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Alzare il tiro. Lettera aperta al cd di ACTA

Carissime/i
la discussione che si è aperta in questi giorni sulle politiche del lavoro del governo Renzi ci ha dimostrato una volta di più l’ottusa resistenza che gli ambienti politici, accademici e sindacali – tranne alcune eccezioni – continuano ad opporre ad una visione moderna del lavoro. Mentre il Parlamento Europeo, che non è l’istituzione più vicina ai cittadini, dichiara a larga maggioranza che i freelance hanno gli stessi diritti sociali dei lavoratori dipendenti, le nostre classi dirigenti ripropongono uno schema che riconosce come “lavoro” solo il lavoro dipendente oppure le varie forme in cui il lavoro dipendente può essere reso “flessibile”. Deplorevole di questo atteggiamento non è tanto – o non solo – il disconoscere l’esistenza di altre forme di attività lavorativa quanto il persistere di una politica di flessibilizzazione del lavoro dipendente che ha portato al declino del nostro paese ed a una disoccupazione giovanile del 42%. Non è vero che il nostro paese è fatto di garantiti e non garantiti, di tutelati e non tutelati, magari fosse così!
E’ fatto di non tutelati e di lavoratori che stanno perdendo gradatamente le loro tutele, se non di diritto, certamente di fatto. E’ dai tempi del “pacchetto Treu” che si professa il dogma della flessibilità all’entrata come rimedio alla disoccupazione. Dopo vent’anni che questo assioma ha prodotto i disastri che sono sotto gli occhi di tutti, il governo Renzi rincara la dose, eliminando ogni causale dalla ripetizione dei contratti a tempo determinato (Forti critiche a queste misure sono state espresse da molte parti, tra gli altri da Tito Boeri su la voce.info e da Chiara Saraceno su ingenere.com). Sono vent’anni che Confindustria, contrastata flebilmente dal sindacato (per usare un eufemismo), ci dice che il costo del lavoro per unità di prodotto è il più alto d’Europa e quindi la produttività del lavoro in Italia è al penultimo posta nella UE. Ma la produttività del lavoro dipende dagli investimenti, soprattutto nell’epoca delle nuove tecnologie informatiche. La percentuale costituita da investimenti tecnici del capitale delle società italiane quotate in Borsa, secondo lo studio di Mediobanca sui conti economici di 2035 imprese italiane, è pari al 28,0%, la percentuale destinata ai dividenti è pari al 30,9% e la percentuale destinata gli investimenti finanziari è pari al 25,4% (Indagine Mediobanca 2013 “Dati cumulativi di 2035 imprese italiane”, su www.mbres.it). Quasi un terzo del capitale disponibile se lo sono mangiato gli azionisti, un quarto i signori della finanza (leggi le banche), solo un residuo è stato investito nell’azienda. Le imprese non quotate, in mezzo alle quali si nasconde la parte più “sana” dell’imprenditoria italiana, hanno destinato un’eguale quota agli impieghi finanziari, ma poco meno del 20% ai dividendi e il 59,6% agli investimenti tecnici. Da vent’anni la grande impresa italiana non assume, da qualche anno ha smesso di assumere anche la media impresa. Chi crea lavoro è la piccola e la microimpresa, spesso forma, quest’ultima, di “lavoro autonomo con un minimo di organizzazione”, così definito da una giuslavorista acuta e brillante come Orsola Razzolini. Ma non basta. Le grandi imprese non solo si sono mangiate i soldi invece di reinvestirli, ma la quota maggiore del loro fatturato, addirittura il 61% (dato del 2012), lo hanno realizzato estero su estero, grazie ad un’attività sfrenata di delocalizzazione cui si sono dedicate soprattutto le industrie del made in Italy. Queste sono le imprese, è bene notarlo, che maggiormente hanno goduto della Cassa Integrazione, sono le imprese che più di altre intrattengono stretti rapporti con il mondo della finanza, da queste imprese nascono le lobbies che dettano ai governi le politiche del lavoro (Come se non bastasse, le assurde ricette per il rilancio economico e le trovate della Commissione Europea gettano altra benzina sul fuoco che divora la nostra società (v. le osservazioni di Radrik, L’Europa e le ricette sbagliate su sbilanciamoci.info del 18 marzo e le dure parole di simplicissimus su networkedblogs.com del 21 marzo in merito al progetto di prelievo forzoso delle entrate tributarie per pagare il fiscal compact).
Ora, io mi chiedo: sono solo i lavoratori autonomi, i professionisti con partita Iva ai quali si sputa in faccia con un disprezzo pari all’ignoranza della loro condizione oppure sono milioni di lavoratori dipendenti e di precari che vengono trattati al pari di un bagaglio ingombrante?
ACTA continua il suo sfibrante, defatigante, frustrante lavoro di cercare di spiegare ad ogni nuovo volto che appare sullo schermo del governo chi siamo e cosa vogliamo. Malgrado le nostre spiegazioni siano sempre più esaurienti e le nostre proposte sempre più dettagliate, sempre allo stesso punto ci troviamo. ACTA svolge questa attività in una solitudine disperante, mentre le cosiddette rappresentanze del lavoro professionale, che ci assordano con bollettini enfatici in cui dicono di essere sempre di più, non si sa bene che cosa fanno e se la condizione materiale ed i diritti civili dei professionisti sia di loro interesse oppure no.
Credo che siamo arrivati al punto in cui ACTA debba alzare il tiro o, possibilmente, spostarlo. Parlando solo di diritti dei lavoratori autonomi rischia di farsi liquidare come una tribù in via di estinzione, un’etnia da rinchiudere in una riserva. ACTA deve introiettare la consapevolezza di parlare a nome di tutti coloro che vengono bistrattati da questo capitalismo di cafoni, un capitalismo fatto di gente tanto più miserabile quanti più soldi ha, accozzaglia di pseudo-manager, di cialtroni abituati a dettare legge a un ceto politico e sindacale, a una cultura, accademica o giornalistica, che non riescono a staccarsi un millimetro da stereotipi maturati negli anni di Craxi e di Larini. Questi stanno distruggendo il mercato delle competenze. Della conoscenza, dell’esperienza non sanno che farsene, cercano solo schiene piegate e lingue ingessate. ACTA produce valore in mezzo a questo panorama di gente che distrugge ricchezza e beni comuni, ACTA produce un punto di vista sulla realtà diverso perché maturato all’interno di un modo di lavorare e di vivere diverso, innovativo per natura e per necessità. ACTA deve dialogare, deve cercare alleanze con tutto ciò che sa di innovazione, lo deve cercare all’interno del mondo dell’impresa, lo deve cercare anche tra quei servitori dello stato che, spesso isolati da tutti e umiliati dalla loro stessa amministrazione, difendono i beni collettivi, lo deve cercare in quel che resta del mondo della cultura e della scienza. Lo deve cercare nella società civile: il Freelance Day che ACTA ha organizzato a Torino con Toolbox, lo spazio di co-working più grande d’Italia, è stato un momento di apprendimento e di produzione dell’innovazione, perché lì c’era gente che fa appello solo alle proprie risorse immateriali, intellettuali, emotive, a quello che chiamano ‘capitale umano’, senza chiedere nulla a nessuno perché da nessuno si aspetta qualcosa. Produzione di valore non vuol dire immediatamente produzione di ricchezza, vuol dire innanzitutto produzione di un habitat dove si ricostituisce un comportamento collettivo, collaborativo. Lasciamo che sindacalisti i quali per anni hanno osservato senza fiatare il degrado delle condizioni di lavoro giovanile ci definiscano con i più vieti clichè (“evasori”), lasciamo che qualche imbecille in cattedra con concorsi truccati ci definisca “finti”, non è quello il terreno del confronto. Rivolgiamoci di più ai lavoratori dipendenti che stanno smottando verso una condizione peggiore della nostra, rivolgiamoci di più al mondo del precariato, non calchiamo la mano sulla specificità della nostra condizione, è tatticamente sbagliato, rischiamo di costruirci da soli il filo spinato della riserva. Parliamo invece a nome di tutti quelli che dalle politiche del lavoro perseguite negli ultimi vent’anni sono stati e continuano ad essere danneggiati. Ma parliamo soprattutto a quelli e con quelli che hanno trovato nell’innovazione il modo di costruirsi un’esistenza meno frustrante, sicura di sé, dignitosa, anche e soprattutto dentro la crisi.

