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Job act e nuovo lavoro autonomo

| 11 febbraio 2014 | LETTO: 2.504 VOLTE | UN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Nell’ultimo mese sono state presentate numerose proposte sul lavoro. Il lavoro è indubbiamente uno dei principali problemi attuali e un po’ tutti i gruppi politici vogliono essere (o apparire) attori.

Dopo il jobs act di Matteo Renzi per il Partito Democratico, sono state presentate le proposte di altri gruppi politici: un decalogo dal Nuovo Centro Destra che ha l’obiettivo di “liberare il lavoro”, sette proposte di semplificazione e sperimentazione da Pietro Ichino con Scelta Civica, un decalogo per il jobs act da Cesare Damiano con un gruppo di parlamentari della minoranza PD.

Quali misure prevedono per il lavoro autonomo, e in particolare per il nuovo lavoro autonomo professionale?
Possiamo sintetizzare dicendo che NCD lo ignora completamente, mentre SC e PD lo considerano solo per la parte riconducibile al lavoro dipendente. Fa eccezione la proposta di Damiano che dedica un capitolo specifico al lavoro autonomo, ma sempre con strumenti derivati dal lavoro dipendente. Insomma nessuno riesce a superare le vecchie visioni e a cambiare prospettiva.

Proviamo ad entrare un po’ di più nel merito.
Il Jobs act di Renzi è ancora solo uno schema, un indice. Le possibili novità potrebbero essere legate all’introduzione di un assegno universale per chi ha perso il lavoro e a misure di semplificazione delle norme e di riduzione dei contratti di lavoro.

Assegno universale?
Il termine universale dovrebbe indicare che si tratta di un assegno a favore di tutti, indipendentemente dal rapporto di lavoro, quindi anche i lavoratori autonomi. Sarebbe una novità importante e certamente positiva: dopo l’introduzione con la legge Fornero dell’ASPI e della mini Aspi, volte a tutelare tutte le forme di lavoro dipendente, si allargherebbe la copertura dalla disoccupazione anche ai lavoratori autonomi. Sempre che sia davvero così, staremo a vedere se si riuscirà a trovare le risorse necessarie.

"Vere" e "finte" partite Iva
La questione semplificazione e riduzione dei contratti di lavoro contiene invece un’insidia. Il documento è ancora vago, ma il sospetto, anche sulla base dei commenti sino ad ora emersi, è che il contratto unico possa riguardare anche le cosiddette “finte partite Iva”.


Il tema delle “finte partite Iva” è d’altra parte presente anche nelle proposte di Scelta Civica, all’interno del codice semplificato del lavoro (a cui potrebbe essersi ispirato il codice annunciato dal jobs act renziano), e nello Statuto del lavoro autonomo e professionale, a cui rinvia il decalogo di Damiano per la parte sul lavoro autonomo (che come Acta abbiamo ampiamente commentato tempo fa).
L’obiettivo è quello di scoraggiare le imprese dall’uso scorretto della partita iva (come modalità per scaricare sui lavoratori i costi indiretti e non essere vincolati da minimi di reddito), e quindi riportare questi rapporti lavorativi entro il lavoro dipendente e le tutele ad esso connesso.
Come si intende intervenire?
Si applica una doppia equivalenza: partite Iva “finte” = partite Iva “economicamente dipendenti” = partite Iva monocommittenti.
La monocommittenza viene individuata nelle situazioni in cui una quota maggioritaria del fatturato (in genere i 2/3) si riferisce ad un solo committente. L’equivalenza viene fatta valere solo sotto una certa soglia di reddito (ipotesi 30.000 euro), perché si suppone che un reddito non basso attesti l’effettiva capacità contrattuale del lavoratore e lo configuri come non economicamente dipendente.
Non è un approccio nuovo, i primi ad adottarlo sono stati gli spagnoli con uno statuto del lavoro autonomo, ed è stato ripreso dalla Legge Fornero, seppure depotenziato prima dell’applicazione.
E’ un approccio che contestiamo, per diversi motivi.

