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Un regime che deprime

In seguito al post sul jobs act pubblicato ieri, mi è stato fatto osservare che noi autonomi abbiamo già un sistema di agevolazione fiscale per i redditi più bassi, ovvero il (nuovo) regime dei contribuenti minimi.
Mi è facile replicare, perchè è uno dei temi che avevo trattato nella presentazione al seminario dell’11 marzo.
E’ vero abbiamo un regime agevolato, tuttavia non riguarda tutti, ma solo chi è nei primi anni di attività e soprattutto è un esempio, direi da manuale, di “pessima pratica”, di provvedimento deciso con estrema superficialità, senza alcuna attenzione agli effetti, che sono iniqui e depressivi.
L’applicazione di una aliquota secca del 5% assicura un grande vantaggio a chi ha un reddito vicino ai 30.000 euro, ma tale vantaggio si riduce enormemente per i redditi più bassi, sino ad annullarsi sotto i 10.000 euro (e purtroppo ci sono tanti, soprattutto giovani, che hanno una partita iva e un imponibile inferiore ai 10.000 euro!).
Quanto sostengo è evidente se guardiamo la slide successiva, che mette a confronto l’evoluzione del reddito netto in correlazione con l’evoluzione dell’imponibile, al’interno del regime dei minimi e del regime semplificato (ovvero il regime fiscale normalmente usato da chi non ha redditi elevatissimi).

Un provvedimento equo dovrebbe funzionare al contrario e prevedere un vantaggio crescente al decrescere del reddito.

Oltre che iniquo, il regime dei minimi è depressivo.

Chi ha un imponibile intorno ai 30.000 euro non sarà incentivato ad aumentarlo, a meno che non sappia di poter realizzare un incremento significativo, superiore ai 7.000 euro.
In caso contrario infatti l’uscita dal regime dei minimi e il passaggio al regime semplificato comporterebbe una riduzione del reddito netto anche a fronte di un imponibile più elevato.
In un paese che ha gravi problemi di crescita, un meccanismo di questo tipo è davvero dannoso!

Anna Soru

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