Sergio Bologna

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24 Commenti

  1. Ugo Testoni

    Sergio,
    la tua lucidità è sempre fascinosa: condivido quasi tutti i punti della tua analisi.

    Ma tu poni una domanda, e la fai al CD di Acta, che mi auguro utlizzerà la tua sollecitazione per UNA RIFLESSIONE APERTA E PUBBLICA che coinvolga su questo sito il contributo di tutti.

    Tu dici”ACTA continua il suo sfibrante, defatigante, frustrante lavoro di cercare di spiegare ad ogni nuovo volto che appare sullo schermo del governo chi siamo e cosa vogliamo. Malgrado le nostre spiegazioni siano sempre più esaurienti e le nostre proposte sempre più dettagliate, sempre allo stesso punto ci troviamo.”
    Dal punto di vista strategico mi sento di concoradre con te. Da quello degli obiettivi tattici DISSENTO: abbiamo fermato per due anni di fila l’aumento INPS al 33% con una campagna che ci ha dato grande visibilità. E questo segna un passo in avanti nella capacità di rappresentanza.

    Prosegui scrivendo “Credo che siamo arrivati al punto in cui ACTA debba alzare il tiro o, possibilmente, spostarlo. Parlando solo di diritti dei lavoratori autonomi rischia di farsi liquidare come una tribù in via di estinzione, un’etnia da rinchiudere in una riserva.”
    Anche su questo dissento: il MANIFESTO nato con il tuo contributo e tutte le PIATTAFORME Acta sino all’attuale #jobsACTA parlano di CITTADINANZA di diritti e non mi sembra recingano nulla. Anzi ci descrivono come la punta avazata del mercato del lavoro che verrà.

    Poi prosegui con l’affermazione che più mi fa riflettere:”ACTA deve dialogare, deve cercare alleanze con tutto ciò che sa di innovazione … Parliamo invece a nome di tutti quelli che dalle politiche del lavoro perseguite negli ultimi vent’anni sono stati e continuano ad essere danneggiati. Ma parliamo soprattutto a quelli e con quelli che hanno trovato nell’innovazione il modo di costruirsi un’esistenza meno frustrante, sicura di sé, dignitosa, anche e soprattutto dentro la crisi.”
    E qui mi sembra stia la DOMANDA VERA, che personalemnte mi faccio anch’io: Acta può porsi, anche solo con l’ottimismo della volontà, questo obiettivo? Ne ha la composizione sociale? La cultura? L’estensione anagrafica? Ha senso che lo faccia? O deve solo TENERE SOTTO TIRO chi sta massacrando, fra le altre cose, il LAVORO INDIPENDENTE?
    Detto in altro modo: vogliamo essere un sindacato dei freelance o una componente di qualcosa di più grande, che però stento a vedere cosa sia? Anche se ne sento un gran bisogno, come tu Sergio sai.

    26 Mar 2014
  2. Barbara

    Carissimi,

    Condivido molto l’analisi e apprezzo che si faccia riferimento a politiche economiche che di fatto ci tolgono ogni giorno la terra sotto i piedi (mentre troppo spesso il ritornello è “se sei bravo ce la fai”) rendendo tutto sempre più difficile e i diritti meno accessibili.

    Concordo sull’idea di stringere alleanze e legami, di fare rete, di contaminare.

    È quello che ciascuno sta tentando di fare, lavorando con altri soggetti sul territorio, dai coworking, ai partiti, dalle altre associazioni agli enti locali.

    Quello di cui non sono sicurissima è che si possa identificare il “sano” nei coworking e il “meno sano” nei partiti e nei sindacati (che pure sono soggetti per nulla affidabili).

    Non è proprio del tutto vero che i coworking sono il luogo più pronto a recepire il tema dell’associazionismo. Spesso sono completamente dentro questa ideologia che ci vuole brillanti, creativi, vincenti e senza bisogno di “lagnarsi mai”.

    Con questo voglio dire che il lavoro è lungo e che la sintonia non è scontata.

    Così come il lavoro e lungo e la sintonia non scontata in mille altri luoghi in cui possiamo andare a “fare rete”.
    Il mio tentativo frustrante e faticoso (e che fa venire tanti mal di pancia dentro acta) di dialogare con la cgil toscana va in quella direzione ed è produttivo o fallimentare nella stessa misura del dialogare con toolbox.

    Abbiamo scritto di recente un “job act” con giovani rifondaroli e gente cgil.
    Lo spirito per me è il solito: evitare che questi giovani futuri precari imparino solo a difendere i diritti dei dipendenti.
    I punti scritti fino ad ora non sono male vanno proprio nella direzione che dice sergio: più equità per tutti. (Per i curiosi: http://www.ilbecco.it/nazionale-2/lavoro/item/1244-il-nostro-jobs-act-2-gli-ammortizzatori-sociali.html).

    Infine, ho incontrato il vicepresidente di cna ha ottime idee ed è molto intelligente. Si può provare anche con lui a fare rete.

    Quello che voglio dire è che mi sembrano importanti i temi e il focus dei temi e che le persone buone con cui dialogarne non sono necessariamente solo quelle che stanno dentro i coworking.

    Buona giornata barbara

    27 Mar 2014
  3. Federico

    Grazie a Sergio per la solita boccata di aria fresca…

    Certo politiche di flessibilizzazione, mancanza di investimenti da parte della grande impresa, miopia del mondo politico e sindacale, ma il declino del nostro Paese e la degradazione conseguente delle condizioni dei lavoratori non sono forse anche legate al fatto che tutti noi in questi anni abbiamo deciso di rinunciare ad essere un Paese industriale? Possiamo davvero pensare che le condizioni dei lavoratori potranno migliorare in un posto fatto solo da makers, piccolissime aziende, bed&breakfast?
    Alzare il tiro per me significa anche affermare che questo Paese torni ad avere una cultura Industriale. Sergio, lo sai bene, come era la condizione di consulenti, designer e pubblicitari quando in Italia c’era l’Olivetti?

