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Una proposta per risolvere il problema pensionistico e della crescita economica

| 9 ottobre 2014 | LETTO: 639 VOLTE | 8 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

trenoE’ da circa 3 anni che sono impegnato ad un progetto sulle pensioni insieme ad Alessandro Latini, che ho conosciuto in occasione di una dimostrazione a Piazza Montecitorio contro l’aumento annunciato al 33% delle aliquote contributive per parasubordinati e professionisti non ordinisti (le P. IVA) da parte del governo Monti, alla fine del 2011.

A dire il vero il progetto aveva cominciato a prendere forma un anno o due prima di quella manifestazione all’interno del mondo dei professionisti indipendenti che, trovandosi messi in questo grande calderone della Gestione Separata insieme alle c.d. finte partite IVA, sono state vittime della pochezza esasperante con cui a volte si gestisce la cosa pubblica.

Nel mondo delle P.IVA. ci si era accorti che questo aumento costituiva un onere troppo pesante, quindi alcuni di noi si sono messi al lavoro per capire come stavano effettivamente le cose. Quello che abbiamo visto non è bello, non solo per le Partite IVA, ma per tutti i lavoratori italiani, specialmente quelli che hanno cominciato a lavorare nel 1996 e per molti di quelli che non avevano 18 anni di contribuzione prima del 1995.

Infatti, nel 1995 la legge Dini ha cambiato la previdenza con l’introduzione, fra tante altre cose, del metodo contributivo per il calcolo delle pensioni.
Per quei lavoratori – quindi per le prossime generazioni – la pensione non avrà più il carattere di ridistribuzione del reddito che aveva prima – dove generalmente si riceveva più di quanto si versava, si pensi per esempio al caso estremo delle baby pensioni - ma è diventata nient’altro che una rendita mensile commisurata alla somma di tutti i contributi versati di anno in anno dai singoli lavoratori più le rivalutazioni, basate peraltro sull’andamento del prodotto interno lordo – PIL, ossia la ricchezza prodotta ogni anno dalla Nazione.
Ormai il pagamento delle aliquote contributive è diventato come un versamento in un conto in banca.

Quanto metti tanto prendi, più gli interessi.

Con questa legge il Parlamento ha di fatto abolito lo Stato sociale nel campo delle pensioni. Lo Stato dice: ragazzi è vostra responsabilità, ognuno si organizzi come meglio crede ma sappiate che le pensioni future non saranno più sufficienti. Pensate a farvi una pensione supplementare, un’assicurazione privata.

Questi i fatti su cui ci si è incominciati a porre alcune domande.

Innanzitutto le rivalutazioni. È un dato di fatto che se quanto metto tanto prendo allora le rivalutazioni sono di importanza fondamentale. È ovvio che se nel mio conto bancario gli interessi sono più alti alla fine la somma di cui disporrò sarà più alta.
Non è questa la sede per fare calcoli precisi – magari pubblicheremo un articolo specifico sulla pagina FB del Laboratorio - ma vi posso garantire che l’interesse composto – gli interessi guadagnati sugli interessi – fa miracoli. Su un arco di vita lavorativa di 40 anni, 1000 euro investiti al 5% all’anno nel primo anno diventano alla fine circa 7000. Investiti all’1% diventano circa 1500.
Dal 1996, anno della riforma, le rivalutazioni basate sul PIL sono non solo scese costantemente ma sono state anche inferiori agli interessi pagati dai BTP a lunga scadenza, i titoli di stato.
Basti pensare che l’anno scorso le rivalutazioni sono state dello 0,16%, l’anno prima dell’1,6% e l’anno prossimo saranno addirittura negative, il che significa che saremo noi a pagare l’INPS. E il futuro non serba nulla di buono visto che il PIL non accenna a riprendersi.

Ma la cosa che ha colpito di più è stata che nel corso della ricerca è emerso che la riforma del 1996 non aveva affrontato il problema ma aveva semplicemente scelto di far pagare alle prossime generazioni il costo degli eccessi del passato.

Il problema vero e proprio era ed è nel metodo che vede il finanziamento delle pensioni passate con i contributi pagati dai lavoratori (si chiama metodo a ripartizione).

Già allora si sapeva che l’invecchiamento della popolazione avrebbe comportato uno squilibrio, con un numero sempre più basso di lavoratori a pagare contributi per le pensioni di un numero sempre più alto di pensionati. Tutto questo va bene fino a quando o aumenta la popolazione o aumenta la produttività o comunque quando gli importi non sono eccessivi.
È ovvio che non è questo il caso dell’Italia, visto che gli esborsi per le pensioni sono pari a circa il 17% del PIL.

Invece di attaccare il problema alla radice, quindi, si è scelto di far trasferire il costo sulle giovani generazioni, ritardando l’accesso alla pensione e diminuendo gli importi delle pensioni grazie a calcoli effettuati ogni due anni sulla base dell’aumento della speranza di vita (vivi più a lungo quindi ti tocca un importo inferiore) e, almeno in alcuni casi, aumentando i contributi, oltre naturalmente al pagamento di rivalutazioni molto più basse di quelle che si potrebbero ottenere anche solo con titoli di stato.