  1. conosciamo la realtà dei nostri soci e sappiamo che ci sono moltissime situazioni in cui la monocommittenza nasconde una pluralità di committenti, ad esempio chi è socio di una società di professionisti e fattura esclusivamente alla propria società;
  2. monocommittenza non significa assenza di autonomia. Se lavoro in totale autonomia e rispondo solo della prestazione finale, senza rendere conto di come quando e dove lavoro, sono comunque un vero lavoratore autonomo, anche in situazione di monocommittenza. Viceversa se ho più clienti (e anche un fatturato elevato) potrei comunque essere un finto lavoratore autonomo, se dovessi rispettare tempi, luoghi e procedure definite, all’interno di una struttura gerarchica;
  3. È molto pericoloso introdurre meccanismi di questo tipo. La legge Fornero ne ha fatto emergere tutte le insidie. Come dimostrare all’azienda potenziale committente di avere altri fornitori? Devo mostrare le mie fatture? Sarebbe un modo per indebolirmi nei suoi confronti (ad esempio se fossi in una situazione di scarsità di lavoro, il cliente potrebbe approfittarne e propormi tariffe più basse, puntando sul mio stato di necessità). D’altra parte l’impresa che non volesse correre dei rischi (soprattutto per le commesse continuative, che poi sono spesso le più appetibili per i freelancers), potrebbe decidere di rivolgersi a società strutturate, e i freelancers ne sarebbero danneggiati;
  4. non risolverebbe il problema dei forzati ad aprire la partita IVA. Sono infatti norme facilmente aggirabili dalle imprese in mala fede: è sufficiente utilizzare più persone part time, magari in accordo con altre aziende. Potrebbe essere lo stesso lavoratore autonomo ad attivarsi in tal senso per evitare di restare senza lavoro;
  5. elude completamente il problema delle tutele entro il lavoro autonomo, la cui esigenza è slegata dalla monocommittenza, ma semmai è legata al reddito.

Il “finto” lavoro autonomo esiste, ma non esistono scorciatoie per individuarlo, occorrono controlli e sanzioni per i comportamenti scorretti.
Ma perché questa ossessione a legare la finta partita iva con il lavoro economicamente dipendente?
L’impostazione delle regole e delle politiche sul lavoro, trasversalmente a tutti i partiti, prevede ancora e sempre solo due soggetti: il lavoratore dipendente e l’impresa. Il lavoro autonomo nella versione tradizionale è rivolto alle persone e non ha bisogno di specifiche norme a tutela del lavoro, perché il rapporto tra lavoratore e acquirente è paritario (la regolamentazione è perciò affidata al codice civile). Niente welfare, ma in cambio è sempre stata tollerata la possibilità di elusione e di evasione fiscale, grazie alla quale costruire un “secondo pilastro informale”.
Il nuovo lavoro autonomo, che nasce dalla vendita di servizi alle imprese e alla PA, esce da questo schema perché:

  • il rapporto tra lavoratore e impresa è generalmente asimmetrico, come nel caso dei dipendenti. A causa di questa asimmetria, i professionisti autonomi che lavorano con le imprese (o le PA) sono sempre (o quasi) “economicamente dipendenti”;
  • le possibilità di evasione fiscale si riducono enormemente, perché il committente ha interesse a fatturare l’acquisto delle prestazioni (contrasto di interessi).

Di questa asimmetria c’è da tempo consapevolezza, e il principale “rimedio” sino ad ora escogitato dai diversi governi che si sono succeduti è stato l’innalzamento dei contributi, ufficialmente per garantire le tutele e scoraggiare l’uso opportunistico della partita Iva , in realtà per raccogliere risorse da destinare puntualmente ad altre “priorità”, senza curarsi di ridefinire un welfare adeguato.
Il risultato è la situazione paradossale che da tempo come ACTA denunciamo: lavoratori che pagano tra contributi e imposte più dei dipendenti, ma non hanno né le tutele dei dipendenti (malattia, disoccupazione, infortuni, formazione…) né gli incentivi delle imprese (includendo tra questi anche la possibilità di portare in detrazione tutte le spese sostenute per l’attività), né (giustamente) lo “sfogo” dell’evasione fiscale.
Il tutto entro un contesto di redditi calanti per l’effetto combinato di aumento della concorrenza e di riduzione della domanda, con il contributo determinante della PA, che come committente si distingue troppo spesso per compensi iniqui (la giustificazione è sempre “non c’è budget”) e ritardi nei pagamenti.

Mentre il Parlamento Europeo con una direttiva riconosce (finalmente!) il diritto dei lavoratori autonomi ad accedere al welfare e alla formazione, mentre in molti altri paesi si sta intervenendo per aumentare o introdurre salari minimi orari, come misura base necessaria in un mercato che cambia, in cui i mini jobs (o molti bad jobs) sfuggono dai sistemi di tutele anche nei paesi con un sindacato forte (come la Germania), l’Italia continua a guardare solo da una parte, al passato.
Come più volte abbiamo sottolineato: si deve andare verso maggiori garanzie (reale sostegno o integrazione al reddito per periodo di non lavoro, garanzie sulle tariffe minime e sui tempi di pagamento delle prestazioni, supporto alla gestione fiscale amministrativa, accesso alla formazione finanziata, ecc.), ma almeno si inizi da una pressione fiscale e contributiva più bassa, così non è tollerabile.
Niente di tutto questo è contenuto nei diversi job act.

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