    27 Mar 2014
  4. Cristina

    Credo anch’io che molto in termini di alleanze e contaminazione si stia facendo su singoli temi anche importanti già da tempo, ma è un lavoro certosino e che si vede poco. Attenzione pero’ ad abbandonare la nostra specificità: la nostra forza e’ anche la nostra serietà, la nostra conoscenza approfondita di temi che gli altri affrontano in modo generico, allargando c’e’ rischio di fare anche noi i tuttologi e pressappochisti non credo ci rafforzerebbe.
    Penso sia meglio continuare a cercare sinergie e soluzioni più ampie su singole questioni che siamo in grado di conoscere e dominare nei contenuti con tanta pazienza.

    27 Mar 2014
  5. Enrico Ferri

    Mi sono avvicinato da poco tempo e con grande interesse, alla vostra associazione ed entro nella discussione in punta di piedi. Le parole del professor Sergio Bologna colgono il problema dei problemi: come rappresentare il lavoro autonomo in tutte le sue declinazioni? Posso portare un piccola esperienza territoriale, quella del Sindacato dei giornalisti del Veneto, che da sindacato del lavoro dipendente, da una decina d’anni si è dedicato al problema del lavoro precario, parasubordinato e freelance. Volutamente abbiamo scartato un’ipotesi di organizzazione separata del lavoro autonomo, tant’è che nel gruppo dirigente eletto all’ultimo congresso regionale sono rappresentati i giornalisti freelance, e la giunta esecutiva è composta da tre giornalisti dipendenti e altrettanti autonomi. Noi pensiamo, pur tra mille difficoltà, tensioni tra giornalisti, scontri ideologici, sia meglio per tutti, superare le barriere e tentare di ragionare unitariamente. Semplificando direi che lavoro dipendente e lavoro autonomo sono sempre più due facce della stessa medaglia, lo sfruttamente della forza lavoro. Dal nostro osservatorio più oggettivo, quello dei versamenti contributivi, vediamo come negli ultimi anni i redditi da lavoro in ingresso (salari) si stiano avvicinando sempre più a quelli da lavoro autonomo. Nel senso che i primi tendono al basso. ma gli altri non salgono, purtroppo. Potremmo dire che la crisi “aiuta” a ricomporre. Trovo molto interessante il vostro approccio ai problemi del lavoro autonomo, perché, per noi (che veniamo dal lavoro dipendente) è più facile ragionare sul precariato (contratti a termina), sul lavoro parasubordinato, che sulle partite iva, cioè i nostri freelance. A questo proposito stiamo approfondendo la questione della parificazione a livello europeo tra piccola impresa e professionisti, che si concretizzerà a breve con l’emissione dei bandi europei 2014-20120. Crediamo che a i fini del rafforzamento strutturale dei professionisti, possano essere un’occasione da cogliere. Acta raccoglie le professioni non ordinistiche, ma forse anche questa è una barriera fragile, almeno nel caso del giornalismo come è oggi e ancora di più come lo sarà tra qualche anno.

    27 Mar 2014
  6. Federica

    Scrivo anche qui ciò che ho scritto sulla vostra pagina FB: se questa fosse la direzione che prende ACTA, sarei lieta di tornare a essere socia. Perché di questo c’è bisogno. Di una logica unificante fra lavoratori, moderna ma non nel senso di “a effetto” o superficiale, moderna nel senso che fa i conti con la realtà odierna del lavoro. Le questioni poste sul piatto le condivido dal punto di vista analitico. Piccola impresa italiana e lavoratori sono molto meno avversari di quanto si pensi, hanno senz’altro in comune l’ostacolo più serio, lo Stato, che succhia INPS e tasse da una parte e non paga le prestazioni che richiede, dall’altra. Non c’è invece, a mio parere, possibilità di alleanza alcuna fra questi ambiti e la grande impresa, che sanguisuga soldi pubblici e vite umane, senza ridare niente in cambio se non a Top Manager e azionisti, o i grossi sindacati che sono alleati, attenzione, alleati di queste grandi imprese. Stato/Confindustra/Sindacati da una parte, lavoratori/disoccupati/piccole imprese dall’altra. Io diciamo che a grandi linee la partita la vedo così. E ACTA può dire la sua, io non ho condiviso negli ultimi anni certe linee di comunicazione troppo radical-chic a mio parere, ma sull’analisi del lavoro, credo che come associazione sia una spanna più su di molti altri.

    28 Mar 2014
  7. Ugo Testoni

    Federica,
    ho letto quanto scrivi e dato che dedico un po’ del mio tempo (gratuitamente) alla comunicazione di Acta mi piacerebbe capire meglio cosa intendi quando dici “certe linee di comunicazione troppo radical-chic”.
    Mi interesserebbe sapere a cosa ti riferisci: stiamo lavorando al nuovo sito e i suggerimenti sono sempre utili.
    Mi auguro naturalmente che tornerai ad essere socia, e che questo tuo intervento sia il primo passo in questa direzione.
    A presto!

    28 Mar 2014
  8. Anna Soru

    Caro Sergio,
    Apprezzo l’analisi e partecipo volentieri a questo dibattito che hai voluto lanciare pubblicamente sul tema della rappresentanza.

    Indubbiamente le divisioni tra i diversi lavori sono superate dalla realtà.

    Primo, perché si fatica distinguere in maniera convincente tra le categorie: si veda il dibattito sulle vere e false partite iva, e più in generale sui criteri che definiscono la precarietà [in un intervento scritto insieme per la voce.info nel lontano 2006 dicevamo “Non ha senso discutere se la precarietà sia un bene o un male, la precarietà è, e sempre più sarà, inevitabile e strutturale. Non riguarda solo coloro che sono in fase di ingresso o reingresso nel mondo del lavoro, come ormai ben sanno non solo i lavoratori autonomi nati dai processi di esternalizzazione delle imprese, ma anche i dipendenti nei settori esposti alla concorrenza (dalla piccola impresa tessile alla grande impresa bancaria), e i professionisti tradizionali (come giornalisti, avvocati, architetti) cui l’appartenenza a un ordine non garantisce più percorsi protetti” ].

    Secondo, perché esiste un collegamento più o meno evidente tra tutti gli ambiti: ciò che accade in uno di essi si diffonde inevitabilmente ovunque. Ad esempio aver permesso il dilagare dello stage senza serie regole ha danneggiato non solo la miriade di stagisti che hanno lavorato senza reddito e spesso senza effettivo “guadagno formativo” (ormai è normale inserire con stage anche i commessi!), ma tutto il lavoro, perché la concorrenza del lavoro gratuito abbassa i compensi per tutti.
    L’obiettivo generale è dunque necessariamente il mondo del lavoro tout court, sono pienamente d’accordo con te.

    Il punto è come arrivarci.
    Le strade possibili sono due:

    La prima strada prevede di ridefinire il sistema di regole e tutele in maniera universale. Introdurre un salario minimo orario, trasformare gli ammortizzatori sociali in modo che garantiscano tutti i lavoratori indipendentemente dal loro posto di lavoro, eliminare o almeno ridurre le disparità nel sistema pensionistico che con le sue molteplici differenze di casse, aliquote, regole pensionistiche, regimi, crea una vistosa frattura generazionale oltre che ampie iniquità intragenerazionali (esistono lavoratori, e non sto parlando di lavori usuranti, che possono andare in pensione a 58 anni, mentre altri dovranno aspettare i 70 anni)…

    La seconda strada invece, parte da noi, che siamo gli esclusi (dalle tutele, dal sistema pensionistico retributivo, dalle agevolazioni sui redditi bassi, dalla possibilità di definire minimi di reddito, dal diritto del lavoro…), per far valere i nostri diritti, cercando di alzare la nostra condizione, non di abbassare quella dei “colleghi” dipendenti.