Proviamo a immaginare una bilancia. Sulla mano sinistra ci sono le pensioni da pagare su quella destra i contributi. Se il lato delle pensioni tende a pesare di più come si fa a tenere i due piatti in equilibrio?
Il ritardo dell’accesso alla pensione contribuisce a tenere i cittadini al lavoro e quindi a mantenere i contributi versati sul piatto di destra in attesa che si eliminino le pensioni sull’altro, con i decessi. Nel frattempo, man mano che passano gli anni, chi va in pensione si vede l’importo decurtato in modo che tale importo sia tarato sui flussi minori generati da un numero esiguo di giovani che entrano nel mondo del lavoro.

A lungo andare chi andrà in pensione con questi presupposti riceverà una pensione da fame o comunque una pensione non adeguata ai versamenti effettuati. In altre parole si paga troppo per quello che si riceverà.

A peggiorare la situazione è intervenuta la crisi che, con l’aumento della disoccupazione, diminuisce ulteriormente la fonte dei contributi mettendo il sistema sotto forte pressione.

Per inciso, il 33% che si paga in Italia è la seconda aliquota contributiva più alta fra i paesi dell’OCSE, l’organizzazione che rappresenta i 30 paesi più industrializzati.

E nonostante le aliquote siano fra le più alte al mondo, i responsabili della previdenza non mancano mai di ricordarci che non avremo una pensione adeguata. Viene da chiedersi, ovviamente, ma se io pago già il 33% dove prenderò i soldi per farmi una pensione integrativa?

A nostro modo di vedere il problema va attaccato e risolto da un altro punto di vista.

Anzi, noi pensiamo che questa sia una di quelle rare occasioni in cui si trasforma un problema in una grande opportunità, soprattutto in un momento come questo in cui l’Italia è prostrata dal peso di una crisi economica che sembra non avere fine.

Ecco la nostra proposta, non senza la premessa che le pensioni passate si pagano fino in fondo: la pensione del nonno non si tocca.

Ci vuole un piano di abbassamento graduale delle aliquote previdenziali al 10% per tutti, con l’istituzione di conti individuali di risparmio che usufruiscano, dopo due-tre anni dall’avvio, delle agevolazioni previste per la previdenza complementare. Parliamo di conti individuali di risparmio, quindi normalissimi conti bancari, non conti aperti presso fondi di previdenza complementare, da investire in strumenti di risparmio a discrezione del risparmiatore.

Il presupposto è che ognuno di noi è in grado di ricevere rendimenti più alti di quelli legati all’andamento del PIL. E se i rendimenti sono più alti di quelli legati al PIL, allora forse si possono ottenere risultati migliori di quelli che si ottengono con l‘INPS mettendo addirittura da parte una quota minore dello stipendio, per esempio il 25% anziché il 33%.

Il che significa che ci si ritrova di più in busta paga e si gode quindi di un reddito più alto nel corso della vita lavorativa.

Il progetto durerebbe 10-15 anni e contribuirebbe nel tempo ad incrementare il reddito e il risparmio delle famiglie, con conseguente impulso alla capacità di spesa e rafforzamento del sistema finanziario per investimenti produttivi.

Tale spinta ai consumi e agli investimenti produttivi innescherebbe una crescita sostenuta sia del PIL sia delle entrate fiscali. Infatti l’aumento dei redditi, dell’occupazione e dei profitti comporta un aumento della base imponibile e quindi delle entrate fiscali, che saranno poi utilizzate per sostituire il mancato gettito della contribuzione previdenziale.

Conclusione

Questo progetto non ha niente a che vedere con il liberismo, il socialismo o con qualsiasi altra ideologia.
Invece si fonda sul dato di fatto concreto che siamo soggiogati da un meccanismo che renderà noi e i nostri figli più poveri e questo è inaccettabile.

Anzi, questo è uno di quei momenti in cui come nazione siamo chiamati ad affrontare una situazione difficile, senza pregiudizi ma solo avendo ben chiaro in mente che non possiamo più nasconderci e accettare passivamente il principio che uno strumento creato per proteggerci dalla povertà in vecchiaia debba invece essere uno dei motivi per cui si diventa poveri in vecchiaia. Fino a che punto si può stravolgere il significato delle cose e evitare di guardare in faccia la realtà?

Nel campo delle pensioni lo Stato sociale così come era stato inventato è morto e questa cosa prima o poi penalizzerà tutti: dipendenti pubblici e privati, autonomi e imprese. Siamo tutti sulla stessa barca.

Quindi tutti devono sentirsi investiti di un compito: dobbiamo prendere in mano il nostro destino e guidare il sistema dove è utile per noi, per i cittadini e non essere schiavi per pigrizia dell’abitudine a pensare che tanto ci pensa lo Stato. Non ci pensa.

Non deve essere un meccanismo istituzionale vecchio e non più adatto ai tempi a dettare il passo.

Non lo permetteremo e prima cominciamo ad affrontare la questione meglio è.

Intervento ad un incontro dei rappresentanti regionali dell’IDV tenutosi l’11 settembre 2014

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