Acta l'associazione dei freelance

Uno sguardo nella cucina del Jobs Act

| 12 marzo 2014 | LETTO: 2.564 VOLTE | 7 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Quando da un seminario s’impara qualcosa non è mai tempo perso. Ieri alla Facoltà di Scienze Politiche della Statale di Milano si è svolto un confronto tra ACTA ed alcuni docenti che stanno collaborando all’elaborazione del Jobs Act di Matteo Renzi. Che in questo primo documento non ci sia nulla che riguardi il lavoro autonomo lo sapevamo, che non ci sia molto da sperare che in seguito qualcosa il governo Renzi sia disposto a fare, lo abbiamo imparato ieri. Tuttavia è un fatto positivo e, in un certo senso, una novità, esser riusciti, grazie alla prof.ssa Renata Semenza, che ha organizzato il seminario, a portare ad un tavolo, dentro un’istituzione prestigiosa, le proposte, assai dettagliate, di ACTA ed alcuni esponenti del mondo accademico impegnati nella consulenza alla politica.
A dire il vero, quando uno dei tre relatori ci ha presentato una tabella ISTAT con l’intenzione di spiegarci che di “vero” lavoro autonomo in Italia ce n’è assai poco, mi è venuto in mente che lo stesso identico set di dati con le stesse conclusioni era stato sbandierato da alcuni miei interlocutori in una polemica dove ho avuto anch’io il diritto di parola sul “Giornale di diritto del lavoro e delle relazioni industriali” una decina d’anni fa. Come se in questo lasso di tempo per una certa cultura universitaria che va per la maggiore non fosse cambiato niente. Ma non si può addossare la responsabilità di una scarsa comprensione del lavoro autonomo ad un ambiente notoriamente autoreferenziale come l’Università. Lo ripeto una volta di più: siamo noi responsabili per primi di questa situazione, noi come lavoratori autonomi che ancora in grande maggioranza aderiamo a ideologie ed associazioni che trasmettono un’immagine superata del lavoro autonomo, che non muovono un dito sul piano della rivendicazione di diritti fondamentali e si baloccano con codici etici e pseudo-ricette per il successo individuale, gente che fa storie a pagare 50 (cinquanta!) euro di quota associativa annuale perché altrimenti non possono comperarsi la pizza quattro stagioni. Siamo noi a non avere ancora la forza di gridare contro tante ingiustizie, di portare in piazza la nostra protesta, a non essere capaci di renderci visibili con il nostro vero volto. Poiché tutto si misura per rapporti di forza sul terreno mediatico, dobbiamo per forza alzare il tiro.

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