    La prima strada è la più complessa, richiede l’abbattimento di interessi costituiti e strenuamente difesi, ed anche il rischio di portare una riduzione dei diritti di chi li ha, senza peraltro adeguate garanzie di una loro estensione.
    Per questo abbiamo seguito la seconda strada, più fattibile, ma comunque incerta e piena di ostacoli. Ricordo anche io i risultati richiamati da Ugo, ma più ancora rivendico come successo l’aver richiamato l’attenzione su un modo che in troppi hanno volutamente e colpevolmente ignorato e l’aver contribuito in maniera determinante a cambiare la percezione del nuovo lavoro autonomo. E questo un risultato che viene da un lungo e defatigante lavoro di interlocuzione oltre che con istituzioni e politici, con sindacati, associazioni delle imprese, altre associazioni professionali. Come ricorda Barbara, è un po’ il cuore dell’attività di ciascuno di noi, un’attività molto gravosa per la ricerca di una sintonia tutt’altro che scontata. Rivendico con orgoglio questi risultati perché ho piena cognizione delle scarsissime risorse di cui disponiamo: tanti in qualche modo ci seguono e ci danno suggerimenti e indicazioni, ma pochissimi dedicano energie ad una causa dai ritorni incerti e non monetizzabili e, come tu stesso hai evidenziato, in tantissimi preferiscono una pizza 4 stagioni al pagamento della quota Acta…

    28 Mar 2014
  9. Dario Banfi

    My 50 cent. Personalmente sono sempre stato per questa linea. La tutela del lavoro autonomo non ha confini definiti in base “agli adempimenti normativi” per differenti categorie di lavoratori. Il nuovo lavoro attraversa start-up, piccoli imprenditori, professionisti ordinisti e non ordinisti, con o senza partita IVA, collaboratori e altre forme con cui si presta lavoro. Non vi pare assurdo chiedersi oggi se i makers siano artigiani o lavoratori professionali, pagando costo del lavoro differente a seconda della risposta? La forza di ACTA, quella che Cristina definisce “specializzazione”, è anche il suo limite. Una piccola provocazione, in questo senso: Ugo, le aliquote GS sono aumentate per i Co.co.pro. Che cosa dire di questo fatto? Creare separazioni e giocare la partita sul filo di lana in base a tecnicismi imposti dal legislatore è un orizzonte passivo, soggetto alla forza diciamo “parlamentare” (perché definirla “politica” in un senso più ampio sarebbe un complimento verso chi sta lavorando da anni su decreti e conversioni per dare colpi al cerchio e alla botte, senza che nulla cambi). Non credo sia soltanto una questione legata alle alleanze, ma una questione di Statuto. ACTA deve ampliarlo! Forzare il suo orizzonte superando tre circoscrizioni che si è imposta: 1) la distinzione tra lavoro ordinato dal diritto pubblico e lavoro professionale autonomo (se ci pensate questo sito ha ospitato per anni in silenzio una tra le più importanti discussioni aperta in rete tra architetti massacrati dall’operazione Poseidone). Il professionalismo, con buona pace del Colap, è stato sconfitto dall’economia reale. Ha ragione chi sostiene che giornalisti freelance, avvocati under 40 o designer che aspirano a iscriversi all’ordine dei periti industriali, ma non hanno lavoro, non sono su una barca diversa; 2) l’esercizio del lavoro in regime di partita IVA e le altre attività (dopo la fuga dalla Gestione Separata gli iscritti alle varie SAS ecc. che cosa sono rispetto ad ACTA?). La vera distinzione da salvaguardare e proteggere è tra spirito imprenditivo, lavoro autonomo e genericamente “mondo dei freelance” dal lavoro in regime di subordinazione. Personalmente rimarrei su questa linea, senza cadere nella voragine di contraddizioni che porterebbe la distinzione tra “economicamente dipendente” e resto del mondo, secondo il modello Ichino (già rispondere a questa provocazione ha portato ACTA a definire un modello con due livelli contributivi per classi di “autonomia”, spaccando di fatto il mondo del lavoro autonomo); 3) l’insistenza delle rivendicazioni in relazione alla sola Gestione Separata INPS. Di “gestioni separate” ne esistono molte e anche molti modi di stare nella stessa GS Inps. Chi lavora col diritto d’autore non ha neppure questo problema. Come lavoratore autonomo iscritto alla GS giornalisti, per esempio, non posso ammalarmi. Zero indennità! Sono solo affari miei?? Se si progetta un’idea di riformismo sui diritti di assistenza sulla base soltanto degli adempimenti INPS resterà monco, viziato all’origine, inadatto a recepire la poliedricità di posizioni che esistono sul mercato del lavoro professionale. Lo stesso vale per la previdenza. La stessa separazione tra linee governate dal Ministero di Giustizia e quelle del Ministero del Lavoro sull’esercizio di lavoro professionale è medioevale. Pensate alla pantomima assurda legata al Registro revisori contabili. Commercialisti italiani contro Europa: possibile che finisca in pareggio? L’esercizio del lavoro professionale deve essere libero, basato sulla competenza, remunerata il giusto. Alle mie lezioni in Università racconto sempre che la fragilità sul mercato dipende da tre fattori: livello di reddito, continuità di lavoro, tutela fuori dal rapporto di lavoro. Questo indipendentemente dalla forma che regola i rapporti di lavoro. Ci credo fermamente. Il mio sogno è un’ACTA che abbia nel suo orizzonte la volontà di trovare omogeneità ed equità sociale nei rapporti più deboli e meno tutelati, per controbilanciare di volta in volta sperequazioni che nascono su questi tre livelli, attraverso la proposizione di diritti universali, a difesa chi è stato dimenticato dalla politica degli ultimi 30 anni, ovvero i lavoratori professionali autonomi in tutte le loro declinazioni. Terrei un limite a queste rivendicazioni: l’organizzazione del lavoro. Autonoma, non autonoma. Un po’ il discrimine IRAP secondo la Cassazione, per intenderci. Soltanto un esempio. Non credo entri nello spettro di un’associazione come ACTA l’interesse al fatto se una STP sia da considerare impresa (come dice l’Europa) o meno (come accade in ITA) ai fini dell’applicazione della cassa integrazione o del nuovo contratto a termine. Sono questioni sindacali legate all’organizzazione del lavoro. Per il resto, fuori dai vincoli di subordinazione, credo che ACTA possa (sul fatto che “debba” lascio che sia il CD a decidere) positivamente ampliare i propri orizzonti in maniera inclusiva.

