti"
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