    28 Mar 2014
  10. Federica

    Salve Ugo, benvolentieri le faccio qualche esempio. La campagna “L’Italia ha bisogno di fosforo” per me era, dal punto di vista della Comunicazione (di cui mi occupo anche per lavoro) completamente sbagliata. Comunicare, in tempi di analfabetismo dilagante, significa arrivare alle persone, suscitare una reazione che vada incontro a ciò che cerchiamo. E dubitiamo che vogliamo suscitare incomprensione, o scrollate di spalle, come quando uno fa quando sente “ha bisogno di fosforo”. Embè? Reazione, Chevvordì? A me personalmente quella frase non dice niente, è a effetto, ma non ottiene risultato. Ci voleva qualcosa di molto più semplice. Così come io, personalmente, non apprezzo molto il modo in cui gestite i vostri canali comunicativi. La frase, non me ne voglia la d.ssa Soru, non è una questione personale, “tanti in qualche modo ci seguono e ci danno suggerimenti e indicazioni, ma pochissimi dedicano energie ad una causa dai ritorni incerti e non monetizzabili e, come tu stesso hai evidenziato, in tantissimi preferiscono una pizza 4 stagioni al pagamento della quota Acta…” è da una parte antipatica e sprezzante, non vi impermalosite adesso, dall’altra mostra di non conoscere la realtà delle persone di cui si parla. Dal mio punto di vista, una associazione in gamba i suoi associati se li suda, se li guadagna, accoglie a braccia aperte suggerimenti e critiche e non risponde sempre e solo “diventa dei nostri e fai qualcosa anche tu” quando riceve una critica, bensì entra nel merito della stessa. Non farlo o rispondere “vieni in Acta”, è un atteggiamento altezzoso che allontana le persone. A me mi ha allontanato senza dubbio. E i 50 euro li avevo pagati tranquillamente, all’inizio, oltre al fatto che la 4 stagioni non m’è mai piaciuta.
    Migliore comunicazione dovrebbe significare più umiltà, più semplicità, più disponibilità alle critiche, meno supponenza. Non è più l’era di chi si sente superiore, la politica che partiva da questo presupposto di essere “la parte migliore della società” è fallita miseramente, certo non ha l’onestà intellettuale di fare lei stessa un bilancio dei suoi fallimenti ma chi questa onestà ce l’ha, può dirlo forte.
    Ora, visto che conosco il livello di permalosità vigente in giro, mi tocca di nuovo ribadire ad ogni modo, stanti le critiche, la mia stima, anche personale per questa associazione, in cui peraltro si impegnano alcune persone che conosco direttamente e per cui provo massima stima, e altre che non conosco direttamente ma per le quali nutro ugualmente un’ammirazione incredibile, in primis, mi permetta di dirlo, la sig.ra Daniela Fregosi alla quale vanno non solo la mia vicinanza e la mia solidarietà, ma anche e in primo luogo il mio grazie per l’incredibile coraggio che dimostra.

    28 Mar 2014
  11. Susanna Botta

    Cari tutti, actiani e non actiani, vorrei anche io dire la mia su questo bel dibattito che si sta (finalmente!) sviluppando sulla strategia e sulle scelte future della nostra associazione, e di cui ringrazio in primo luogo Sergio Bologna, per avere lanciato il sasso nello stagno.
    E’ da tempo (e lo dico per tutti coloro i quali, soci o non soci, non facendo parte del gruppo degli “activisti”, come ci piace chiamarci, con un pizzico di auto-ironia che fa sempre bene a tutti, non hanno il polso degli umori, dei dibattiti, dei dubbi e degli interrogativi che occupano una parte non trascurabile del tempo da noi dedicato all’associazione) che all’interno di Acta si discute, in maniera più o meno esplicita e più o meno condivisa, tenuto conto anche delle distanze geografiche che ci separano, di quello che vogliamo che Acta diventi “da grande”.
    A titolo introduttivo vorrei dire che a mio parere, la nostra associazione, soprattutto se confrontata con le altre forme di attivismo presenti nel nostro paese, ha il vantaggio di essere davvero trasversale, aperta alle idee altrui, pronta a rimettersi in discussione in qualsiasi momento, in una parola, democratica nel senso più alto della parola.
    Questo ha permesso a persone come me, che si sono aggregate lungo la via, partendo da una consapevolezza dei problemi esclusivamente “pratica”, di esperienza vissuta sulla propria pelle e quindi priva di una prospettiva collettiva, di maturare a poco a poco una visione più ampia, quella della famosa coalizione di cui parla il nostro manifesto.
    Siamo però arrivati a un punto in cui a questa parola va dato un significato concreto,e non soltanto perché altrimenti finiremmo per trovarci rinchiusi in una riserva indiana, come dice Sergio, ma perché tutti noi, credo, oltre al legittimo desiderio di migliorare la nostra posizione di lavoratori indipendenti, aspiriamo a una qualità diversa del nostro lavorare e del nostro vivere sociale. Altrimenti perché l’insistenza sul coworking?
    Ma perché partire proprio dal lavoro autonomo? Perché le altre realtà lavorative con le quali vorremmo coalizzarci dovrebbero avvicinarsi a noi, che rappresentiamo una fetta numericamente così poco significativa del mondo del lavoro (le partite IVA esclusive iscritte alla GS sono poco più di 200.000)? La risposta è che su di noi, come sui cocopro e sugli altri lavoratori atipici, si sono fatte e si stanno facendo le prove generali del nuovo modello di lavoro, un modello di lavoro in cui lo Stato da un lato, e i committenti dall’altro lato, si sono autosollevati da qualsiasi responsabilità di natura sociale e collettiva, addossandone la colpa a un fantomatico “mercato”.
    Io ho lavorato con partita IVA per più di 30 anni, ma quella che a quell’epoca era una scelta individuale di auto-gestire il mio tempo lavorativo, e che presupponeva una sorta di patto implicito tra me e lo Stato (io non ti do niente ma in cambio non ti chiedo niente, a parte le imposte sul reddito come qualsiasi altro cittadino, e che sicuramente era facilitata da un’economia ben più prospera, si è trasformata a poco a poco in un “io non ti do niente o quasi niente ma pretendo sempre di più, anche più di quello che oggettivamente sei in grado di dare”. E dove sta la differenza, allora, tra noi e quei giovani e meno giovani che passano da un contratto a termine all’altro, senza continuità di reddito, ma soggetti ai medesimi obblighi, anzi a obblighi molto più gravosi, dei loro genitori o delle generazioni di poco loro precedenti? e che dire della supposta “stabilità” del posto di lavoro, quando le industrie hanno la libertà di chiudere e delocalizzare, licenziando, a loro piacimento?
    Se poi guardiamo al sistema pensionistico, appare chiaramente che noi siamo serviti da cavie per l’introduzione del sistema contributivo, senza misure di transizione, senza paracadute per i bassi redditi, anzi con la tagliola dell’obbligo di raggiungere (in soli venti anni) una pensione pari a una volta e mezzo quella sociale, pena un’età di pensionamento che tende sempre più verso l’infinito? Noi siamo stati i primi ad accorgerci della trappola del nuovo sistema, prima dei sindacati, prima dei dipendenti, prima di tutti, e sulla nostra pelle.
    Questo è il nostro valore aggiunto, la nostra specificità, Cristina, questo è quello che possiamo dire al resto del mondo del lavoro, quello su cui possiamo fondare la nostra coalizione, senza bisogno di entrare nel merito dei tecnicismi, quelli spettano alle categorie professionali, ove esistano ancora. Stesso all’interno di Acta sfido un ricercatore, un formatore, un economista, a conoscere nel dettaglio i problemi e le rivendicazioni specifiche di un traduttore, di un interprete, per limitarmi a un esempio che conosco.
    Nessuno vuole costruire un sindacato tuttologo, ma io credo che sulla base della consapevolezza che ci viene dall’avere vissuto in anticipo realtà che sono destinate a diventare sempre più diffuse, possiamo davvero costruire una coalizione tra tutti quelli che oggi si trovano ad affrontare problemi simili, se non identici, e soprattutto possiamo individuare meglio, insieme, le possibili soluzioni.
    L’alternativa è chiuderci in una lotta che appare o rischia di essere corporativa, scelta sicuramente razionale e giustificata dalla real politik del nostro sistema-paese (è più facile convincere un ministro del lavoro a concedere il blocco dell’aliquota o un sostegno alla perdita di lavoro se il provvedimento riguarda “solo” 200.000 partite IVA e non due o tre milioni di persone), ma che a mio parere, oltre a essere eticamente discutibile, è anche di breve orizzonte (con altrettanta facilità, come abbiamo visto, un ministro o un governo potranno fare cassa su di noi, senza essere costretti ad affrontare manifestazioni di piazza).
    Nel frattempo, mentre decidiamo se diventare o no un “vero” sindacato, tutti noi continuiamo a tessere le nostre reti, le nostre mini-coalizioni, e grazie a tutti quelli che ci offrono le loro critiche, oltre che il loro sostegno!

    28 Mar 2014
  12. Silvestro De Falco

    Questa notte ho sognato che ACTA rendeva noto questi principi per le partite IVA:

    1) Sono responsabile del mio destino e del mio futuro e con il mio lavoro contribuisco al benessere della Nazione;
    2) L’incertezza legata ai compensi per le mie prestazioni non deve impedirmi di condurre un’esistenza produttiva e vantaggiosa;
    3) Ho l’esigenza di accrescere i miei risparmi e il mio livello di conoscenze per poter affrontare le crisi e le nuove opportunità;

    e che a tal fine ACTA si sarebbe adoperata per:

    a) Intraprendere una lotta per un welfare universale, con una rete di protezione per tutti i cittadini, stringendo alleanze con organizzazioni che si propongono lo stesso fine ;
    b) Affermare il diritto ad una giustizia veloce, per consentire al professionista indipendente una riscossione rapida dei crediti insoluti e per far insinuare i suoi crediti al passivo di un fallimento almeno sullo stesso livello dei lavoratori dell’impresa;
    c) Promuovere l’opt-out dall’INPS, con riduzione dell’aliquota contributiva al 10%, l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione di accesso alla pensione e allargamento degli sgravi fiscali a tutte le forme di risparmio previdenziale;
    d) Creare strutture che aiutino il professionista indipendente a fare scelte consapevoli nel corso della propria vita professionale (educazione finanziaria, formazione).

    Can we?

    30 Mar 2014
  13. Paola G -

    Per quanto riguarda la forma: Secondo me non c’è e non c’è mai stato nulla di altero, né di superficiale in Acta, ma solo tanta solidarietà per il raggiungimento di obbiettivi comuni. Credo nell’opportunità di eventuali azioni “ad effetto”, in quanto necessarie per una comunicazione breve, ma chiara, per un’univoca identificazione degli obbiettivi. Spesso queste azioni sono state pensate per osservare un profilo “popolare”(es. azione DICANO33 in V. Tortona) risultando, a mio avviso, facilmente comprensibili, aperte a tutti e quindi anche ampiamente condivisibili. L’importante è essere consapevoli di quanto si sostiene e si vuole ottenere, e da questo punto di vista l’azione culturale e di condivisione dei dati di Acta è senz’altro encomiabile. E’ però anche illuminante sapere come i non soci recepiscono i messaggi e cosa ne determina la partecipazione o meno. Nella sostanza: forse è vero che un’apertura ulteriore potrebbe allargare la schiera di coloro che si sentono rappresentati e che condividono gli obbiettivi, ma per ora penso a questa come ad un allontanamento dalla giusta messa a fuoco, più che ad un “allargamento della visione”, perché porterà inevitabilmente al perseguimento di obbiettivi definiti con maggiore generalità e tendenza a globalizzare. Mi scopro resistente ai cambiamenti, forse ho solo bisogno di lasciar “maturare” l’idea o di capire meglio.

    30 Mar 2014
  14. Marco Nievo

    Anch’io membro da poco tempo, per cui potrei avere una visione fuorviata, ma a me sembra proprio che per il modo in cui pungola, ACTA contribuisca in modo molto costruttivo a risolvere il problema piu ampio.

    Sinceramente credo che quello dell l’allargamento sia in parte un falsa soluzione, perchè allargata o meno che sia , ACTA rappresenterà sempre una minoranza: se ristretta agli autonomi perche rappresenta gli autonomi, se allargata al mondo del lavoro tout court perchè finirà col rappresentare solo quei pochi che sono effettivamente disposti a cambiare. Forse una strada piu realsitica sarebbe quella di continuare a limitarsi a rappresentare gli autonomi, e di unirsi ad altre associazioni che rappresentano altre minoranze per affrontare insieme a loro il problema piu ampio.

    30 Mar 2014
  15. paolo

    Alla fine la questione sarà solo di capire se questa destra o questa sinistra fanno o meno gli interessi di questi lavoratori.
    Come si fa?
    Basta solo rileggere le norme fatte dai vari schieramenti negli ultimi venti anni.
    Ricordo ad esempio l’aumento del versamento da fare alla camera di commercio per una piccola cooperativa.
    Una formula complicatissima dove i piccoli fatturati raddoppiavano la quota, mentre per fatturati milionari, impostavano coefficienti ridicoli.
    Mi vengono in mente delle tariffe sulle consulenze approvate dal ministero di giustizia dove per perizie su cause milionarie, i compensi hanno un tetto.
    Oppure le tariffe del gas e dell’energia.
    Saranno dei casi?
    In fondo alle leggi si trova sempre la firma dell’autore.

    31 Mar 2014
  16. Laura De Tomasi

    Un paio di osservazioni molto succinte, perché preferirei confrontarmi direttamente con voi in futuro.
    Cito: “Parlando solo di diritti dei lavoratori autonomi rischia di farsi liquidare come una tribù in via di estinzione, un’etnia da rinchiudere in una riserva.” Mi pare che ci siano diversi elementi per affermare il contrario e per insistere proprio su questa strada. Vorrei capire meglio qual è la proposta, concretamente, ma anche – volendo usare una parola che sa un po’ di “antico” – ideologicamente. Io ho paura che l’allargamento porti alla perdita della specificità e all’atterraggio su un altro campo, ovvero la dimensione politica (anche nel suo senso alto e nobile, sicuramente).
    A margine (ma mica tanto): lo stile di Anna Soru mi piace, e molto.
    Grazie
    Laura

    31 Mar 2014
  17. Mattia Sullini

    Buongiorno a tutti. Ho letto questo lungo articolo qualche giorno fa e non nascondo che mi ha un po’ disorientato. Ho una grandissima stima del tuo lavoro, e non ho sicuramente una conoscenza degli argomenti vasta e solida come la tua. Parlo quindi, necessariamente, di pancia.
    Giusto per inquadrare il mio background, sono un freelance e da 6 anni progetto ecerco di costruire spazi collaborativi come fablab e coworking. Potete quindi capire quanto mi santa orfano di rappresentanza e quante occasioni possa aver avuto per cogliere cosa ci sia nell’aria.
    Detto questo, proprio ora che inizia a delinearsi la possibilità di costruire, ancor prima della rappresentanza, una identità cosciente e sentita per i lavoratori autonomi, ecco che sembra emergere l’indicazione di mirare ad un’entità ancora più sfuggente quale quella del lavoro così per come si è strutturato negli ultimi anni.
    Il grosso problema dei lavoratori autonomi a mio avviso non è l’autoghettizzazione, quanto piuttosto l’incapacità di percepirsi come tali e di presentare istanze in maniera aggregata. Di Acta ho sempre apprezzato lungimiranza, competenza ed intensità di azione ed ho cercato nel mio piccolo di sostenerne le iniziative. Più volte mi sono chiesto come fosse possibile che un’azione tanto densa non raccogliesse sostegno dalle persone che ne potevano beneficiare. Nel tempo mi sono formato una risposta: Acta non è un corpo intermedio; è tecnica, affilata, incisiva. Ma non media. Legge la realtà, l’analizza, individua i nodi e fa una proposta per scioglierli ma non cerca di operare sulla sua base per aumentare il livello di coscienza dei problemi, quasi fosse inconcepibile che questo non sia già diffuso nel suo gruppo di riferimento. Finché questo gruppo sono stati i consulenti del terziario avanzato, un ragionamento del genere poteva anche starci. Già da quando si è cominciato a rivolgersi a tutti i lavoratori autonomi le cose a mio parere si sono complicate. Adesso si valuterebbe di ampliare ulteriormente. Se si vuole compiere questo passo però credo che debba essere fatta una scelta radicale: o si sceglie di rappresentare qualcuno ma allora dobbiamo imparare a parlarci, oppore si sceglie di essere analisti e sentinelle della realtà, contando più sulla profondità delle analisi che sul loro sostegno. Io credo sinceramente che avere ragione ma non avere forza sufficiente per dimostrarlo sia una scelta perdente. Perché invece non troviamo il modo di consolidare gli avanzamenti fatti recentemente mantenendo la specificità dell’azione su di un mondo senza voce, anche interloquendo con i corpi intermedi tradizionali (che tra l’altro vivono ora processi anche vivaci di adattamento alla realtà per mano di risorse interne illuminate), piuttosto che intraprendere la strada dei tecnici consulenti della società italiana?

    31 Mar 2014
  18. Sergio Bologna

    Cari/e tutti/e, mi pare che lo “stimolo” abbia funzionato, senza produrre danni. Due-tre cose vorrei dire senza farla troppo lunga.
    1. Non si tratta di allargare la rappresentanza, si tratta di arricchire il tessuto dei rapporti, di sapere cosa si può dare ad altri e cosa si può sperare di avere in cambio. Il contributo che possiamo dare al lavoratore dipendente che vuole uscire dalla passività o che è già attivo nella difesa dei suoi diritti, è quello di un’opinione sulla condizione del lavoro diversa dalla sua, perché nata non da un’ideologia ma da un “angolo visuale” differente, cioè dalla visuale del lavoro autonomo che permette di cogliere aspetti della condizione di subordinazione spesso poco visibili al lavoro subordinato stesso. Si tratta di fargli capire che su certe cose ci abbiamo pensato prima – questo significa “innovazione” – perché siamo, come ben dice Susanna, nel bene e nel male, delle “cavie” di un nuovo modello di società.
    2. E viceversa. Uno degli interventi più interessanti del nostro dibattito è stato quello di Enrico Ferri del sindacato dei giornalisti del Veneto. Sono andato a trovarli, ho incontrato lui, il segretario regionale e un giornalista lavoratore autonomo del gruppo refusi.it. Ho imparato un sacco di cose, sono gli unici che hanno contrattualizzato precari ed autonomi in un duro confronto sindacale con la controparte, hanno imposto la rivendicazione dell’equo compenso nel contratto che si sta chiudendo, sono lavoratori dipendenti che hanno sviluppato idee che potrebbero utilmente essere applicate nel campo del lavoro autonomo. Hanno scoperta ACTA e trovano la nostra azione e le nostre proposte di grande interesse. Sono un caso da manuale di come subordinati, precari e autonomi possono aiutarsi a vicenda, in molti settori essi sono universi compenetrati.
    3. Circa le perplessità o i dissensi di Ugo, Cristina, Anna, Barbara, Paola, Marco, Mattia, Laura ed altri, sono assai utili per aggiustare il tiro, essere più precisi, evitare di battere strade senza uscita. Ovviamente non ho nessuna intenzione di rinunciare alla specificità con cui ACTA ha portato avanti finora la sua azione, efficace proprio perché è entrata nel merito di certi tecnicismi, né voglio negare i successi indubbi che ha conseguito, incredibili se si pensa di che poche forze dispone. Ma, fosse per me, aprirei le iscrizioni anche ai dipendenti. Quanti di loro ci seguono con interesse! Alcuni potrebbero darci una mano, ex insegnanti o ex quadri aziendali in pensione disposti a impiegare un po’ del loro tempo per ACTA….
    4. Postilla sulle finte partite Iva. Se il sindacato, che tanto sbraita su questa questione, avesse pensato di contrattualizzarle, almeno nel pubblico impiego, avrebbe dimostrato di voler cambiare le cose, di volere, magari maldestramente, tutelare il lavoro autonomo. Poiché non l’ha fatto e ha lasciato tanta gente alla mercé dei datori di lavoro, il suo insistere su questo argomento ha come unico scopo quello di liquidare il discorso sul lavoro autonomo tout court. Mi par di sentire Bonanni che arringa i suoi: “Ma che stiamo qui a discutere, a perdere tempo con questi? Sono tutti finti!” E purtroppo una certa cultura politica ed accademica non aspetta altro per poter mettere sulla questione del lavoro autonomo il cartello closed. “Già, sono finti, signor Bonanni, ma i loro soldi alla Gestione Separata sono maledettamente veri e quelli vi fanno molto comodo, non è così?”

    Sergio

    31 Mar 2014
  19. Ugo Testoni

    Matteo,
    il tuo intervento mi piace moltissimo, in particolare concordo su un punto che mi sembra centrale: “o si sceglie di rappresentare qualcuno ma allora dobbiamo imparare a parlarci, oppore si sceglie di essere analisti e sentinelle della realtà, contando più sulla profondità delle analisi che sul loro sostegno. Io credo sinceramente che avere ragione ma non avere forza sufficiente per dimostrarlo sia una scelta perdente.”

    Mi sembrano importanti tutte le argomentazioni fin qui portate sulla necessità di non parlare solo la lingua delle partite IVA … ma vorrei che si guardasse quella colonna a destra del nostro sito che pesa i tag più letti: e lì ci sono GESTIONE SEPARATA , DICA NO 33. Non sarà un caso, penso. Significa che Acta è prevalentemente questo. Giusto che promuova colazione e ne allarghi i confini. Ma a mio parere perdente che si metta a parlare in nome di un nuovo che avanza troppo ampio e indistinto. Non ne abbiamo nè la forza organizzativa, nè la rappresentanza sociale.

    Un’ultima cosa, che mi preme molto. Matteo dice “impariamo a parlarci” ed altri sollevano il problema di come comunichiamo di noi (e tra noi) lavoratori indipendenti. Questo mi pare un nodo centrale. In particolare la comunicazione in rete che per forza di cose è quella che può costruire un linguaggio comune e condiviso fra noi indipendenti. Noi come Acta a breve partiremo con il nuovo sito: penso sia importante che possa diventare una “casa comune” e non solo la voce di Acta. Parliamone.

    31 Mar 2014
  20. Ugo Testoni

    Scusami Mattia, il fatto che mi piaccia il tuo intervento non mi autorizza certo a cambiarti il nome in Matteo. Scusa ancora.

    31 Mar 2014
  21. Pingback: Alzare il tiro
  22. fabio massu

    Ancora una volta Sergio colpisci al cuore l’interpretazione del momento che viviamo
    E mi piacerebbe aggiungere qualcosa che possa servire a mettere in pratica il tuo invito e le tue osservazioni.
    (credo che come gruppo romano di ACTA, almeno nel mio giudizio personale, le sentiamo quasi decisive)
    Però niafò, e orsù ohibò, almeno vorrei contribuire con alcune sfumature, spezzoni, emozioni… pillole smozzicate… (tenendo conto che vivo) ora e qui sempre + “sul confine”.
    Se parliamo di innovazione credo ci riferiamo solo in parte a quella tecnologica, ma parliamo piuttosto di Innovazione “sociale”, nella quale comprendiamo un differente agire i processi, la dinamica, l’organizzazione del proprio lavoro, che potrebbe caratterizzare il “lavoratore autonomo di Nsima Generazione”, ma anche un certo tipo di lavoratore dipendente, di artigiano, financo piccolo imprenditore, anche se nel “fare impresa” i limiti di questo “differente agire” si spostano parecchio.
    (Cerco di allargare il campo su cui ragionare anche se lo so che l’effetto macroscopico attuale di tale “sentire”, e anche quello che potrebbe fare Coalizione di queste figure, è il brutale impoverimento e l’emarginazione dai tavoli dei Policy-Maker.)
    La caratteristica principale di quest’innovazione la definirei come una nuova coniugazione del “voler piegare l’economia alla propria dimensione umana”: ai propri interessi, alle proprie inclinazioni, ai propri saperi. Io non chiedo “Lavoro! Lavoro!”, io costruisco il mio Lavoro. Questo porta a misurarmi direttamente col Mercato. Vendo le mie competenze, se valgo trovo clienti, se sono fortunato mi pagano. Ma posso modulare l’impatto del Mercato con la mia dimensione umana, assorbire le competenze che il Mercato richiede con quello che mi piace fare e così via.
    Arriva il primo punto di confine. So fare da solo, ma capisco che devo contare anche laddove si decide “per tutti”. Necessità della Coalizione, qualità determinante,è evidente.
    La Coalizione qualche volta porta risultati diretti – blocco aumento contributi –, molto spesso è un lavoro defatigante con scenari a lungo termine.
    La Coalizione, essendo un’opzione politica, è fatta di richieste, lotte, conquiste, nel campo “Versus” la controparte, l’interlocutore nemico, e di rinunce e compromessi, nel campo “Nostrum” all’interno della Coalizione. (naturalmente tutto è mischiato e sfumato, ma semplicizzo per passare a parlare di rinunce… accettabili… desiderabili quasi…)
    Per mettermi in Coalizione sono disponibile anche a rinunciare a qualcosa. (Per conquistare una vita migliore, posso rinunciare a …………….- chiedere ai miei CoAgenti di riempire questo spazio, ecco un’opzione davvero innovazione per me, che ho sempre parlato di lotte e le rinunce automaticamente facevano parte della militanza, dell’impegno, della politica)
    Qualche tempo fa ho sentito pronunciare questa frase dalla Chiara Saraceno (che, non a caso, anche Sergio, magari per altre enunciazioni, cita nella sua lettera): io sono disponibile a rinunciare a parte della mia pensione (inevitabile per un sistema più equo…. O qlcs del genere)
    Dovremmo “chiedere” a una parte dei cittadini di rinunciare a qualcosa.

    Perché se il cambio di paradigma che il lavoro indipendente “allargato” potrebbe anche evocare è simile a quello da Crescita Perpetua a Decrescita: Dalla verticalità della ”carriera” professionale all’orizzontalità della “vita” professionale (“il mio lavoro è sempre uguale e sempre diverso”…)
    Ma cerco di virare verso il “come “ allargare la Coalizione.

    Continuo a pensare che dobbiamo attaccare e redistribuire la ricchezza, e le pensioni potrebbero essere un buon punto di partenza: 1)con il sistema contributivo che non assicura comunque continuità livello reddito 2) specialmente se non si ritoccano i coefficienti e le aliquote….. 3) se non si inserisce una qualche forbice di minimo e massimo.

    Quindi passerei a proporre una Forbice Retributiva anche per lavoratori dipendenti (incluso consulenti e subfornitori) su base aziendale, regionale, nazionale, europea.

    Mi spingerei fino a ipotizzare un “Contratto Individuale” che possa seguire il Cittadino Lavoratore per tutto il suo tempo di Lavoro / Non Lavoro, Formazione, Disoccupazione, “Lavoro Sociale”, ecc. La cosa più complicata è che dovrebbe essere scelto liberamente e non obbligato (ricordando sempre che qualche rinuncia potrebbe essere virtuosa…)

    Tempo fa accostavo il terribile aggettivo SocioSolidale alla figura del Cittadino Lavoratore, (abbozzando il “differente sentire” di cui parlavo all’inizio con qualche sfumatura maggiormente etica), così formava l’acronimo C.La.S.S. e un figlio del Novecento come me non può resistere alla tentazione di chiudere, perché è meglio che chiudo, questa pillola smozzicata (se il dibattito continua e ne avrò modo, magari ce ne saranno altre) ari prefigurando una Lotta di CLaSS.. anzi chiudo con la poesia alla pillola ispirata.
    Sul confine evaporato
    Individuo collettivo
    Da solo con tanti
    Mi sono ritrovato
    Continua su https://www.facebook.com/fab.max.9

    3 Apr 2014
  23. Silvestro De Falco

    Quale migliore occasione per alzare il tiro dell’articolo in prima pagina del Corriere della Sera sulla Gestione Separata INPS del 2 aprile scorso – “Quelle pensioni inesistenti” – per allargare la nostra istanza per il diritto ad una pensione adeguata a tutti i lavoratori?
    Senza tanti giri di parole, gli autori dell’articolo scrivono che le aliquote contributive della GS – 27% e destinate a diventare 33% – sono troppo alte, le rivalutazioni troppo basse e le pensioni saranno da fame.
    Viene fatto nell’articolo un esempio specifico su come un incremento del tasso di rivalutazione migliorerebbe la posizione di tutti.
    Il punto è che la questione riguarda non solo noi. Noi siamo un’avanguardia e siamo stati i primi a comprendere ma il problema riguarda tutti i lavoratori che andranno in pensione con il contributivo – vale a dire tutti quelli che hanno cominciato dopo il 1996 – e, in qualche misura, anche quelli che andranno con il sistema misto.
    Ricordiamo che le rivalutazioni per il 2012 sono state dello 0,16% e che per il 2013 dovrebbero essere negative.
    Quindi cogliamo l’invito e parliamo pure con i nostri familiari, amici e conoscenti di questa situazione.

    4 Apr 2014

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